maggio 2021

Qual è il ruolo delle vaccinazioni pediatriche nell’immunità di gregge? Perché le vaccinazioni dei bambini da 6 mesi agli 11 anni – ancora non approvate – e quelle dai 12 ai 15 anni – approvate dell’Agenzia europea per i farmaci (Ema) – , stanno alimentando il dibattito all’interno della comunità scientifica e nell’opinione pubblica? Ilfattoquotidiano.it ha intervistato Andrea Crisanti, direttore del dipartimento di Microbiologia dell’Università di Padova, per aggiungere una riflessione al dibattito in corso.

I Cdc (Centers for Disease Control and Prevention) americani hanno avviato un’indagine specifica sulle vaccinazioni pediatriche. La valutazione riguarda possibili connessioni con miocarditi nei giovanissimi (dai 16 anni). Le miocarditi rare sarebbero state riscontrate soprattutto nei maschi, che nelle femmine, e di media a 4 giorni dalla vaccinazione. Che significa?
Se stanno indagando significa che hanno trovato casi di miocarditi sospette. La miocardite è una complicazione che non va sottovalutata. Non si sa quanto impatto abbia sulla funzionalità cardiaca negli anni. Mi spiego, se un giovanissimo guarisce dalla miocardite ma con una funzionalità cardiaca compromessa del 10%, è una cosa gravissima. È importante il modo in cui guariscono. Con che capacità cardiaca. E questo deve essere approfondito.

Per gli anziani la bilancia rischi-benefici è estremamente netta, a favore dei benefici. Ma, quando si sposta sulla fascia d’età pediatrica – dove il Covid non ha fatto registrare decessi – questo rapporto rischi-benefici cambia?
Se il vaccino causasse la morte o il danno di 1 bambino su 100 o 200mila non sarebbe giustificato. Noi dovremmo vaccinare 10 milioni di giovanissimi. Anche se fossero solo 150 casi, sarebbe inaccettabile vaccinarli. Tutto questo pone un problema etico di non facile soluzione: immunità gregge e tutela della salute dei piccoli.

Secondo uno studio scozzese i bambini non solo contagerebbero il virus meno degli adulti, ma addirittura avrebbero un effetto “scudo” protettivo per gli adulti. Che ne pensa?
Posso confermare che nello studio di Vo’ Euganeo avevamo case, appartamenti, con famiglie di 5-6 persone, tutti gli adulti infetti, mentre i bambini niente. Non avevano prodotto anticorpi: quindi non si erano infettati, nonostante gli adulti avessero anche una carica virale altissima.

I bambini dai 12 anni in giù hanno una bassa carica virale, e a livello epidemiologico non sono vettori significativi. Probabilmente perché hanno meno porte d’ingresso per il virus (ACE2)?
I bambini hanno una carica virale molto bassa, più sono piccoli meno sono contagiosi. Forse dipende dai recettori Ace2, ma non si sa precisamente la motivazione.

Uno degli effetti rari avversi post-vaccino negli adulti (eventi rari e curabili, se riconosciuti e presi in tempo) è il VITT (trombosi e trombocitopenia concomitante). Questo effetto si è notato solo quanto la sperimentazione è passata da poche migliaia di persone alla vaccinazione di massa, su milioni di persone. Ci sono effetti avversi che in una Fase 3 sperimentale possono sfuggire ai ricercatori perché la platea è troppo piccola, qualche migliaio di persone?
È difficile fare trial sui bambini. Nelle fasi sperimentali si parla sempre di poche migliaia. Ci possono essere effetti rari riscontrabili solo su grandi numeri.

Vaccinare i bambini servirebbe a tutelarli oltre che dal Covid, anche da eventi rari legati al Covid come la malattia simile a quella di Kawasaki.
Nei bambini che vanno incontro a Covid, la malattia di Kawasaki è un evento estremamente raro tale da non giustificare il beneficio del vaccino.

Anche la sindrome da Long-Covid è una delle motivazioni a sostegno delle vaccinazioni pediatriche. Cosa ne pensa?
Long covid, è una cosa rara e di risoluzione rapida nei bambini. Ritengo che la ragione principale non dipenda né da Long-Covid né dalla sindrome di Kawasaki ma dall’immunità di gregge. Queste effetti correlati al Covid sono talmente rari, che non giustificano il beneficio del vaccino, rispetto al rischio. Se le miocarditi sono frequenti bisogna porsi la questione etica, perché faremmo correre rischi ai giovanissimi che invece non correrebbero mai rischi anche prendendo il Covid.

I bambini da 12 anni in giù che rischi hanno se si ammalano di Covid 19?
Rischi praticamente nulli.

Uno degli effetti rari avversi post-vaccino (curabili, se riconosciuti e presi in tempo) è la trombosi con trombocitopenia concomitante. Lei esclude la possibilità che possano riscontrarsi effetti rari avversi nei bambini?
No, non si possono escludere. Nessuno può escluderlo. Le faccio un esempio. Il vaccino contro il rotavirus, un vaccino formidabile all’inizio, non aveva dato alcuna complicazione. Poi, su larga scala si sono viste reazioni gravi, ed è stato sospeso.

I bambini da 0 a 12 anni in Italia sono circa 6 milioni. Da 0 a 18 anni sono circa 11 milioni. Qual è il motivo principale per il quale si vaccineranno i bambini?
La pressione in questa direzione è data al fatto che senza i bambini l’immunità di gregge non si raggiungerebbe, stando ai modelli matematici. Con la variante inglese dovremmo vaccinare il 75% delle persone. I modelli matematici suppongono una contagiosità uguale, anche se i più piccoli contagiano in modo diverso. In Italia, per arrivare al 75% dovremmo vaccinare 48 milioni di italiani.

Quale sarebbe la soluzione migliore?
Personalmente, se si vaccinassero tutti gli adulti sarebbe la cosa migliore da fare, tenendo fuori i bambini. Ma, andrebbe fatta un’anagrafe vaccinale, con cartella sanitaria elettronica per tutti gli italiani, questo impedire che si creino dei buchi. Se si aggiungesse il tracciamento, potremmo avere la situazione sotto controllo e non vaccinare i ragazzi.

L’indagine dei Cdc

Lo studio scozzese

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Una sforbiciata sui tempi per le autorizzazioni all’istallazione di nuovi impianti per telefonia fissa o mobile su terreni privati o pubblici. Cambiamenti decisi nel sistema di notifiche degli atti e la nascita di un delegato del Sistema pubblico per l’identità digitale (Spid) per facilitare la vita a chi ha scarsa dimestichezza con le nuove tecnologie. Infine nuovi poteri di vigilanza, verifica e controllo all’Agenzia per l’Italia digitale (AgID) su tutte le norme in materia di innovazione tecnologica e digitalizzazione della pubblica amministrazione. Sono queste le principali novità del decreto Semplificazioni che prova così ad accelerare l’installazione delle nuove reti di telecomunicazione e di sviluppare la cultura digitale nel Paese.

Nel dettaglio, proprio mentre nel campo della telefonia si affacciano nuovi player del calibro di Amazon, il ministero per la Transizione tecnologica ha deciso di velocizzare le procedure autorizzative per realizzare le infrastrutture di telecomunicazioni di nuova generazione. Essenzialmente fibra e 5G, secondo un principio di neutralità tecnologica” che il governo sostiene con l’obiettivo di raggiungere la piena digitalizzazione entro il 2026, con quattro anni di anticipo rispetto al target 2030 fissato da Bruxelles. In particolare, il decreto dimezza da sei a tre mesi i tempi generali di autorizzazione per l’installazione di impianti di telefonia fissa o mobile su proprietà private o pubbliche. Tempi cui dovranno adeguarsi anche le soprintendenze. Inoltre sia per il 5G che per gli scavi finalizzati alla posa della fibra le denunce dei lavori diventano mere segnalazioni con l’istanza di autorizzazione che diventa unitaria davanti alla pubblica amministrazione. Il decreto istituisce inoltre una Conferenza dei servizi che deve essere convocata nel termine di cinque giorni dalla presentazione dell’istanza. Il parere favorevole della Conferenza sostituisce tutti i provvedimenti e le autorizzazioni necessarie e vale anche come dichiarazione di pubblica utilità, indifferibilità e urgenza dei lavori. Per le amministrazioni scatta quindi il silenzio assenso dopo 90 giorni. Prima naturalmente c’è la possibilità di esprimere il dissenso dalle decisioni della Conferenza. A patto che ci sia un parere “congruamente” motivato.

Viene inoltre indicata come “obbligatoria” la tecnica della microtrincea, un sistema che consente la posa della fibra con piccoli interventi sul manto stradale (larghezza da 2 a 4 centimetri, con profondità variabile da 10 cm fino a massimo 35 cm), in ambito urbano ed extraurbano, anche in prossimità del bordo stradale o sul marciapiede. Con questa tecnica, gli operatori potranno procedere senza autorizzazioni, ma dovranno comunque comunicare l’avvio dei lavori con 15 giorni di anticipo e predisporre, nei centri storici, un documento tecnico sulla risistemazione degli spazi successivamente all’installazione. E’ questo un punto decisamente rilevante sia per Open Fiber che per Telecom Italia perché consente di abbattere notevolmente il costo di scavo creando nell’asfalto un piccolo canale per posare la fibra senza dover rifare l’interno manto stradale. Tuttavia il ministero non ha previsto un sistema di controllo sul rispetto delle novità di semplificazioni sui lavori. Con la possibilità che le amministrazioni continuino a spingere per interventi stradali più rilevanti che consentano anche di migliorare la viabilità, ma che sono al di fuori del perimetro di investimento per la posa della fibra. Il decreto fa scattare un canale preferenziale anche per il 5G. Non sono stati rivisti i limiti alle emissioni come avrebbero voluto gli operatori, ma, entro precisi limiti, basterà la comunicazione di avvio dei lavori per piazzare le nuove antenne. Anche sui controlli dell’Arpa scatterà il silenzio assenso dopo 30 giorni.

Fin qui le novità che riguardano l’industria delle telecomunicazioni con il governo che tenta di sbloccare il complesso sistema di procedure. Con lo stesso decreto, il ministero ha poi tentato anche di dare una svolta nella cultura digitale sia della Pubblica amministrazione che dei cittadini. Per favorire l’utilizzazione dell’identità digitale, l’esecutivo ha sancito la nascita del delegato Spid. In pratica, chi non ha ancora l’identità digitale può delegare un familiare per avere accesso, ad esempio, ai servizi dell’Inps o a quelli dell’Agenzia delle entrate. Per quanto concerne poi i certificati anagrafici digitali, dallo stato di famiglia al certificato di nascita o di residenza, non si pagheranno più bolli o diritti di segreteria per tutti gli atti scaricati attraverso l’Anagrafe tributaria della popolazione residente. Ci sono poi importanti cambiamenti anche per il sistema di notifiche PagoPa. Nel dettaglio, il gestore della piattaforma sarà tenuto ad utilizzare anche le email non certificate per una sorta di “avviso di cortesia” che avrà tutte le informazioni dell’avvenuta ricezione. “In tutti i casi in cui la legge consente la notifica a mezzo posta con raccomandata con avviso di ricevimento, la notificazione dell’avviso di avvenuta ricezione avviene senza ritardo, in formato cartaceo e in busta chiusa, a mezzo posta direttamente dal gestore della piattaforma, mediante invio di raccomandata con avviso di ricevimento” si legge nel testo. Nel caso in cui però non sia possibile recapitare il plico in casi diversi dall’assenza o dal rifiuto del destinatario, “l’addetto al recapito postale svolge in loco ogni opportuna indagine per accertare l’indirizzo dell’abitazione, ufficio o sede del destinatario irreperibile. Gli accertamenti svolti e il relativo esito sono verbalizzati e comunicati al gestore della piattaforma”, prosegue il documento. Così se al termine dell’indagine emerge un diverso recapito, la notifica sarà fatta al nuovo indirizzo.

Infine, il decreto attribuisce nuovi poteri di vigilanza all’AgID “al fine di assicurare l’attuazione dell’Agenda digitale italiana ed europea, la digitalizzazione dei cittadini, delle pubbliche amministrazioni e delle imprese, con specifico riferimento alla realizzazione degli obiettivi fissati dal Piano nazionale di ripresa o di resilienza” come si legge nel documento. Con particolare attenzione a “garantire il coordinamento informativo statistico e informatico dei dati dell’amministrazione statale, regionale e locale e la tutela dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali su tutto il territorio nazionale”. Per raggiungere l’obiettivo l’Agid viene anche dotata di un potere sanzionatorio: le amministrazioni che non ottemperano alla “richiesta di dati, documenti o informazioni” o violano “gli obblighi di transizione digitale” rischiano multe da 10mila a 100mila euro. In questo modo il governo spera di poter ridurre finalmente il digital divide.

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“Non possiamo arrivare a settembre impreparati. Per il nuovo anno scolastico serve finalmente la garanzia di un servizio di trasporto pubblico adeguato alle esigenze della popolazione scolastica del territorio”. A lanciare questo appello ai vertici di governo, regione e uffici scolastici, sono i genitori delle province di Modena e Reggio Emilia. Mamme e papà non ne vogliono più sapere di doppi turni per far lezione e vogliono più mezzi per poter risolvere il problema.

“La nostra preoccupazione – si legge nella lettera firmata dai coordinamenti dei presidenti dei consigli d’istituto di Modena e Reggio; dal coordinamento “Genitori Democratici”; dall’Age di Modena; dal comitato “Priorità alla scuola” delle due città – è che questo disagio si protragga anche nel prossimo anno scolastico. A seguito del Decreto legislativo 52 del 22 aprile scorso che innalza la percentuale di presenza minima degli studenti al 70%, a causa della inadeguatezza del trasporto scolastico, le scuole hanno dovuto attivare un doppio orario di entrata (8 – 10) e di uscita (13/14 – 15/16). Tale misura è stata imposta dalle due prefetture per ottemperare a quanto previsto nel decreto senza poter scendere al di sotto della soglia minima prevista”. A seguito della mobilitazione di studenti e famiglie, a Modena dopo due giorni è stato ripristinato il turno unico, mentre purtroppo persiste ancora a Reggio Emilia e provincia.

I mittenti della lettera mettono in risalto i danni causati dalla doppia entrata a scuola: “Premettiamo che abbiamo sempre desiderato che tutti i ragazzi delle scuole superiori potessero lasciare la dad e frequentare la scuola in presenza. Tuttavia, gli orari differenziati, le uscite fino al pomeriggio inoltrato e i lunghi tempi di trasferimento casa/scuola, fanno prevalere il disagio e mettono in seria difficoltà famiglie, alunni e organizzazione scolastica, ad un anno dall’inizio della pandemia”.

In queste due realtà, a detta dei genitori, il problema dei mezzi non è stato risolto a differenza di altre città in regione. A spiegare la situazione al fatto.it è Alberto Rebecchi, presidente consiglio istituto del liceo “Selmi” di Modena e coordinatore della Rete dei presidenti dei consigli di istituto di Modena e Provincia.

Il primo tema che Rebecchi affronta è quello dei bus: “A Modena arrivano 22mila ragazzi dalla Provincia. Qui c’è un problema di bilanciamento tra ciò che deciderà il governo e ciò che potranno fare le Regioni. Se continuiamo ad avere lo stesso numero di mezzi a fronte di una percentuale troppo alta di presenze a scuola non potremo risolvere la questione”.

Altro tema: i doppi turni. “Non possiamo – osserva il presidente – permetterci di ripartire con due turni. Lei ha mai visto un ragazzo che torna da scuola alle 16 e che deve tornare a studiare nel tardo pomeriggio per l’indomani? E lo sport? E le sue passioni, dove vanno a finire?”. Rebecchi sa che è impossibile prevedere le scelte dei decisori, ma auspica che sia data ai prefetti la massima flessibilità e possibilità di intervento a settembre.

L'articolo Scuola, appello dei genitori di Reggio Emilia e Modena: “I doppi turni d’ingresso per il Covid danneggiano gli studenti. Servono più mezzi” proviene da Il Fatto Quotidiano.



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Il Tar le ha già giudicate illegittime. E ora le nozze da 450 milioni di euro tra le multiutility A2A e AEB vengono messe in discussione anche dal terzo incomodo, la società pubblica Brianza Energia Ambiente (BEA), che a fine 2019 aveva provato a salire sull’altare con AEB, ricevendo però un netto rifiuto. Proprio in considerazione di quel rifiuto, BEA interviene davanti ai giudici del Consiglio di Stato chiedendo loro di confermare la sentenza del Tar. E di bocciare definitivamente la fusione A2A-AEB.

Un colpo di scena nel risiko delle multiutility del Nord. Le argomentazioni di BEA partono dalla manifestazione di interesse inviata ad AEB il 3 dicembre 2019 per l’acquisto di una sua partecipata, Gelsia Ambiente, che si occupa di raccolta rifiuti in 26 comuni della Brianza. L’obiettivo della proposta era di creare sinergie visto che anche BEA, i cui soci sono la Provincia di Monza e Brianza e alcuni comuni della zona, si occupa di rifiuti e in particolare gestisce l’inceneritore di Desio. Ma l’offerta era stata ignorata da AEB che, sempre in Brianza, si occupa di fornire servizi come acqua, elettricità e gas. E che nello stesso periodo aveva ricevuto un’altra proposta: quella di A2A, società misto pubblico-privata per metà proprietà dei comuni di Milano e Brescia, interessata a portare avanti un progetto di integrazione. Tale progetto è andato a buon fine un anno fa, senza però che AEB e A2A siano passati per una gara pubblica, sostenendo che la fusione fosse “infungibile”, cioè non sostituibile da altre operazioni per la mancanza di società in grado di garantire la stessa competitività di A2A. Il Tar a febbraio ha bocciato questa tesi, AEB e A2A hanno fatto ricorso al Consiglio di Stato che ha già respinto una richiesta di sospensiva della sentenza del Tar e si esprimerà nel merito a inizio luglio.

Nella causa, come detto, interviene ora BEA, con un ricorso in appoggio a chi ha vinto al Tar: alcune piccole società del settore, il consigliere regionale del M5S, Marco Fumagalli, e Tiziano Mariani, consigliere del comune di Seregno, il principale azionista di AEB.

La tesi di fondo di BEA è una: la proposta per l’acquisto di Gelsia Ambiente è la dimostrazione che AEB avrebbe potuto trovare un partner sul mercato, attraverso un bando. A2A infatti non era l’unica società interessata ad AEB: la stessa BEA, si legge nel documento depositato in Consiglio di Stato, oltre a manifestare il proprio interesse per le quote di Gelsia Ambiente si era resa disponibile “a valutare ogni altra iniziativa di aggregazione da definirsi tra le parti”. Ma il sindaco di Seregno, il Dem Alberto Rossi, “ha fatto sapere di giudicare inaccettabile, inopportuna e addirittura offensiva la proposta di BEA, poiché gli è sembrato che la stessa potesse essere di ostacolo rispetto all’operazione con A2A”.

Tra le giustificazioni usate da AEB per rifiutare l’offerta di BEA, quella che una cessione di quote societarie sarebbe dovuta passare per una procedura ad evidenza pubblica, proposito in seguito non seguito per le nozze con A2A. Un fatto che il legale di BEA, Enzo Robaldo, definisce “paradossale”. È evidente – scrive nel ricorso – che la proposta di BEA “meritava di essere esaminata e approfondita, invece di essere sostanzialmente ignorata”.

Per il consigliere del M5S Fumagalli, “se effettivamente il sindaco di Seregno ha ignorato l’offerta di BEA, siamo in presenza di un’operazione che è stata fatta contro gli interessi del territorio, ad uso esclusivo della Borsa e di qualche politico compiacente”. Critico anche Tiziano Mariani, che accusa il sindaco di “aver tenuto nascosto al Consiglio comunale l’interesse manifestato a suo tempo da BEA”. E, dopo le verifiche sull’integrazione con A2A fatte a dicembre dalla Guardia di finanza nella sede di AEB e l’arresto di due settimane fa di due ex dirigenti di Gelsia Ambiente per una vicenda di presunte tangenti non legata a questa operazione, si augura: “Ora la parola sulla fusione AEB-A2A passi alle Procure della Repubblica”.

@gigi_gno

L'articolo Integrazione A2a-Aeb, anche Brianza Energia Ambiente ricorre in Consiglio di Stato: “Bocciare operazione, noi esclusi ingiustamente” proviene da Il Fatto Quotidiano.



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Sono 26 le condanne inflitte dalla Corte d’assise di Taranto al termine del processo di primo grado sull’ex Ilva. Le pene superano di poco i 280 anni di carcere. Un consuntivo nettamente più basso rispetto alle richieste della procura, che aveva chiesto 35 condanne per quasi 4 secoli di galera. La Corte, presieduta dal giudice Stefania D’Errico e a latere Fulvia Misserini, ha infatti ritenuto che alcune accuse fossero infondate, altre coperte da prescrizione, ma in altri casi ha emesso pene leggermente più alte di quelle richieste. Da quali fatti e da quali circostanze è nato il processo “Ambiente svenduto” del quale si è concluso ieri il primo grado? Su cosa si è basata la sentenza, quali i ruoli dei politici, quali accuse sono cadute e quali prescritte perché è passato troppo tempo?

ASSOCIAZIONE A DELINQUERE – Al termine del processo la Corte ha dato ragione alla procura ionica confermando l’esistenza di un’associazione a delinquere finalizzata al disastro ambientale, all’avvelenamento di sostanze alimentari e all’omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro. Per l’accusa dell’associazione hanno fatto parte Nicola e Fabio Riva, condannati rispettivamente a 20 e 22 anni di carcere, Luigi Capogrosso ex direttore della fabbrica condannato a 21 anni, l’ex dirigente delle relazioni istituzionali Girolamo Archinà che dovrà scontare 21 anni e 6 mesi di carcere, l’avvocato del Gruppo Riva Francesco Perli condannato a 5 anni, e poi alcuni fiduciari che componevano il cosiddetto Governo Ombra: 18 anni e 6 mesi per Lanfranco Legnani, Alfredo Ceriani, Giovanni Rebaioli, Agostino Pastorino, 17 anni e 6 mesi per Enrico Bessone. L’obiettivo dell’associazione era quello di “individuare le problematiche che non avrebbero consentito l’emissione di provvedimenti autorizzativi nei confronti dello stabilimento Ilva” e concordando le possibili soluzioni con esponenti del mondo politico, istituzionale, della stampa, delle organizzazioni sindacali, del settore scientifico. Tenendo l’Ilva al riparo da provvedimenti sgraditi, i Riva si sarebbero garantiti alti livelli di produzione con minimi interventi economici per l’ammodernamento della fabbrica. E così facendo avrebbero prodotto acciaio con la piena consapevolezza della massiva attività di sversamento nell’aria di sostanze nocive per la salute umana, animale e vegetale. Per l’accusa infatti diffondendo sostanze come idrocarburi policiclici aromatici, benzo(a)pirene, diossine, metalli e altre polveri nocive, hanno determinato “eventi di malattia e morte nella popolazione residente nei quartieri vicino il siderurgico” oltre che l’avvelenamento da diossina di 2.271 capi di bestiame e di tonnellate di cozze prodotte nel Mar Piccolo di Taranto.

MORTI SUL LAVORO – Sono sette le condanne inflitte per gli incidenti mortali nei quali persero la vita due operai dell’Ilva, Claudio Marsella e Francesco Zaccaria. Il primo è quello di Claudio Marsella, schiacciato da una locomotrice nel reparto “movimento ferroviario” dell’Ilva il 30 ottobre 2012: in primo grado sono stati dichiarati colpevoli l’ex direttore dello stabilimento Adolfo Buffo, il dirigente Antonio Colucci (4 anni di reclusione per entrambi) e il capo reparto Mof Cosimo Giovinazzi (2 anni con pena sospesa). Claudio Marsella quel giorno era impegnato nell’operazione di aggancio dei due rotabili – entrambi dotati di ganci per l’accoppiamento automatico dei mezzi – e aveva posizionato Il comando del locomotore in folle per farlo procedere lentamente sino all’aggancio, ma né il locomotore né il convoglio erano in realtà immobilizzati perché privi dei dispositivi di bloccaggio delle ruote (cosiddette staffe ferma-carro): una negligenza che costò la vita al giovane operaio. Francesco Zaccaria morì meno di un mese dopo Marsella: si trovava all’interno di una gru colpita dal tornado che si scatenò su Taranto e Statte il 28 novembre 2012: quella struttura, però, per l’accusa era “in pessimo stato di conservazione” ed era priva del “fermo anti uragano” e così precipitò da 60 metri trascinando in mare il giovane. Per omicidio colposo sono stati condannati gli stessi Buffo e Colucci, a cui si sono aggiunti il capo reparto Giuseppe Dinoi (2 anni e 6 mesi) e l’ispettore tecnico dell’Arpa Puglia, Giovanni Raffaelli, accusato in particolare di non aver effettuato un’idonea “verifica sull’integrità” della gru e condannato a 2 anni con pena sospesa.

LA POLITICA – Oltre alla pena di 3 anni e 6 mesi per l’ex presidente della Regione Nichi Vendola, la Corte ha condannato anche l’ex presidente della Provincia di Taranto Gianni Florido e il suo assessore all’Ambiente Michele Conserva: 3 anni di reclusione per entrambi per aver fatto pressioni sui dirigenti affinché concedessero l’autorizzazione integrata ambientale alla discarica interna dell’Ilva. Dichiarata la prescrizione invece nei confronti di alcuni esponenti politici accusati di favoreggiamento. Il deputato Nicola Fratoianni, all’epoca dei fatti assessore regionale, era accusato di favoreggiamento nei confronti di Vendola e la procura aveva chiesto la condanna a 1 anno di reclusione. L’attuale assessore all’agricoltura Donato Pentassuglia era invece accusato di favoreggiamento nei confronti di Girolamo Archinà e la procura aveva chiesto la condanna a 8 mesi di reclusione: la corte però ha dichiarato l’intervenuta prescrizione. È stato invece assolto dall’accusa di omissione in atti d’ufficio l’ex sindaco di Taranto Ippazio Stefano: l’accusa era di non aver adottato alcun provvedimento, nella sua qualità di massima autorità sanitaria del territorio, contro Ilva nonostante fosse pienamente a conoscenza delle “criticità ambientali”. La Procura aveva ritenuto il reato già prescritto, ma la corte lo ha assolto nel merito perché il fatto non è previsto dalla legge come reato.

LA CORRUZIONE PRESCRITTA – È trascorso troppo tempo dal 26 marzo 2010 anche per stabilire se quel giorno Lorenzo Liberti, ex consulente della Procura di Taranto, sia stato corrotto con una mazzetta da 10mila euro consegnata dal dirigente Ilva Girolamo Archinà per ammorbidire una perizia sulle emissioni industriali richiesta dalla procura ionica. La Corte d’assise ha infatti stabilito il non luogo a procedere nei confronti degli imputati accusati di corruzione in atti giudiziari, ma ha comunque condannato a 15 anni Liberti per il reato di disastro ambientale e avvelenamento di sostanze alimentari: per la corte “confezionando” la consulenza nella quale avrebbe scagionato l’Ilva, ha di fatto impedito alla Procura di Taranto di intervenire tempestivamente e favorito così i danni all’ambiente e agli animali.

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La sentenza della Corte d’Assise di Taranto scatta una fotografia alla gestione dell’Ilva da parte dei Riva fino al 2012. Ma mette anche dei punti fermi che, se confermati negli ultimi due gradi di giudizio, potrebbero avere implicazioni sul sul futuro dell’acciaieria tarantina. Sia in alcuni suoi uomini – condannati e interdetti dagli incarichi – che nell’assetto dei gestori, sul quale rischia di avere un’influenza ancor più rapida e incisiva la decisione di confiscare l’area a caldo del siderurgico. Sempre che non arrivi una conferma del Consiglio di Stato alla sentenza del Tar di Lecce che ha imposto lo spegnimento entro 60 giorni. Se il massimo organo amministrativo non dovesse cancellare la pronuncia dello scorso febbraio, la situazione si ingarbuglierebbe in tempi assai più rapidi.

Cosa succede ora? – Allo stato, infatti, la confisca disposta dalla sentenza è considerata sostanzialmente innocua, non avendo effetti immediati sulla produzione del siderurgico, perché “operativa” solo nel caso in cui venga confermata dalla Cassazione. Al momento resta attivo il sequestro con facoltà d’uso da parte di Acciaierie Italia, la join venture tra ArcelorMittal e Invitalia, che gestisce l’impianto. L’acciaieria di Taranto, come già confermato dalla Corte Costituzionale, è infatti considerata per legge un impianto strategico per l’economica dal lontano 2012, quando il gip di Taranto Patrizia Todisco dispose il sequestro senza facoltà d’uso, superato da un decreto del governo.

Quel vincolo nel contratto Invitalia-Mittal – La confisca rischia tuttavia di avere un impatto sull’accordo tra Invitalia e Mittal. Il contratto messo nero su bianco dalle sue società prevede infatti che la seconda tranche dell’investimento (Invitalia al 60% di Acciaierie Italia, Mittal al 40) sia subordinata ad alcune condizioni sospensive. L’operazione potrà procedere solo se si verificheranno la modifica del piano ambientale per tenere conto delle modifiche del nuovo piano industriale e, soprattutto, la revoca di tutti i sequestri penali riguardanti lo stabilimento di Taranto. Non solo: l’accordo è anche subordinato all’assenza di misure restrittive – nell’ambito dei procedimenti penali in cui Ilva è imputata – nei confronti di Acciaierie d’Italia Holding o di sue società controllate. Nel caso in cui le condizioni sospensive non si verificassero, la newco nata poche settimane fa non sarebbe obbligata a perfezionare l’acquisto dei rami d’azienda di Ilva e il capitale in essi investito verrebbe restituito.

L’attesa per il Consiglio di Stato – A breve, soprattutto, arriverà la pronuncia del Consiglio di Stato sulla sentenza del Tar di Lecce appellata da ArcelorMittal. Un passo che il ministro dello Sviluppo Economico Giancarlo Giorgetti ha definito fondamentale per “avere il polso della situazione”. Dopo il pronunciamento, ha detto Giorgetti, “sarà possibile capire in che quadro giuridico lo Stato, in qualità di azionista, potrà operare. Servono certezze per dare una prospettiva di crescita e sviluppo a Ilva e all’acciaio in Italia”. Il 13 febbraio, i giudici amministrativi di Lecce si sono espressi sull’appello di Arcelor, del ministero dell’Ambiente e della Prefettura di Taranto dando ragione al sindaco della città, Rinaldo Melucci, che aveva ordinato lo spegnimento dell’area a caldo. Il Tar ha confermato l’ordinanza del sindaco che imponeva la chiusura entro 60 giorni perché persiste una “situazione di grave pericolo per la salute dei cittadini” a causa di “impianti vecchi” con il “rischio che si ripetano fenomeni inquinanti”. La decisione del Tar è stata portata da ArcelorMittal davanti al Consiglio di Stato, ora chiamato a confermarla o a ribaltata. Una decisione dirimente per il futuro dell’acciaieria, proprio nel momento in cui – dopo anni di risanamento ambientale e degli impianti andati avanti a singhiozzo – l’ingresso dello Stato nella società, attraverso Invitalia, e i fondi previsti dal Recovery Plan dovrebbero dare il là a una lenta ma definitiva trasformazione del sistema produttivo del siderurgico. “Sarebbe davvero una beffa insopportabile – dicono Francesca Re David e Gianni Venturi della Fiom-Cgil – se, dopo il danno, non diventasse possibile l’approdo ad una produzione ambientalmente sostenibile dell’acciaio nell’impianto di Taranto”.

Twitter: @andtundo

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“Se avessi saputo che venivano adoperati i blocchi dei freni, i cosiddetti forchettoni, avrei fermato immediatamente l’impianto. Scoprire questo adesso è un enorme macigno sullo stomaco”. Enrico Perocchio è il direttore tecnico della funivia del Mottarone e dipendente della società altoatesina Leitner tornato in libertà per la decisione della giudice per le indagini preliminari di Verbania, Donatella Banci Buonamici, e in una intervista al quotidiano La Stampa dichiara di non aver saputo che venivano adoperati i blocchi dei freni della funivia Stresa-Mottarone che ha provocato una strage con 14 morti. “Ricorderò quella giornata di domenica per tutta la vita. Io sto male per niente, figuriamoci come sto adesso sapendo che sono morte quattordici persone. Questa è una tragedia immane. La terrò sempre nel cuore. È impossibile dimenticarla. E purtroppo io non posso fare nulla”. L’ingegnere, che è indagato insieme al gestore Luigi Nerini e capo servizio Gabriele Tadini (ai domiciliari) per rimozione o omissione dolosa di cautele contro infortuni sul lavoro aggravata, omicidio colposo plurimo le lesioni gravissime, dice che “sono stati sei giorni pesantissimi. Questa accusa è devastante. Ora sono finalmente un po’ sollevato. Torno in famiglia”.

Domenica scorsa quando la cabina si è accartocciata “ero a casa e sono partito subito per il posto dell’incidente. Io pensavo ci fossero da organizzare soccorsi, nessuno mi aveva detto cosa era accaduto. Quando me lo hanno spiegato mi sono sentito morire. ‘Non è possibile, pensavo. Se avessi saputo che venivano adoperati i blocchi dei freni, i cosiddetti forchettoni, avrei fermato immediatamente l’impianto. Scoprire questo adesso è un enorme macigno sullo stomaco. Non sapevo dei forchettoni. Se avessi saputo non avrei avallato quella scelta. Lavoro negli impianti a fune da ventuno anni e so che quelle sono cose da non fare mai, per nessuna ragione al mondo. Tutte le manutenzioni sono state fatte. Era tutto a posto. Ora vedremo le analisi sulla rottura della fune per capirne le ragioni”. Diversa la versione di Tadini che invece sostiene che tutti sapevano. Compreso il gestore Luigi Nerini che ritornato in libertà ha parlato di “un grande dispiacere” per quanto avvenuto ai giornalisti mentre al suo avvocato ha spiegato di volere pensare al risarcimenti: “Voglio andare a rendere omaggio alle vittime, voglio pensare ai risarcimenti“.

Perocchio parla anche di lui: “È un rapporto di lavoro abbastanza buono. Ritenevo onestamente che la gestione dell’impianto fosse più del capo servizio che sua”. Ma “non so quanto entrasse dentro discussioni tecniche. Io con lui avevo dialoghi legati a questioni amministrative e di regolarità dell’impianto. Se c’era un problema chiedeva che Leitner glielo risolvesse e noi glielo abbiamo sempre risolto. Non ho mai ricevuto da Nerini pressioni perché si girasse in condizioni non regolari”. Sul perché, allora, possa aver fatto quella scelta, dice: “Non sono nella sua testa, non posso saperlo. Se lo avessi saputo lo avrei bloccato prima”. In ogni caso, la rottura della fune, avverte, è un evento “rarissimo”, ma “può capitare”. Tanto che “è prevista la presenza di freni di emergenza”. Ora quindi “si farà luce su come sia potuto accadere, ma so con certezza che da noi le manutenzioni su funi e testa fusa erano a posto“. Certo è, assicura, che “se mi fosse caduto l’occhio sui forchettoni, colorati di rosso proprio per iniziativa mia, che li volevo ben visibili, li avrei fatti togliere immediatamente”. Insomma, “è stato un errore mettere i forchettoni per ovviare a un problema che si poteva o risolvere. Bastava chiudere l’esercizio uno o due giorni, basta bloccare la funivia e si risolveva il problema“.

L’inchiesta della procura di Verbania prosegue ed è probabile, come spiegato dalla procuratrice, che ci saranno nuove iscrizioni. Tra le novità le dichiarazioni dell’operaio Fabrizio Coppi (leggi l’articolo sul FattoQuotidiano): “Ho udito più volte Tadini discutere animatamente al telefono con Perocchio e Nerini poiché questi ultimi due erano contrari alla chiusura dell’impianto, nonostante la volontà di Tadini di fermarlo. Dopo alcune telefonate l’ho visto molto turbato e demoralizzato”. L’operaio ha riferito che più volte ha capito che quando sorgeva un problema tecnico il caposervizio “riferiva al direttore d’esercizio e al gestore che era necessario fermare l’impianto. Ma, nonostante questo, la volontà sia del gestore sia del direttore dell’impianto era quelle di proseguire, rimandando l’eventuale riparazione più in là nel tempo”. Altri quattro dipendenti interrogati attribuiscono la scelta di mettere o non mettere i forchettoni a Tadini. E Nerini, davanti al gip, ha negato le accuse: “Dicono che avrei avuto una ragione economica per far viaggiare la funivia a ogni costo. Ma è falso. I guadagni in questo periodo sono molto limitati. Per me sarebbe stato meglio bloccare l’impianto adesso e riparlo per non perdere la stagione estiva. Non era compito mio occuparmi della manutenzione. Io pago 128mila euro all’anno di canone proprio per questo motivo”.

Questa non è una sentenza di assoluzione, è solo una fase cautelare. Non la vivo come una sconfitta sul piano investigativo anche perché è stata accolta la nostra configurazione giuridica dei reati e quindi il nostro impianto accusatorio. Non ho mai considerato l’indagine chiusa e nemmeno in una fase avanzata. In ogni caso non finisce qui, le indagini continuano per accertare tutte le responsabilità” ha spiegato la procuratrice capo di Verbania Olimpia Bossi in un’intervista a Repubblica. Sui fermi dei tre indagati, il magistrato spiega: “Non parlerei di fretta, ma di urgenza. Il pomeriggio di martedì ci siamo trovati di fronte a una persona che ha reso piena confessione con dichiarazioni attendibili che parlavano di un gesto, quello di mettere i forchettoni ai freni, che era frutto di una scelta volontaria, deliberata e reiterata che andava avanti da oltre un mese, ma secondo i nostri riscontri anche da più tempo. Una persona che ha detto che altre persone sapevano. A quel punto abbiamo avuto la necessità di impedire che quelle persone si potessero mettere d’accordo per concordare una versione dei fatti”. La stessa procuratrice in un’intervista al Corriere della Sera nega che le scarcerazioni siano state una sconfitta: “No, è un passaggio della normale dialettica processuale. Le indagini sono appena all’inizio e proseguono nei confronti dei tre indagati per reati gravissimi. Dal punto di vista della correttezza dell’impostazione accusatoria il giudice non ha avuto nulla da obiettare”.

“Siamo spettatori, ma abbiamo fiducia in chi sta lavorando da una settimana senza sosta per ricostruire in maniera chiara quanto successo domenica scorsa, accertando eventuali colpe e responsabilità – dice la sindaca di Stresa, Marcella Severino – Non posso negare che ci sia perplessità, quasi sconcerto, nella mia comunità dopo le decisioni delle ultime ore, ma mi sembra che fino ad oggi chi sta indagando lo ha fatto con tempi molto rapidi. Sono sicura che il loro modus operandi porterà al risultato che tutti noi auspichiamo, vale a dire fare luce su una vicenda che ha toccato e sconvolto tutti noi. Siamo per altro pronti a dare agli inquirenti tutte le informazioni del caso: so che nelle ultime ore sono stati sentiti tutti i dipendenti della funivia“.

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La vittima non voleva cedere la sua tabaccheria a Ravagnese, nella zona sud di Reggio Calabria, e loro gli hanno incendiato la saracinesca. Il danneggiamento è stato ripreso dalle telecamere e proprio il video è una delle prove che ha portato il gip a emettere due ordinanze di custodia cautelare in carcere nei confronti di Antonio Morabito e Riccardo D’Anna.
L’operazione “La fabbrica dei cornetti” che ha portato all’arresto dei due indagati, è scattata stamattina all’alba. Sono accusati di tentata estorsione, danneggiamento mediante incendio, detenzione e porto in luogo pubblico di arma da sparo. Tutti reati aggravati dall’agevolazione alla ‘ndrangheta.
Il solo Antonio Morabito, invece, è accusato anche di associazione mafiosa perché ritenuto espressione della cosca Ficara-Latella. Coordinata dal procuratore Giovanni Bombardieri e i pm Walter Ignazitto e Nicola De Caria, l’inchiesta ha fatto luce non solo sulla tentata estorsione al tabaccaio di Ravagnese ma ha dimostrato come l’indagato Morabito fosse in grado di procurarsi clandestinamente armi da sparo. Oltre agli arresti, la Dda ha sequestro due imprese, che hanno un valore di due milioni di euro, operanti nel settore della produzione e vendita di prodotti dolciari e della panificazione.

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Un concerto a 18 dollari per i vaccinati contro il Covid ma a 999,99 dollari per chi non lo è: è l’ultimo incentivo lanciato negli Usa per rafforzare la campagna di immunizzazione. Succede a San Pietroburgo, Florida, dove la Leadfoot Promotions ha messo in vendita a prezzi clamorosamente differenziati i biglietti per il concerto del 26 giugno delle punk band Teenage BottleRocket, MakeWar e Rutterkin. Solo chi è in grado di mostrare la prova di essersi vaccinato potrà acquistare il ticket per 18 dollari e l’iniziativa, ovviamente, sta facendo molto discutere.

“Noi non vi diciamo che cosa dovete fare, abbiamo preso una decisione commerciale e lasciamo decidere al mercato”, ha spiegato Paul Williams, autore dell’idea. “Se qualcuno viene senza essere vaccinato, impaurisce un grande numero di clienti e dunque dovrà pagare la differenza – ha aggiunto -. Ma volevamo anche che fosse un incentivo per chi esita a farsi vaccinare”. Molti Stati americani e imprese private stanno facendo a gara con gli incentivi per espandere la campagna vaccinale, dalle birre gratis a premio milionari nelle lotterie, ma forse 1000 euro per un concerto (oltretutto di band dalla fama non certo mondiale) sono semplicemente un’esagerazione piuttosto che un incentivo all’immunizzazione.

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Dal 2000 a oggi, l’Eurolega ha un uomo al comando. Si chiama Jordi Bertomeu, avvocato, classe 1959. Il nome ne tradisce le origini (è nato a Barcellona), e dopo essere stato per molti anni segretario generale e poi vice presidente della ACB (la lega spagnola di pallacanestro) è stato designato come presidente e amministratore delegato di quella che è a tutti gli effetti la prima lega sportiva “privata” a livello europeo. Appena terminata la ventunesima stagione della propria storia con la Final Four di Colonia (trasmessa in 140 Paesi e anche su TikTok in USA e Canada, prima lega di basket al mondo su questa piattaforma), Bertomeu ha avuto un lungo colloquio con la stampa e di argomenti sul piatto ce ne sono stati molti, non tutti (o non solo) connessi esclusivamente al parquet: pandemia e sostenibilità, ristrutturazione del sistema sportivo, un inevitabile cenno a quanto accaduto nel calcio con la rivoluzione fallita della Superlega, una competizione che in tanti hanno visto come una replica del modello già attuato dai “colleghi” cestisti molti anni prima.

“Super League? Non si è discusso nel merito” – Dalla nascita del G14 del calcio, Bertomeu ha avuto frequenti incontri con club di altissimo livello “anche perché -ricorda – della nostra Lega fanno parte dei club molti importanti anche in ambito calcistico”. Su tutti Real Madrid, Barcellona, Bayern Monaco, ma non solo loro. “Quello sulla SuperLega è un dibattito che si ripropone periodicamente, anche se non è detto che qualcosa che funziona per noi vada bene anche per loro. Una sostanziale differenza, ad esempio, è il potenziale economico, di interesse e distribuzione di molti campionati nazionali, rispetto al basket”, prosegue Bertomeu. “Quello che ho trovato interessante, però, è che il dibattito si è chiuso senza entrare minimamente nel merito: le istituzioni sportive hanno parlato solamente di tradizioni e valori universali, ma ci sarebbero tante domande da fare alle stesse persone che li hanno sbandierati, se pensiamo soprattutto agli ultimi dieci anni. Io penso che un dibattito serio su questi argomenti si debba affrontare. Il mondo cambia, l’industria dell’intrattenimento cambia, l’unica cosa che sembra non si possa cambiare è un sistema sportivo nato nel secondo dopoguerra”.

Il confronto con la Fiba, l’Uefa del basket – Di sicuro non si può dire che l’Eurolega e Bertomeu, a questo tipo di dibattiti non siano abituati, e sono discorsi che si sono inaspriti in modo particolare dalla nascita della Basketball Champions League (organizzata dalla FIBA, l’equivalente dell’Uefa nel calcio): “Un progetto nato con l’intento di sostituire l’Eurolega, ma che i nostri club hanno rifiutato. Nel 2014 abbiamo presentato un progetto per definire una piramide che avesse un senso, insieme alle leghe nazionali”. Ovvero: “Licenze permanenti per i club fondatori di ECA (Euroleague Commercial Asseets), accesso all’Eurocup dai campionati nazionali, perché l’Eurolega è sempre più esigente sia in termini di qualità sul campo che di struttura organizzativa dei club. L’Eurocup era un filtro ideale”. La nascita della Basketball Champions League, dice Bertomeu, è “assolutamente legittima” ma “ha modificato questo paradigma, così come è legittimo che questa competizione offra contratti pluriennali ai club andando ad aggredire lo stesso mercato dell’Eurocup. È la concorrenza”. C’è un perno al quale l’Eurolega non intende rinunciare: “Quello che noi non vogliamo è l’instabilità: la pandemia ci ha dato incertezze a ogni livello, per questo l’Eurocup sarà rimodellata sul sistema delle licenze per garantire maggiore serenità di programmazione a tutti i club che ne faranno parte, garantendo comunque un numero di accessi attraverso la qualificazione sportiva”.

Il nuovo progetto e il mercato italiano – I club di Eurocup saranno 20 in tutto nella prossima stagione (16 con licenza triennale, per l’Italia ci saranno Virtus Bologna, Venezia e Trento), mentre l’Eurolega si appresta ad accogliere in via permanente tra le sue 18 formazioni l’ASVEL Villeurbanne (periferia di Lione, club in mano all’ex stella dei San Antonio Spurs Tony Parker) e Bayern Monaco, che ha rifiutato il progetto privato nel calcio, mentre l’Alba Berlino avrà una licenza pluriennale. “Fatto questo”, spiega Bertomeu, “ci concentreremo su altri club da coinvolgere: l’Italia sarà sempre un mercato importantissimo per noi ed esiste una candidata molto forte per una licenza che non ho bisogno di ricordare (la Virtus Bologna, ndr), così come la Russia rappresenta per noi un bacino molto importante”. Non casuale, in questo senso, la wild card assegnata per la stagione 2020-21 allo Zenit San Pietroburgo, che potrebbe essere confermata anche per la prossima stagione.

“La qualità non va a braccetto con la quantità” – Tutto questo sembra stonare con l’annoso dibattito sul “merito sportivo” che tanto piace a una certa retorica. Poi ci sono i conti, e se il piatto piange il romanticismo si trasforma in tragedia. In alcuni casi succede anche ad altissimo livello (è lo stesso Bertomeu a ricordare la crisi attuale dei russi del Khimki o i molti club che dal 2000 a oggi sono spariti dall’Eurolega, se non scomparsi del tutto), e allora eccola la parola nuova che fino a un anno e mezzo fa si fingeva non esistesse: sostenibilità. In questo senso l’Eurolega è lontana dalla perfezione, ma se c’è una possibilità di porre rimedio a questo è agire, appunto, da “lega”. Chiusa o quasi, quando necessario. “La qualità non va spesso a braccetto con la quantità, e il concetto di lega chiusa è presente da molto prima che nascesse l’Eurolega, negli intendimenti dei club. Noi non lo siamo mai stati, le modalità di accesso sono cambiate tante volte”, sottolinea Bertomeu.

Le “regole comuni” per migliorare il business – Oggi chi entra a far parte dell’Eurolega deve avere determinati requisiti perché, spiega, “altrimenti danneggia tutto il sistema” che “invece vogliamo assolutamente proteggere”. Su questo, assicura, tutti i club “sono concordi: servono delle regole comuni per migliorare il nostro business”. Il che, aggiunge, “non significa solamente trovare nuove risorse, perché non è soltanto trovando più soldi che i problemi si risolvono”. “Spendere il 70% di un budget sul monte ingaggi dei giocatori, ad esempio, è oramai impensabile. Abbiamo già un regolamento sul fair play finanziario ma vogliamo ulteriormente migliorarlo, così come siamo costantemente in contatto con il sindacato dei giocatori (Euroleague Players Association) per migliorare le condizioni di lavoro nella lega più competitiva d’Europa, ragionando anche su un contratto collettivo non solo per regolamentare gli stipendi ma anche il ruolo dei procuratori”.

L’impatto della pandemia: “Coltivare nuove idee” – Possibile? Utopia? Nel mondo globalizzato forse se ne può parlare, anche se si tratta di mettere insieme – ad esempio – stakeholder che rispondono a regimi fiscali molto diversi tra di loro. Ma un tentativo va fatto, se l’obiettivo è la stabilità oltre a una sostenibilità reale e non solamente dichiarata. Per farlo, naturalmente, ci sarà bisogno di ritrovare il pubblico: la Final Four di Colonia, per fare un esempio, è costata attorno a 6 milioni di euro e la mancanza di incassi non può permettere di compensare. “L’impatto della pandemia è stato enorme a vari livelli di intensità: oggi servono risposte urgenti a domande che due anni fa nessuno pensava di farsi, a partire dalla costruzione di un budget senza sapere quando e se il pubblico potrà tornare”, fa notare Bertomeu. “Sicuramente ci aspettiamo che dalla prossima stagione ci sarà, ovviamente non subito con il massimo della capienza, e dal nostro punto di vista lavoriamo con il conforto dei numeri – spiega – Nessuno, nel basket europeo, produce i nostri numeri per bacino di utenza, incassi e qualità delle partite. Continueremo ad avere idee, di quelle siamo pieni”.

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È morto all’età di 58 anni Joe Lara, star del film “Tarzan a Manhattan” (1989) e della serie tv “Tarzan – La grande avventura” (1996-1997). L’attore statunitense si è schiantato sabato 29 maggio con il suo aereo privato vicino a Nashville, negli Usa: a dare la notizia è “The Hollywood Reporter” citando le autorità federali dello Stato del Tennessee. Joe Lara si trovava a bordo assieme a sua moglie e altre cinque persone: nessuno di loro è sopravvissuto.

Il velivolo, un Cessna C501, è precipitato nel lago Percy Priest vicino a Smyrna, nel Tennessee, dopo essere decollato dall’aeroporto Smyrna Rutherford County verso le 11 del mattino, come ha dichiarato la Federal Aviation Administration in una nota. L’aereo era diretto all’aeroporto internazionale di Palm Beach in Florida. Le squadre di soccorso della contea di Rutherford hanno lavorato per tutta la notte tra sabato e domenica ma non sono stati trovati sopravvissuti. “I nostri sforzi sono passati dall’iniziale speranza di salvataggio al recupero dei cadaveri“, ha detto un portavoce che ha coordinato i soccorsi. A bordo c’era anche la moglie dell’attore, Gwen Shamblin Lara, 66 anni, autrice e guru della dieta di ispirazione cristiana ‘The Weigh Down Workshop’ e della Remnant Fellowship Church. La coppia si era sposata nel 2018.

Nato a San Diego, in California, il 2 febbraio 1962, William Joseph Lara ha iniziato la carriera come modello prima di ottenere, come debuttante, il ruolo principale nel film della Cbs del 1989 “Tarzan a Manhattan“, che vedeva in azione il re della giungla a New York. Ha poi interpretato il personaggio creato da Edgar Rice Burroughs nella serie tv “Tarzan – La grande avventura“. Joe Lara è apparso anche in film d’azione come “Bersaglio di mezzanotte” (1992), “Il guerriero di acciaio” (1993), “Final Equinox” (1995) e “Il giorno del giudizio” (2000) e in serie tv tra cui “Baywatch” e “Conan“. La coppia viveva a Brentwood, nel Tennessee: lasciano la figlia Liana.

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La tragedia di Mottarone non è stata per nulla un evento casuale o dovuto alla fatalità. Quattordici persone che volevano trascorrere una lieta giornata sui monti sono morte perché il caposervizio della funivia aveva dolosamente rimosso uno dei dispositivi destinati a garantire la sicurezza. Un avvenimento tragico ed emblematico perché più di mille discorsi illustra adeguatamente lo stato d’animo prevalente della sciagurata Italia di oggi, segnato dall’ansia del profitto e della competizione tra i soggetti economici che, come tutti, hanno sofferto per effetto della pandemia e delle limitazioni che ha imposto alla nostra vita quotidiana e vogliono oggi, come si ripete, “tornare a correre”.

Attenzione però. Si tratta di una corsa che per certi versi ricorda quella delle pecore verso il precipizio. Siamo tutti ben consapevoli che la liquidazione di Giuseppe Conte utilizzando il guastatore Matteo Renzi e la costituzione del Governo Draghi sono stati dei passaggi chiave per il pieno ripristino del dominio del capitale sul Paese, anche in vista dell’ottenimento e dell’utilizzo dei fondi europei ottenuti da Conte che ha avuto il merito di innovare entro certi limiti il tradizionale approccio subalterno dell’Italia nei confronti dell’Europa.

I risultati sono sotto gli occhi di tutti. L’atteggiamento nei confronti della classe operaia è ben rappresentato dal prossimo sblocco dei licenziamenti e dell’aumento degli omicidi bianchi, quello nei confronti dell’ambiente dalla riproposizione del ponte sullo Stretto, quello nei confronti dei migranti dal fallimento della sanatoria, l’esasperato atlantismo dalla passività nei confronti delle tragedie che riguardano i popoli vicini, a partire da quello curdo e da quello palestinese, e quelli lontani, come i colombiani. Per non parlare di dettagli come la riconsegna dei vitalizi a corrotti e condannati, e altro.

Insomma, siamo di fronte a un bilancio del tutto fallimentare, se si assume il punto di vista della maggioranza del popolo italiano, e non quello della Confindustria, di altri gruppi di potere, sia nazionali che internazionali, delle lobby e dei politicanti.

Un tratto caratteristico di questo governo è l’eccezionale ampiezza del sostegno parlamentare e partitico, che, in queste dimensioni, costituisce un fatto senza precedenti nella nostra storia. Praticamente non esiste un’opposizione, dato che quella proclamata da Fratelli d’Italia non è di fatto tale, ma costituisce anzi la conseguenza di un’astuta strategia della destra che, con Giorgetti, Berlusconi e Salvini, sta lucrando ogni possibile vantaggio dalla sua partecipazione al governo, mentre con Giorgia Meloni si atteggia, per l’appunto, ad opposizione. Marciano divisi, ma colpiranno uniti.

Quello che rimane della sinistra italiana è stato invece risucchiato dal governo Draghi, ovvero risulta frammentato in una miriade di gruppetti. Ma sempre più vasta è l’area della disaffezione e dello sconcerto. Migliaia di giovani che hanno percorso le strade di Roma nella manifestazione che si è svolta sabato scorso, 22 maggio, su convocazione delle Unità sindacali di base e di altre componenti della galassia della sinistra, indirizzavano a Draghi un classico impropero della lingua italiana, che era stato impropriamente confiscato dal comico, oggi arenatosi proprio sul governo Draghi, dopo aver imperdonabilmente scambiato, fra l’altro, il ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani per un ambientalista.

La fine palese dell’equivoco del grillismo potrebbe quindi aprire la strada alla ricostruzione della sinistra. Ma c’è un altro enorme equivoco della storia che va chiarito, si tratta del Partito democratico. Chiarire definitivamente il rapporto col Pd, pienamente corresponsabile oggi delle malefatte del governo Draghi, così come lo è stato, praticamente dalla sua fondazione, degli altri governi che lo hanno preceduto i quali, fossero di centrodestra o di centrosinistra, non si sono differenziati granché tra di loro sulle questioni di fondo. E non bastano certo le recenti estemporanee battute di Enrico Letta e di altri sulla tassazione delle eredità o sullo Ius soli a colmare l’assenza evidente di una strategia organica di trasformazione sociale.

Il dramma della sinistra, il dramma della politica, il dramma dell’Italia è oggi costituito in buona misura dall’esistenza di una cricca di politicanti che hanno confiscato, avvilendola, ogni aspirazione di cambiamento. Il nostro Paese si trova in una situazione di decadenza e frustrazione anche e soprattutto per questo motivo. Prenderne atto senza infingimenti costituisce un primo necessario passo per uscire dal pantano.

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Sardegna, Friuli Venezia Giulia e Molise tornano in zona bianca. Nelle tre Regioni si torna quindi a poter tirare tardi la sera, perché cade il coprifuoco. E sarà possibile anche svolgere attività al chiuso, con l’anticipo di un giorno per bar e ristoranti che, per il decreto Riaperture, torneranno a servire nelle sale interne da martedì 1 giugno anche in zona gialla. Ma le novità per le tre aree del Paese non finiscono qui: pur restano vietati assembramenti e rimanendo l’obbligo di mascherina al chiuso e all’aperto, riprendono le attività di parchi tematici e divertimento, riaprono le piscine e le attività termali anche al chiuso con prescrizioni sul numero di persone che possono contemporaneamente essere in acqua.

Possibile anche organizzare feste private per celebrare cerimonie civili e/o religiose all’aperto e – con il limite di un numero di presenze contemporanee non superiore ad una persona ogni 20 metri cubi d’aria ed un tasso di ricambio dell’aria non inferiore a 0,5 – al chiuso. Via libera anche alle fiere (comprese sagre e fiere locali), sale giochi e scommesse, sale bingo, centri culturali, centri sociali e centri ricreativi, mentre riprendono anche corsi di formazione. Restano invece chiuse al ballo le discoteche che potranno però erogare i servizi di bar e ristorazione.

In Sardegna, la novità principale riguarda una sorta di green pass per calcolare il numero presenti, in piscine, feste e ristoranti: non si computano infatti coloro che hanno il certificato di vaccinazione (“doppia inoculazione per vaccini Pfizer, Moderna e AstraZeneca, unica inoculazione per Janssen”) o chi ha superato l’infezione da Sars-CoV2 da non oltre sei mesi o coloro che hanno fatto un tampone molecolare e antigenico con esito negativo “da non oltre 48 ore”.

Da martedì 1 giugno il servizio al chiuso in bar e ristoranti riprende anche in zona gialla, quindi in tutte le altre Regioni. Dove però resta in vigore il coprifuoco: ancora per una settimana alle 23 tutti a casa. I locali dovranno chiudere e non sarà possibile rimanere in giro se non per motivi di lavoro, urgenza o necessità. Tuttavia dal 7 giugno il termine slitta di un’ora a mezzanotte e cadrà definitamente cadere il 21 giugno in ogni parte del Paese che, se i dati verranno confermati nelle prossime settimane, a quel punto dovrebbe essere tutto in zona bianca.

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“Commissariamento dell’Anpal? Una scelta inevitabile”, così il direttore de IlFattoquotidiano.it intervenendo durante Non è l’Arena, su La7 sul commissariamento dell’agenzia del lavoro che ha causato la cacciata del presidente Mimmo Parisi. “C’è la questione del doppio incarico che secondo me grida vendetta – aggiunge Gomez – Nel senso che o fai il professore o lavori per lo stato”. Il nuovo commissario, secondo Gomez, “suderà sette camicie” perché l’Anpal “era stata inventata da Matteo Renzi pensando che il referendum costituzionale gli desse ragione” e quindi diventasse l’agenzia che “al centro dell’Italia si occupasse di tutti i dipendenti”, invece l’agenzia deve “‘trattare’ sostanzialmente con le singole regioni”.

L’esempio che fa Gomez è quello della Campania: “De Luca non voleva utilizzare i navigator”. Il problema però è soprattutto un altro: “In Germania nei centri per l’impiego ci sono 100mila persone che lavorano, in Francia tra i 60 e i 70mila, in Italia, compresi i navigator siamo attorno ai 13mila – conclude – Con questo personale si può fare qualcosa ma non abbastanza”.

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Ci sono sette cose importanti da sapere per comprendere le novità del processo all’Ilva gestita dai Riva.

Riassumerò queste sette cose con sette parole.

1. DIOSSINA. Le indagini nascono dopo un esposto sulla diossina presentato alla Procura della Repubblica nel febbraio del 2008 da PeaceLink. Nell’esposto si allegano le analisi di un pezzo di pecorino di pecore e capre che avevano pascolato attorno all’Ilva. La diossina è cancerogena (IARC classe I) ed entra nella catena alimentare. Questo processo per la prima volta si occupa della contaminazione della catena alimentare, portando l’attenzione su un reato di particolare gravità: avvelenamento di acque o di sostanze alimentari (art. 439 del codice penale). La diossina si forma chimicamente in un impianto che è definito “impianto di sinterizzazione” (o di “agglomerazione”). L’Ilva di Taranto è dotata del più grande impianto di agglomerazione d’Europa, con un camino alto 212 metri (il camino E-312).

2. BENZO(A)PIRENE. Anche il benzo(a)pirene è un cancerogeno (IARC classe I) ma proviene dalla cokeria dell’Ilva. Nel 2009 e 2010, superando i limiti di legge, è stata al centro del processo, assieme alla diossina.

3. COZZE. Nel 2011 le associazioni Fondo Antidiossina e PeaceLink denunciano il superamento dei limiti di legge delle diossine nel simbolo e nel vanto gastronomico della città di Taranto: la cozza. Come per il pecorino, anche per le cozze i controlli degli enti sanitari hanno dato ragione agli ambientalisti, confermando i superamenti dei limiti di legge. Anche questo filone di indagini è entrato nel processo.

4. AIA. L’Aia è l’Autorizzazione Integrata Ambientale che avrebbe dovuto imporre prescrizioni severe all’Ilva assieme all’adozione delle migliori tecnologie disponibili. E invece nel 2011 l’Aia viene rilasciata dalla ministra Stefania Prestigiacomo con prescrizioni così blande che l’anno successivo, alla luce delle indagini di “Ambiente Svenduto”, viene riscritta per gli impianti dell’area a caldo.

5. AREA A CALDO. L’Ilva si compone di due parti: l’area a caldo e l’area a freddo. La prima comprende le fasi di “cottura” del minerale di ferro (impianto di sinterizzazione) e di trasformazione del carbone in carbon coke (cokeria); la successiva fase è quella della produzione della ghisa negli altoforni a cui segue la trasformazione in acciaio e il confezionalento delle bramme (grandi “lingotti” di acciaio). Qui finisce l’area a caldo (la più inquinante) e da qui comincia l’area a freddo che trasforma l’acciaio nei prodotti finiti (come laminati piani e tubi). L’Ilva di Genova ha solo l’area a freddo. L’Ilva di Taranto ha l’area a caldo e l’area a freddo.

6. PERIZIA EPIDEMIOLOGICA. E’ la perizia chiave del processo, realizzata dal dott. Francesco Forastiere. Nella perizia è stato costruito un modello concettuale causa/effetto fra le emissioni industriali e gli effetti sanitari.

7. POLITICA. La grande novità di questo processo è che ha toccato anche la politica. E in particolare la sinistra. Senza entrare nel merito delle singole situazioni, è ragionevole chiedersi come mai sia stata la magistratura a mettere sotto accusa l’Ilva e non la sinistra, all’interno della quale si sono stati coltivati buoni rapporti, persino di stima, con Riva.

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Centinaia di domande irregolari presentate da residenti nell’area nord della provincia di Napoli e 19 persone a Vicenza e provincia denunciate per indebita percezione e per avere dichiarato il falso. In entrambi i casi si tratta di individui che ricevevano illecitamente il reddito di cittadinanza. Nel capoluogo campano sono stati segnalati all’autorità giudiziaria 298 soggetti: in molti casi si trattava di persone destinatarie di provvedimenti giudiziari che per legge fanno venir meno i requisiti per ricevere la misura di sostegno. Il danno è stato quantificato dall’Inps di Afragola (Napoli) in circa 2,5 milioni di euro, mentre per i responsabili è scattata la revoca del sussidio e la denuncia per truffa ai danni dello Stato. Tra i 19 denunciati a Vicenza, invece, ci sono il legale rappresentante di un’azienda, intestatario anche di due immobili, due titolari di ditte individuali residenti in insediamenti nomadi, scommettitori in giochi e un beneficiario che sta scontando una pena in carcere.

Vicenza – Individuati dalla guardia di finanza 19 casi di persone che ricevevano illecitamente il reddito di cittadinanza e che in totale devono 159.997 mila euro. Tre di loro percepivano il reddito di cittadinanza senza dichiarare lo stato di restrizione personale di componenti dei rispettivi nuclei familiari. Sette soggetti avevano dichiarato il falso in merito alla residenza. L’attività di investigazione riguarda tutta la provincia: della provincia, in particolare: Vicenza, Bassano del Grappa, Schio, Montecchio Maggiore, Rosà, Valdagno, Roana, Poiana Maggiore, Carrè, Velo D’Astico e Valli del Pasubio. Tra le persone denunciate ce ne sono anche due che non hanno comunicato corpose vincite di denaro. Elemento, questo, che va ad influire sui criteri di elargizione della misura di sostegno. In particolare, in un primo caso è stata segnalata una donna di origini campane, ma residente nel vicentino, il cui nucleo familiare risultava composto da dieci persone. Le indagini hanno fatto emergere la mancata comunicazione di vincite di danaro, oltre la soglia limite prevista, di alcuni tra i componenti il nucleo familiare, nonché l’omessa comunicazione che uno dei familiari è sottoposto a misura cautelare in carcere, condizione di immediata sospensione del beneficio. Le Fiamme Gialle hanno dunque disposto il sequestro di oltre 17mila euro. L’altra fortunata vincitrice non ha dichiarato corpose somme di denaro frutto di giochi online.

Napoli – Il Comando Provinciale della Guardia di Finanza ha denunciato 298 soggetti che avrebbero percepito il reddito di cittadinanza, nonostante la presenza di cause ostative. È stato rilevato, per il periodo settembre 2020 -maggio 2021, che molte domande comprendevano persone destinatarie di provvedimenti giudiziari che per legge fanno venir meno i requisiti per la percezione del sussidio. Il danno è stato quantificato dall’Inps di Afragola (Napoli) in circa 2,5 milioni di euro, mentre per i responsabili è scattata la revoca della somma e la denuncia per truffa ai danni dello Stato. Dai successivi approfondimenti sulle singole posizioni, inoltre, le Fiamme Gialle hanno individuato anche 8 richiedenti che, oltre ad aver indebitamente percepito somme non spettanti, sono addirittura evasi dagli arresti domiciliari per raggiungere i centri di assistenza fiscale e presentare domande per il RdC. Emblematico poi quanto riscontrato dalle Fiamme Gialle presso un centro di assistenza fiscale di Frattamaggiore, dove è stata recuperata l’istanza di una persona che, nel momento in cui risultava aver presentato la domanda, in realtà era detenuto presso il carcere di Santa Maria Capua Vetere (Caserta). Dai successivi approfondimenti sulle singole posizioni, inoltre, le Fiamme Gialle hanno individuato anche 8 richiedenti che, oltre ad aver indebitamente percepito somme che non gli spettavano, erano addirittura evasi dagli arresti domiciliari per raggiungere i centri di assistenza fiscale e presentare le domande per il reddito.

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Circa un italiano su cinque ha completato il ciclo vaccinale contro il Covid-19, per un totale di 11.871.163 persone totalmente coperte. Le dosi somministrate sono quasi 34 milioni e mezzo, su 36.702.939 farmaci consegnati. La regione più virtuosa è l’Umbria. Se si guarda ai numeri assoluti, in testa per somministrazioni sono Lombardia, Lazio e Marche



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Ormai, l’espressione “grande reset” è diventata un vero e proprio topos della post-modernità. Anzi, un topos dell’epoca post-Covid. È il titolo di una nuova trama: dove si racconta di come sarà più bello, più verde, più giusto, più inclusivo il futuro. Un “topos” è, per definizione, un “luogo comune”. E il grande reset può considerarsi il luogo comune per eccellenza: sembra essere, infatti, la chiave di accensione per fare del mondo un “luogo” gioiosamente condiviso da tutti i suoi abitanti, o quasi. Ovvero il biglietto di ingresso per il rinnovato pianeta in cui vivremo, felici e contenti, fra dieci o vent’anni. Quando, cioè, la “nuova normalità” post-pandemica non solo l’avremo digerita definitivamente, ma addirittura – stando perlomeno ai cantori delle meraviglie del grande reset – la ameremo.

Il progetto prevede, in sintesi, di trasformare la crisi pandemica in una “opportunità”: in vista di un pianeta più vivibile, di una società più equa, di infrastrutture compiutamente digitalizzate e integrate grazie ai prodigi della quarta rivoluzione industriale. Tutto bene, dunque? Fino a un certo punto. Ma non vogliamo qui aprire un dibattito su eventuali trame nascoste sottese all’iniziativa dei promotori, e dei propugnatori, di questo “azzeramento” del mondo attuale. Facciamo pure finta che sia tutto trasparente, tutto alla luce del sole.

In fondo, a chi non è mai capitato di pensare che l’attuale modello socio-economico degli affari, della finanza, delle relazioni internazionali meriterebbe una bella rassettata? Chi non ha avuto almeno una volta sulla punta della lingua le memorabili parole del grande Gino Bartali: “Gli è tutto sbagliato, l’è tutto da rifare”? Forse, solo chi non ha letto gli ultimi report dell’Oxfam. Secondo i quali, grossomodo, l’un per cento della popolazione mondiale detiene tanto patrimonio quanto il novantanove per cento residuo.

Ben venga, alla buon’ora, un grande reset, si potrebbe dire. Finalmente un cambiamento “epocale”, una rivoluzione autentica, all’insegna della giustizia sociale e delle istanze popolari – non necessariamente “populiste” – di equità, solidarietà e ridistribuzione. Che problema c’è, direte? Per esempio che le rivoluzioni, di solito, le fanno le classi svantaggiate e le subiscono le classi dominanti. Perlomeno se stiamo a Marx, uno che di rivoluzioni se ne intendeva. E che magari ha sbagliato un sacco di previsioni, ma ci ha azzeccato, se non altro, nel prevedere l’avvento di un capitalismo ipertrofico e onnivoro. Un sistema in cui entità oligopolistiche sempre più concentrate, e potenti, avrebbero finito per divorarsi a vicenda. Non sembra, dopotutto, una polaroid così sfuocata della nostra era attuale.

E allora, se ragioniamo in una logica marxiana – diciamo pure da una prospettiva di lotta di classe, per usare una locuzione ormai obsoleta – dovremmo forse dare un’occhiata agli ideatori (e già che ci siamo anche ai piazzisti) del grande reset. Altrimenti detto: da chi prende il via la Rivoluzione “sociale”, oltre che verde e digitale, del XXI secolo?

Dal World Economic Forum, una fondazione con sede a Cologny, vicino a Ginevra, in Svizzera, sorta nel 1971 su impulso dell’economista ed accademico Klaus Schwab. Al suo tradizionale meeting invernale di Davos partecipavano originariamente – e sono tuttora gli ospiti più graditi – le teste d’uovo della crème de la crème del capitalismo globale. Per capirci, all’ultimo raduno (tenutosi dal 26 al 29 gennaio scorso) c’erano, tra gli altri, il numero uno di Volkswagen, Herbert Diess, il presidente e ceo di Goldman Sachs, David Solomon, e decine di altri plurimiliardari, leader di multinazionali e colossi bancari.

Ecco, questo è il parterre di menti “elevate” dal cui grembo è germogliato, e nel cui contesto ha attecchito, il meraviglioso piano del “grande reset”: azzerare questo balordissimo mondo fondato sulla disuguaglianza e sull’ingiustizia e rifarne da capo uno più accogliente, anzi – come amano dire lorsignori, tra una tartina al caviale e una coppa di champagne degustati da uno chalet con vista alpina – più “resiliente”.

Ora, chiedetevi: un progetto di “ri-creazione” più equa dell’intera società umana può credibilmente venire da coloro i quali appartengono, a pieno titolo, a quell’un per cento di privilegiati di cui parlano le statistiche Oxfam succitate? Un po’ come una Rivoluzione francese realizzata da clero e nobiltà, per così dire. Eppure, non pochi “progressisti” applaudono come una svolta straordinaria – per un mondo più smart, più partecipato e (dimenticavo) più verde – la lotta dura e senza paura contro tutte le povertà sponsorizzata dai miliardari di Davos.

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Per chi si oppone al dominio del gruppo armato huthi nelle zone dello Yemen sotto il suo controllo, non c’è scampo: attivisti politici, giornalisti, credenti di religioni minoritarie vengono arrestati, condannati e, una volta rilasciati, espulsi o esiliati in altre zone del paese.

Un rapporto di Amnesty International racconta le vicende di 12 yemeniti – sette giornalisti, un funzionario civile e quattro fedeli baha’i – rilasciati nell’ottobre 2020 dopo anni di carcere a seguito di un accordo politico con gli huthi negoziato dalle Nazioni Unite e dal Comitato internazionale della Croce Rossa che aveva riguardato 1056 detenuti, quasi tutti ex combattenti.

I resoconti forniti ad Amnesty International dai 12 ex detenuti sono agghiaccianti: pestaggi, scariche elettriche, obbligo di rimanere a lungo in posizioni dolorose, minacce di morte, estenuanti periodi di isolamento, diniego di cure mediche.

I baha’i sono stati espulsi dallo Yemen, gli altri sono stati obbligati all’esilio in altre parti del paese controllate dal governo riconosciuto a livello internazionale. Tutti separati dalle loro famiglie.

Era già successo mesi prima. Il 30 luglio 2020, sei baha’i erano stati rilasciati dopo sette anni di carcere, portati direttamente all’aeroporto della capitale San’a e fatti salire a bordo di un aereo delle Nazioni Unite diretto in Etiopia.

Non è ancora terminato l’incubo di un gruppo di giornalisti condannati a morte per avere, secondo un tribunale huthi, passato informazioni al nemico (la coalizione guidata dall’Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti che nel marzo 2015 ha avviato una campagna militare contro gli huthi). Potrebbero rientrare anche loro in qualche negoziato per lo scambio di prigionieri.

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L’Autorità garante della concorrenza ha aperto un’istruttoria nei confronti della società BAT Italia e degli influencer Stefano De Martino, Cecilia Rodriguez e Stefano Sala: i tre personaggi, legati da un rapporto commerciale con BAT, avrebbero divulgato sui rispettivi profili Instagram post contenenti l’invito ai follower a pubblicare contenuti con tag e hashtag collegati alla campagna pubblicitaria del prodotto Glo Hyper, dispositivo per il tabacco riscaldato prodotto e commercializzato dalla società.

L’esortazione di De Martino, Rodriguez e Sala, spiega l’Autorità in una nota, “appare volta a moltiplicare su Instagram i post che rinviano al marchio Glo Hyper, in modo da promuovere la visibilità del dispositivo, coerentemente al rapporto commerciale che lega gli influencer al titolare del marchio. L’effetto pubblicitario ottenuto dai professionisti – e derivante dai tag al marchio e dagli hashtag – non è tuttavia riconoscibile nella sua natura commerciale perché non sono presenti avvertenze grafiche o testuali che consentano di identificarne la finalità promozionale”.

Giovedì 27 maggio, prosegue la nota, sono stati eseguiti accertamenti ispettivi nella sede di Bat da parte del Nucleo Speciale Antitrust della Guardia di Finanza. L’intervento si inserisce nell’ambito di un filone di indagine che, seguendo le evoluzioni delle tecniche di marketing adottate sui social media, punta a colpire le comunicazioni apparentemente neutrali e disinteressate ma in realtà strumentali a promuovere un prodotto e, come tali, in grado di influenzare le scelte del consumatore. L’Autorità sottolinea di aver più volte ricordato – nei precedenti interventi istruttori e di moral suasion relativi a varie forme di pubblicità occulta sui social media – che la pubblicità deve essere chiaramente riconoscibile ed ha stabilito che il divieto generale di pubblicità occulta ha portata generale e deve perciò essere applicato anche alle comunicazioni diffuse dagli influencer tramite social network.

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L’ammiraglia di casa DS è un’auto raffinata, che ha come obiettivo quello di portare il lusso francese nel mondo dell’automotive. Del resto, per posizionarsi nel segmento premium, dove spopolano le tedesche, la maison francese doveva alzare l’asticella, specialmente in un mercato di nicchia come quello delle berline. Un’operazione necessaria anche per posizionare il brand sull’elettrificazione, visto che la DS9 in Italia arriverà solo ibrida plug-in.

Anche se bisognerebbe citarne uno francese, è un grande stilista italiano come Valentino a dire che “l’eleganza è l’equilibrio tra proporzioni, emozione e sorpresa” e la DS9 è un’auto molto elegante che ha tutte queste caratteristiche, con in più un forte senso del patriottismo.

Questa berlina lunga 4,93 m, larga 1,93 m e alta 1,46 ha linee armoniose e proporzionate, con il tetto molto inclinato al posteriore, in stile fastback. E riesce ad emozionare anche per il comfort che sa regalare. L’ammiraglia inaugura la piattaforma EMP2 e ha un passo, mai raggiunto prima su questo pianale, di 2,90 m che garantisce una grande abitabilità per i passeggeri posteriori.

Già esternamente sono molti i dettagli che richiamano i gioielli più preziosi. Ad esempio il frontale con la calandra a effetto diamantato tridimensionale, incorniciato dalle DS Wings, un simbolo del brand. Sul cofano poi c’è una sottile fascia metallica che parte dal parabrezza e arriva al logo DS al centro della calandra con la lavorazione guilloché Clous de Paris. Una tecnica storica degli artigiani francesi usata per gli interni di DS Automobiles che viene trasferita anche all’esterno.

Ci sono anche alcuni richiami ai fasti del passato della marca. La DS9 infatti ha le luci di direzione alle estremità del tetto nero, che richiamano i “coni” della DS del 1955. Al posteriore invece ci sono i fari cesellati con effetto a scaglie che creano un contrasto che produce un effetto tridimensionale e ai loro lati si trovano due inserti cromati, che sono un tributo agli elementi grafici della carrozzeria francese degli anni ’30. Le maniglie sulle portiere sono a scomparsa in tinta con la carrozzeria, proprio per dare fluidità e rendere tutto più armonico.

Gli interni sono un tripudio di eleganza e raffinatezza. La plancia è rivestita di pelle Nappa e la lavorazione a braccialetto di orologio delle imbottiture dei sedili confermano la cura dei dettagli. E, a proposito di orologio, quando si preme il tasto di accensione appare l’orologio B.R.M. R180, realizzato in esclusiva per la DS9 dalla Casa francese di orologeria. Una vera chicca, come i sedili posteriori, comodi almeno quanto quelli anteriori. Tutti sono riscaldati, ventilati e con la funzione massaggio, oltre ad avere i poggiatesta regolabili. Accomodandosi all’interno di questa gran turismo si ha proprio la sensazione di essere in un salotto di un hotel francese a cinque stelle dove tutto e tutti sono pronti a coccolare gli ospiti.

Due gli allestimenti disponibili: Performance Line + e Rivoli +, quest’ultimo ispirato al quartiere delle Tuileries di Parigi e con diverse tipologie di abitacolo (Opera Nero Basalto, Opera Art Rubis, Rivoli Nero Basalto, Performance Line) da scegliere al momento dell’acquisto. Abbiamo provato questo salotto su quattro ruote lungo un percorso che ci ha portato dal centro prove FCA di Balocco, ormai del gruppo Stellantis che l’ha inaugurato proprio con la DS9, fino al Lago d’Orta. La sorpresa di cui parla Valentino guidando la DS9 è stata l’agilità che ha dimostrato, nonostante le dimensioni.

DS9 è un invito a viaggiare in modo confortevole. La motorizzazione ibrida plug-in E-Tense è composta da un motore quattro cilindri turbo benzina 1.6 Pure Tech da 180 Cv e da un motore elettrico da 110 Cv, che offrono complessivamente 225 cavalli. Può percorrere fino a 50 km a in modalità elettrica pura grazie alla batteria da 11,9 kWh.

Quattro le modalità di guida: Comfort, Hybrid, Electric e Sport, si parte sempre in elettrico, a meno che non scegliate subito la modalità Sport, che è quella che vi dà maggiore vivacità di guida, anche se il DNA di quest’auto non è certo la sportività. Il cambio automatico a 8 rapporti è fluido e ben si adatta alla guida confortevole di quest’auto, che ha naturalmente anche molti sistemi di assistenza, tra cui il DS Drive Assist per una guida semi autonoma di livello 2. Durante la nostra prova e soprattutto in autostrada, abbiamo potuto apprezzare la silenziosità dell’auto, che fa registrare 50 hertz di risonanza nell’abitacolo e ha vetri acustici anteriori con 3,96 mm di spessore.

Se questo non vi basta e puntate a qualcosa di ugualmente raffinato ma con un assetto un po’ più rigido e più performante allora dovrete aspettare a settembre, quando arriverà la DS9 E-Tense 4×4 da 360 cavalli, 520 Nm di coppia e uno scatto da 0 a 100 km/h in 5,6”, con 250 km/h di velocità massima. Per questa versione la batteria è sempre agli ioni da 11,9 kWh ma al motore termico da 200 Cv si affiancano due motori elettrici, uno da 110 Cv e l’altro da 113 Cv. Ci sono inoltre tarature ad hoc per lo sterzo e per le sospensioni, freni più potenti, oltre ad un software specifico per la gestione la massimizzazione della rigenerazione di energia, che derivano direttamente dall’esperienza in Formula E di DS, che ha vinto per due anni consecutivi il Campionato a zero emissioni. Abbiamo avuto l’opportunità di provare questo modello sulla pista delle Langhe di Balocco. Trattandosi di un prototipo abbiamo dovuto essere molto delicati sull’acceleratore e abbiamo solo potuto “intuire” le potenzialità del mezzo che, indubbiamente, promette bene.

La gamma di DS9 sarà integrata, entro fine anno, anche da un altro ibrido plug-in da 250 Cv a 2 ruote motrici con un’autonomia in elettrico maggiore, mentre non è prevista la commercializzazione in Italia del motore benzina da 225 Cv. Il prezzo della DS9 da 225 Cv parte da 56.200 euro nell’allestimento Performance Line, che diventano 59.200 per la Rivoli +. Per la versione da 360 Cv si parte invece da 66.900 euro, tenendo presente che per tutti vanno tolti gli incentivi disponibili.

L'articolo DS9, la prova de Il Fatto.it – Ammiraglia ibrida alla francese – FOTO proviene da Il Fatto Quotidiano.



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