settembre 2020

Come sta cambiando la strategia americana nel Mediterraneo orientale e centrale? Le nuove interlocuzioni sull’asse Washington-Atene, sommate alle tensioni create dalla Turchia si riveleranno decisive per i futuri equilibri?

Un passo in questa direzione lo ha fatto il Segretario di Stato americano, Mike Pompeo, in visita in Grecia per la seconda volta in un anno. Da tempo gli Usa stanno ufficiosamente ragionando sul ruolo passato della base turca a Incirlik e su quello futuro da affidare, in sostituzione, proprio alla Grecia, con cui il nuovo accordo militare siglato a dicembre scorso permette a mezzi e uomini a stelle e strisce di utilizzare quattro basi in terra ellenica, dove già ci sono droni e caccia.

Il Pentagono però non ha mai avallato pubblicamente queste voci, anzi uno dei suoi portavoce, il tenente colonnello Thomas Campbell, ha recentemente dichiarato che gli Stati Uniti “non hanno intenzione di porre fine alla presenza alla base aerea di Incirlik“. Ma nel frattempo la posizione turca in Siria, Libia, Cipro e adesso anche nel Nagorno Karabakh si sta rivelando più intraprendente del previsto anche per Washington.

La Grecia di fatto sta diventando il nuovo hub militare Usa nel Mediterraneo orientale, anche per ragioni di carattere energetico. Il porto di Alexandrupolis, su cui è prossima la privatizzazione da parte di players americani, è un “occhio” anche sui gasdotti Tap e Tanap che da lì transitano, oltre che assicurare uno sbocco marittimo in direzione Balcani per le truppe Usa e Nato che lì arrivano. Rappresenta anche il controcanto atlantico all’influenza di Mosca sul porto di Salonicco, recentemente privatizzato da un consorzio di cui fa parte l’oligarca ellino-russo Ivan Savvides, già deputato alla Duma e forte di una relazione privilegiata con Vladimir Putin.

Inoltre gli sforzi americani sui cantieri navali ellenici a Syros e Skaramangas hanno come punto di caduta la possibilità di dare fiato (e appalti) al sistema ellenico. Non va dimenticato, inoltre, che il fronte anti-Turchia incarnato da gruppi di fede musulmana, cattolica, ortodossa ed ebraica sta collaborando armoniosamente per ribaltare le intenzioni di Erdogan nel Mediterraneo orientale e nell’Egeo. Il riferimento è alla cooperazione tra i ministri degli Esteri di Israele, Grecia, Egitto, Francia e Emirati Arabi Uniti che stanno facendo fronte comune contro le minacce turche avanzate contro Libia, Grecia e Cipro per interessi legati al dossier energetico.

Pompeo ha anche dato il via libera al raddoppio della base di Souda bay a Creta, che diventerà il nuovo avamposto verso il Medio Oriente (logistico e dell’intelligence). Per ora diventa sede permanente per l’enorme nave da guerra USS Hershel “Woody” Williams, la nuovissima portaelicotteri Usa con i V-22 Osprey a decollo verticale. La visita di Pompeo a Creta, nella residenza privata del premier Kyriakos Mitsorakis, mira a chiarire anche questo aspetto: il senatore Ron Johnson ha pubblicamente detto che gli Stati Uniti stanno costruendo l’installazione navale a Souda bay come alternativa a Incirlik.

Ufficialmente non ci sarà una parola adesso di Pompeo viste le concomitanti crisi in Libia, Siria e Nagorno: ma il dato è, nei fatti, ormai tratto. Le tensioni bilaterali Usa-Turchia stanno spingendo i funzionari del Pentagono ad accelerare le riflessioni su un possibile ritiro da Incirlik, perché si teme che qualche militare Usa venga rapito o usato come baratto in un fazzoletto di terra dove i desiderata di Erdogan contano più di trattati internazionali e diritti umani. In sostanza Washington lavora ad un’alternativa, già pronta in Grecia, in caso di rottura. Rottura che, nessuno al momento può escluderlo, potrebbe avvenire anche con Biden vincente.

twitter @FDepalo

(immagine d’archivio)

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Ricorrono oggi i dieci anni dalla pubblicazione del Rapporto Mapping, una ricerca di esperti Onu che documentava 617 “crimini contro l’umanità, crimini di guerra e crimini di genocidio” fra il 1993 e il 2003, citando i gruppi armati responsabili e registrando l’identità dei presunti autori “in una banca dati confidenziale”. Il rapporto raccomandava la creazione di una Commissione verità e riconciliazione e di un Tribunale misto internazionale. Mai avviati. E proprio per averne chiesto a gran voce l’attuazione, ha ricevuto pesanti minacce di morte ed è finito sotto scorta il ginecologo Denis Mukwege, insignito nel 2018 del Nobel per la pace per aver curato le donne vittime di stupro di guerra, ma anche per aver denunciato cause e responsabili della guerra. La creazione di un Tribunale penale internazionale ad hoc resta inderogabile per la pacificazione della regione e per mettere fine all’impunità che perpetua i crimini contro i civili. Come documenta la testimonianza di una delle migliaia di vittime delle violenze, ricevuta in esclusiva da ilfattoquotidiano.it.

La chiameremo Solange: vive nel Sud Kivu, la stessa provincia di Mukwege. Il suo è un racconto dell’orrore, che ci costringe a tagli e omissis per l’estrema crudezza dei ricordi. Ha deciso di parlare ora per unirsi a quanti chiedono che il Rapporto Mapping venga applicato e a nome di tutte le donne domanda che la verità della loro sofferenza venga riconosciuta.

Solange, quali sono i suoi ricordi?
Parlo della mia sofferenza e di quella delle mamme che hanno patito tantissimo durante entrambe le guerre, quella del 1996 e soprattutto quella iniziata nel 1998, fino ad oggi. Nel 1996, eravamo al nostro villaggio in Urega, ignare della guerra. Prima sono arrivati burundesi e tanzaniani. Bruciavano le case e se ne andavano. A quarantacinque chilometri da loro, venivano avanti i “Songa mbele”. Anche loro bruciavano i villaggi. Lasciavano sempre 45 chilometri dagli altri. Se i primi si fermavano cinque giorni, anche quelli dietro facevano lo stesso. Era una guerra programmata, soprattutto contro noi donne. Dicevano: ‘Com’è che un bambino si trova nel ventre di una donna?’, e le sventravano. Hanno ucciso le donne in ogni modo, senza pallottole: penetravano con la lancia e altri oggetti appuntiti negli apparati genitali. Le donne morivano lentamente, una settimana, un mese dopo. Nel 1997, hanno ucciso mio marito e anche il capo locale e uno studente. I militari attaccavano soprattutto i capi. Erano uccisioni senza precedenti. Siamo fuggiti nella foresta, correndo senza mangiare anche per due giorni, e siamo rimasti là per sei mesi. Se mostravi che un ragazzo era tuo figlio o lui mostrava che eri sua madre, vi obbligavano ad avere rapporti.

E cos’è successo dopo?
Nel ‘98 è arrivato il movimento RCD (Rassemblement congolais pour le démocratie) e la guerra è diventata ancora peggiore. In quel tempo a Kasika sono stati uccisi padre Stany Wabulakombe, il diacono, tre suore, il Mwami (il re locale) e sua moglie incinta, sventrandola, e tantissima gente attorno alla parrocchia.

Si tratta della strage di recente negata dall’ambasciatore rwandese in Congo, contro cui il popolo sta manifestando da settimane, chiedendone la rimozione.
Esatto. Noi c’eravamo. Sappiamo cos’è successo. Non lo si può negare. Scampati a un gruppo, un altro ci ha presi: nel 1999 siamo state portate in foresta con i nostri figli dagli Interahamwe – un misto di burundesi e rwandesi – e alcuni ci hanno prese come mogli. Facevano di noi quel che volevano. Mia figlia, che non aveva ancora dodici anni, l’hanno portata via con altre. Dicevano loro: “Vi diamo la medicina, non sarete colpite dalle pallottole”. Si mettevano in fila davanti a loro, con le gambe aperte. E passavano uno dopo l’altro.
Le nostre figlie sono fuggite, per grazia di Dio. Quasi tutte erano incinte e hanno messo al mondo dei figli, in un clima di discriminazione. Siamo arrivate a Bukavu gialle per la malattia e deperite, a piedi. Fra quante siamo fuggite, molte sono già morte, perché hanno nascosto gli abusi che avevano subìto in foresta, per la vergogna. Come poteva dire una mamma che cinque uomini avevano approfittato di lei per giorni o mesi?

Solo le donne venivano colpite?
No. Mio fratello maggiore ha nascosto per la vergogna il fatto che gli avevano tagliato il pene: non è riuscito a parlare. Mi aveva solo detto: “Ci hanno ferito”. Quando nel 2004 abbiamo cominciato gli incontri in parrocchia, una giovane ha accettato di parlare: “Mi hanno messo un bastone così e così”. “Per questo le tue mestruazioni non hanno termine?”. “Sì!”. Suo marito era stato ferito come mio fratello, lo hanno mandato all’ospedale a Bukavu, dove è morto due mesi dopo.

Cosa si aspetta ora?
Mi sono ammalata di cuore, non ho alcuna gioia in questo mondo. Finora, mia figlia non si sposa, per strada la insultano. Rimane in casa, intelligente ma ancora traumatizzata, con il figlio che cresce. Oggi vivo per grazia di Dio. Ho incubi continui. E se vedo un uomo tremo, penso che tutti gli uomini hanno lo stesso comportamento di quei soldati.

Cosa chiede?
La guerra non è terminata. A nome di tutte le mamme domando che la guerra finisca. Nessuno può dire che queste cose non sono successe, noi siamo testimoni. La verità è la verità. Non si può dimenticare. Perdonare, abbiamo già perdonato, abbiamo lasciato a Dio, ma desideriamo che la verità sia conosciuta. Coprire è lasciare che queste cose accadano ancora. Il mondo deve sapere.

(immagine d’archivio)

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“Ce la possiamo fare”. Sono passati cinque anni da quando Angela Merkel sigillò così la scelta di accogliere in Germania oltre un milione di profughi siriani. Oggi il 49% di loro ha un lavoro o è attivo in un tirocinio e tre quarti hanno lasciato i centri per rifugiati e per trovarsi una casa. Risultati parziali che però lasciano ben sperare, tanto che dal 2016 anche la preoccupazione dell’opinione pubblica è andata calando. E noi, ce la possiamo fare? La risposta è no, almeno per ora. Il bilancio negativo lo fanno quindici giuslavoristi in un libro che esce il primo ottobre, ‘Migranti e Lavoro‘ (il Mulino, 2020). Una fotografia dell’immigrazione in Italia dalla prospettiva del diritto del lavoro, che “quando incontra quello degli immigrati rischia di tradire i suoi stessi principi”, dice citando il libro William Chiaromonte, ricercatore di Diritto del lavoro all’Università di Firenze e tra i curatori del volume. Che spiega: “Se il fine è tutelare quella che nel rapporto è la parte debole, di fronte al lavoratore straniero ci sono vuoti importanti, a partire dalla parità di trattamento”.

Affari loro? No, affari nostri. Perché così l’Italia mette a repentaglio il suo futuro. Quasi non fosse un paese che invecchia, che senza immigrati perderà milioni di persone in età da lavoro nel prossimi anni – un disastro per la tenuta del welfare – l’Italia è ferma a vent’anni fa, alla legge Turco-Napolitano del 1998. Anzi, dalla legge Bossi-Fini del 2002 ai recenti decreti Sicurezza del primo governo Conte, ha fatto importanti passi indietro. Oggi chi intende entrare regolarmente in Italia per motivi di lavoro deve avere un contratto già prima di partire dal suo paese di origine. Il legislatore ha infatti abolito l’istituto dello sponsor, la possibilità di essere sostenuti da soggetti terzi, che garantivano per lo straniero fino all’ottenimento dell’occupazione. Ma è stato fatto di più e di peggio. La programmazione triennale prevista dalla legge del ’98 per determinare anche gli annuali ingressi è stata bruscamente interrotta nel 2008, riducendo tutto alla decretazione dei flussi, un puro calcolo quantitativo rivolto spesso ai soli stagionali e incapace di rispondere alle esigenze del mercato del lavoro. Il risultato è nei numeri dell’ultimo decennio.

“Se nel 2011 i permessi assegnati a stranieri extra-Ue per motivi di lavoro erano il 34% e quelli per asilo o protezione appena l’11%, già nel 2016 i primi scendono al 5,7% e i secondi arrivano al 34,3%”, si legge nel capitolo curato dal ricercatore del CNR Michele Colucci. Insomma, una sostituzione. I migranti economici continuano ad arrivare, ma con la legge che si mette di traverso entrano in Italia attraverso il rocambolesco percorso che li condurrà, forse, allo status di rifugiato. Percorso che ritarda enormemente l’ingresso nel mondo del lavoro, e che i decreti voluti da Salvini hanno ulteriormente zavorrato, precludendo ai richiedenti di accedere ai servizi per il lavoro e la formazione e cercando addirittura di impedirne l’iscrizione all’anagrafe. Un ostacolo che hanno dovuto rimuovere i tribunali. Sono i termini di un paradosso che mette il nostro paese all’ultimo posto in Europa per permessi di soggiorno per motivi di lavoro sul totale di quelli rilasciati (siamo al 6,3%) e che parafrasando il libro si può riassumere così: quelli che vogliono lavorare non entrano, quelli che entrano non li facciamo lavorare. Tanto che la vera legge vigente, scrivono gli autori, “è quella dell’irregolarità”.

Perché se ai migranti economici l’ingresso è di fatto precluso dalle norme, per tutti gli altri le norme semplicemente non ci sono. Chiaromonte avverte: “In un paese che dovrebbe puntare a diminuire il giro d’affari dell’economia sommersa, si sta facendo l’esatto contrario”. Ma spesso, anche quando il lavoro è regolare lo status dello straniero è così dipendente dal rapporto di lavoro che innesca forme di sfruttamento, a partire dall’iniquità nella retribuzione. E se poi il permesso di soggiorno scade, non c’è lavoro che tenga, perché quello ottenuto per diritto d’asilo non è convertibile in un permesso per motivi di lavoro. Parliamo di più di due milioni e mezzo di persone, tanti sono i lavoratori stranieri regolari in Italia, per le quali l’irregolarità rimane sempre dietro l’angolo. Non stupisce che il nostro paese non sia in grado di approfittare di uno strumento come la carta blu. Figlia di una direttiva europea del 2009 che l’Italia ha recepito, è un corridoio preferenziale per attrarre migranti economici altamente qualificati. E rappresenta un altro flop, non solo per l’Italia, visto che anche nel 2019 l’87% delle carte sono state attivate in Germania. Che il nostro paese non abbia bisogno di migranti economici? Chi lo dice nega l’evidenza.

“Non avremmo fatto otto sanatorie negli ultimi anni”, ribatte Chiaromonte, che insieme ai suoi colleghi torna a sfatare alcuni miti particolarmente tenaci. A partire dal costo della presenza straniera e dal sempre verde “ci rubano il lavoro”. Gli immigrati contribuiscono ormai al 10% del Pil e secondo l’Inps gli immigrati regolari versano 9 miliardi di euro in più di quello che ricevono come servizi, dalle pensioni agli assegni familiari. Quanto alla concorrenza, “quello dei migranti è per lo più un mercato del lavoro parallelo a quello degli autoctoni”, spiega Chiaromonte, “segmentato e caratterizzato da lavori dove la presenza italiana è residuale”. La platea alla quale si sono rivolte le sanatorie, compresa quella voluta dalla ministra Bellanova in pieno lockdown, lo confermano. L’iniziativa governativa ha infatti regolarizzato, nell’87% dei casi, lavoratori e lavoratrici dediti ai servizi domestici alla persona. Insomma, degli stranieri abbiamo bisogno. Anzi, sempre secondo l’Inps, se quelli regolari dovessero sparire nel 2040 avremmo 73 miliardi in meno di entrare contributive per pagare le pensioni dei nostri anziani. Le soluzioni ci sono, ma è meglio smetterla con l’alibi dell’Europa e attendere che vengano da lì. Perché per intervenire in materia l’Ue ha bisogno del voto unanime di tutti gli stati, e come è accaduto per l’Agenda europea sulla migrazione del 2015 voluta dalla Commissione Juncker, anche i recenti, buoni propositi della nuova presidente Ursula Von der Leyen sulle responsabilità condivise probabilmente rimarranno tali.

Perché se l’Ue definisce le condizioni di ingresso e di soggiorno, lascia ai singoli stati di contingentare gli ingressi. Allora tocca ripartire dal nostro ordinamento e renderlo capace di darci gli strumenti necessari a risposte ad alcune domande: di quante persone ha bisogno il nostro mercato del lavoro? Che tipo di persone possiamo attrarre e quale futuro possiamo offrire loro perché partecipino al benessere del paese? Tra le soluzioni, Chiaromonte mette in testa la programmazione: “Va reintrodotta e vanno riviste nel complesso le norme sull’accesso al nostro paese, reintroducendo un istituto importante come quello dello sponsor”. Un auspicio che nel 2019 il Cnel ha inserito in un documento di proposte per i “nuovi ingressi per lavoro”. Quanto alla revisione dei decreti Salvini, e all’ipotesi che finalmente sia normata la conversione di alcuni permessi in mano ai rifugiati in permessi per lavoro, Chiaromonte è netto: “Un enorme passo avanti contro l’irregolarità, che purtroppo è aumentata”, come dicono i dati sugli irregolari. Cresciuti dopo la cancellazione della protezione umanitaria voluta dal leader della Lega, mentre i rimpatri promessi sono fermi al palo, stabili sotto le settemila unità l’anno. “Ma non illudiamoci”, avvertono Chiaromonte e colleghi, “c’è bisogno di una rilettura totale dell’impianto normativo, servirebbe una commissione che riprenda in mano il Testo unico dell’immigrazione per ripensarlo e aggiornarlo, perché sono vent’anni che ci diciamo le stesse cose”.

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Maria Grazia Vivarelli è un magistrato del Consiglio di Stato. Percepisce circa 170mila euro lordi annui, ma non ha mai varcato la soglia di Palazzo Spada. Per farlo avrebbe dovuto avere il dono dell’ubiquità – al momento non contemplato nemmeno per i magistrati – perché nel maggio del 2019 Vivarelli, allora al Tar Lazio, diventa il capo di gabinetto di Christian Solinas, il presidente della Regione Sardegna. Ricorre pertanto all’istituto del ‘fuori ruolo‘, che permette ai magistrati di assumere incarichi nelle pubbliche amministrazioni e mantenere in contemporanea ogni prerogativa appannaggio delle toghe: stipendio, anzianità di servizio, giorni di malattia. Non basta, perché può anche capitare di ‘incorrere’ in una promozione. Ed è esattamente ciò che è accaduto al magistrato Vivarelli, quando sei mesi dopo aver preso servizio ai piani alti della Regione, a novembre 2019 viene nominata consigliere di Stato “a condizione che comunichi il rientro dalla posizione di fuori ruolo entro 30 giorni”, si legge nel notiziario del Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa. Insomma, il magistrato deve scegliere: Regione Sardegna o Consiglio di Stato. Due mesi dopo però, qualcosa cambia: a gennaio 2020 la nomina a consigliere di Stato viene confermata “con decorrenza giuridica dal 22 novembre 2019” e soprattutto “permanendo in posizione di fuori ruolo“. Dunque Vivarelli rimane in Regione e continua a percepire il compenso da magistrato.

E visto che l’incarico di capo di gabinetto non è gratuito, i 170mila annui accreditati sul conto corrente di Vivarelli dal Consiglio di Stato si cumulano con i 43mila euro lordi annui corrisposti dalla Regione. L’importo in verità potrebbe andare ben oltre i 100mila euro, quanto un direttore generale, ma le norme dicono che per il nuovo incarico il magistrato non può ottenere più del 25 per cento dello stipendio del Tar o del Consiglio di Stato. “Ma guardi, io sono in perdita con 43mila euro lordi l’anno, che alla fine diventano circa 20mila netti – dice la giudice Vivarelli – perché tra voli aerei, bollette, affitto di casa e noleggio auto… Non è proprio agevole. Magari stando a Roma, riuscirei a mettere qualcosa in tasca. Penso che il tetto del 25 per cento sia un buon compromesso, non siamo a zero euro ma nemmeno ci si arricchisce. Alla fine si fa perché è un’esperienza, per visibilità. Io stimo molto il presidente Solinas e penso che la cosa sia reciproca. Credo che mi abbia chiamato perché voleva una persona esterna alle logiche interne, una persona disinteressata alle logiche sarde, di partito”. E aggiunge: “In ogni caso, la Regione risparmia, perché anziché pagarmi come un direttore generale, mi paga 43mila euro“.

Chi non risparmia è lo Stato, che corrisponde 170mila euro l’anno a un magistrato del Consiglio di Stato che fa un altro lavoro. “Sì, certo, la Regione avrebbe potuto anche prendere un capo di gabinetto con una qualifica inferiore e pagare meno. Però non siamo tutti allo stesso livello. Il consigliere di Stato è il livello più alto che c’è nell’amministrazione, e la Regione paga solo il 25 per cento. E poi io non posso rinunciare agli emolumenti da magistrato. Non lo posso proprio fare, per legge”. Tralasciando il record di ordinanze firmate da Solinas e impugnate dal governo perché ritenute incostituzionali, quando si domandano a Vivarelli i precisi riferimenti normativi che le impediscono di rinunciare agli emolumenti del Consiglio di Stato, al posto di articoli e commi la magistrata risponde: “Come può un lavoratore subordinato rinunciare allo stipendio che costituisce un elemento essenziale del rapporto di lavoro? Eventualmente può regalarlo ai figli o ai poveri ma non è ovviamente rinunciabile. Non penso che lei possa decidere di fare il giornalista a titolo gratuito. Se non vuole lo stipendio lo può regalare a chi vuole. I riferimenti sono dati dalla tipicità del rapporto di lavoro: prestazione verso retribuzione”.

A risolvere l’arcano, su precisa richiesta del fattoquotidiano.it, ci pensa direttamente il Consiglio di Stato. “In caso di fuori ruolo il magistrato può optare per il mantenimento della retribuzione maturata presso la giustizia amministrativa (in questo caso il Consiglio di Stato, ndr) o rinunciarvi per percepire quella della nuova amministrazione presso cui presta servizio in fuori ruolo”. In quest’ultimo caso, la retribuzione non verrebbe decurtata al 25 per cento ma di certo non arriverebbe ai 210mila euro attualmente percepiti da Vivarelli. Che in effetti non è certo una mosca bianca: “Attualmente, su 17 magistrati amministrativi fuori ruolo – fa sapere sempre il Consiglio di Stato – due hanno rinunciato agli emolumenti dell’amministrazione di provenienza”, ovvero Tar e Consiglio di Stato. Pochini, insomma, ma comunque uno in più rispetto al 2010, quando Report raccontò il caso di Nicola D’Angelo, magistrato del Tar fuori ruolo nominato commissario dell’Agcom: era l’unico, tra tutti i togati fuori ruolo, ad aver rinunciato allo stipendio del Tribunale amministrativo, vale a dire “circa 7mila euro al mese“. E già da allora qualche magistrato, peraltro del Tar Lazio, faceva notare le storture del ‘fuori ruolo’: “Intanto la struttura dovrebbe promuovere qualcuno che deve svolgere l’attività per la quale è stato promosso, a vantaggio dell’istituzione – faceva notare la presidente di sezione Linda Sandulli – Invece no, viene promosso e rimane esattamente dove sta”. E ancora: “Colui che rimane in servizio e fa soltanto il giudice, si sobbarca in parte l’onere del lavoro di chi è fuori ruolo e in aggiunta prende anche di meno. Che è un non senso, un non senso! Secondo me una soluzione che è addirittura banale, ovvia, è quella per cui si paga una persona per il lavoro che svolge”. Una soluzione talmente banale che la si attende da dieci anni.

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Il Ministro Catalfo manda gli ispettori nel Lodigiano. Saranno loro, a quanto apprende il Fattoquotidiano.it, a verificare la vicenda del dipendente di un supermercato licenziato dopo 180 giorni di lotta contro il Covid, nonostante avesse in tasca un certificato di infortunio riconosciuto dall’Inail. Il ministero ribadisce che il “Cura Italia” ha inserito una specifica norma per escludere i giorni di malattia Covid-19 dalle assenze. In realtà la vicenda è più complessa e sta aprendo un certo dibattito nel mondo scientifico e giuridico, da cui potrebbero scaturire anche misure diverse da quelle che finora hanno tutelato i lavoratori durante la pandemia. La Legge 24 aprile 2020 n. 27 infatti ha equiparato il periodo di quarantena alla malattia scomputandolo dai 180 giorni oltre i quali scatta il licenziamento. Il dipendente sottoposto a “sorveglianza attiva” o in “permanenza domiciliare fiduciaria” poteva stare a casa, ricevere la sua retribuzione, e figurare in malattia senza che scattasse la tagliola dei giorni di assenza. E infatti a “salvare” il lavoratore del supermercato non sarà tanto il Cura Italia quanto il certificato dell’Inail che ha riconosciuto l’infortunio sul lavoro.

Il problema resta per tutti gli altri, i “post-covizzati”, un esercito dalla consistenza oggi sconosciuta, ma potenzialmente rilevante, che si sta anche organizzando in associazioni per rivendicare tutele sul lavoro a partire dalle assenze imposte dai postumi del virus. Perfino la Lombardia, e questo la dice lunga, ha stabilito di soccorrere questa platea di persone prorogando fino al 31 dicembre la gratuità delle visite e degli esami di controllo. Sul piano clinico è infatti riconosciuto che un’ampia casistica di problemi sanitari covid-correlati allungano il periodo di malattia avvicinando chi ne è affetto alla soglia del licenziamento. La legge però non la disciplina diversamente dalle altre. “Dopo sei mesi di assenza, il dipendente può essere licenziato per giusta causa, come succede, purtroppo, a chi ha un tumore”, conferma il presidente dell’Associazione dei Giuslavoristi italiani, Aldo Bottini. Problema: il Covid non è una malattia come le altre.

All’epoca dei primi decreti non si sapeva, oggi è ampiamente documentato che molte persone che hanno superato l’infezione sviluppano poi vere e proprie patologie a carico del sistema cardiaco, cardiocircolatorio e polmonare. Adesso si tratta di valutare questo aspetto, perché quando sono stati emanati i primi provvedimenti il tempo trascorso in malattia era limitato e la ratio dei provvedimenti emergenziali era diversa. Il legislatore aveva l’urgenza di tenere la gente a casa perché non si infettasse senza per questo affamarla. Da qui, la soluzione di equiparare la quarantena alla malattia senza far scattare il count-down del licenziamento. Lo scenario oggi è completamente cambiato. E al legislatore toccherà affrontare il problema.

“E’ assolutamente necessario”, sostiene Vittorio Agnoletto, medico del lavoro e presidente di Medicina Democratica. “Che non sia successo è una cosa grave. Le persone che sono sopravvissute a una patologia mortale, che hanno già subito traumi e stress di ogni tipo, non possono vivere nell’incubo di un licenziamento che equivale a gettarle in un’altra condizione disastrosa. Mi sembra molto strano che il legislatore non sia ancora intervenuto, è ora che riconosca l’eccezionalità della malattia. Nessuno si scandalizzerebbe, credo, visto che ci sono già dei malati che stanno protestando per avere questa tutela”. Che non sia come le altre è nei fatti. In quale altra situazione abbiamo vissuto una situazione di lockdown nazionale, fermi bloccati a casa? La pandemia non è stata forse paragonata a una guerra? Le misure legislative in questi mesi sono state straordinarie su tutto, dal lavoro alla scuola. “E allora, non credo che si faccia nulla di eversivo o sbagliato se si riconosce questa straordinarietà anche in campo clinico”. Del resto è già successo. All’epoca dell’emergenza Aids fu varata una legislazione ad hoc che consentiva agli infetti di evitare la reclusione. “Non sarà impossibile farlo anche per il Covid. E se poi il principio venisse esteso ad altre malattie come il cancro, garantendo analoghe forme di tutela, sarebbe solo un guadagno di civiltà”.

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Salutare i familiari malati di Covid e riuscire a dare loro l’addio. Il progetto era in corso di elaborazione da tempo, da quando la prima ondata di pandemia aveva aggiunto dolore a dolore, impedendo a coniugi, genitori e figli di poter incontrare il loro congiunto, isolato in una stanza di ospedale. Tutti i familiari delle vittime del coronavirus hanno dovuto prendere atto della morte da una telefonata, al massimo sono riusciti ad avere un contatto visivo nelle ultime ore attraverso il cellulare. Adesso parte da Padova un’iniziativa pilota: consentire che l’estremo saluto avvenga di persona. Il direttore sanitario dell’Azienda ospedaliera, Daniele Donato, ha ricevuto dal Comitato Etico il via libera a un progetto che ha conosciuto un’accelerazione grazie anche alle richieste dei familiari di tanti pazienti.

“All’inizio eravamo assorbiti dal problema di dare protezione agli operatori e ai malati. Ma in questi mesi siamo diventati più esperti e abbiamo messo a fuoco la possibilità di garantire un contatto con il malato da parte dei parenti”, spiega il dottor Donato. “In passato avevamo creato la possibilità di una comunicazione attraverso un I-Pad o WhatsApp. Almeno potevano vedersi. Adesso il Comitato Etico ha predisposto un documento per consentire l’umanizzazione di questa fase cruciale, garantendo il contatto con il malato”.

Da un punto di vista pratico si tratta di un accesso alla stanza di degenza con le tecniche di protezione previste per medici e operatori sanitari. Soltanto che a utilizzarle sono i familiari, come se accedessero a un reparto di terapia intensiva. Le precauzioni sono ancor più stringenti e vengono precedute da un tampone, per evitare che chi entra sia un portatore di Covid. “Si tratta di un incontro limitato a una persona e circoscritto per durata, ma costituisce comunque un grande passo avanti. In questo momento a Padova, fortunatamente, abbiamo un numero di pazienti molto inferiore alla scorsa primavera: 26 ricoverati in malattie infettive, quando in precedenza erano 150, di cui 4 in terapia intensiva, anziché una quarantina”.

Ad accelerare la definizione di questo protocollo ha contribuito anche la civile protesta delle figlie del cardiologo Sergio Dalla Volta, un luminare della medicina, padovano, deceduto il 20 agosto scorso. “Si sono dimostrate assolutamente disponibili e in quella occasione è stato dato il consenso a un contatto, anche se non esisteva ancora un protocollo” spiega il dottor Donato. La figlia Maurizia, musicista e insegnante al Conservatorio di Parigi, si trovava a Padova quando il padre è stato colpito da un infarto e ricoverato. Solo successivamente è risultato positivo al coronavirus e quindi è scattata la procedura di isolamento. “Ma aveva una carica virale bassa, rimanendo praticamente asintomatico, senza traccia nei polmoni” spiega. “Era intubato, sofferente e solo come un Cristo in croce. È morto così nostro padre, senza il conforto della mano di una figlia sulla sua, in una sofferenza psicologica disumana di cui ero testimone quando lo vedevo sul tablet, pur essendo a cinque minuti dall’ospedale”. Così racconta la signora Maurizia, che però non si era rassegnata e si era rivolta alla direzione sanitaria, per ottenere una deroga.

“Mio padre stava vivendo le sue ultime ore e saperlo solo era una sofferenza disumana… è stato un padre meraviglioso. Avevo chiesto se fosse possibile andare a dargli un ultimo bacio”. Non glielo hanno consentito perché la legge è tassativa. Hanno solo autorizzato un veloce addio alla salma. “Ci hanno detto che i pazienti Covid vengono ancora messi in un sacco e nella bara senza che le famiglie possano dar loro un estremo saluto, come se scomparissero in mare. Eppure il rischio sanitario era praticamente nullo. Sarebbe stato infinitamente maggiore, se vogliamo, alla funzione religioso”. Protette da tute e guanti, hanno potuto solo infilare nel sacco una lettera e due fotografie.

È per questo che le figlie del professor Dalla Volta avevano lanciato un appello: “Chiediamo alle autorità italiane di rendere regolarmente accessibile alle famiglie la possibilità di vedere un’ultima volta i loro cari. Pur nella tristezza è una piccola consolazione antica che aiuta in qualche modo a elaborare il lutto“. E avevano aggiunto: “Chiederemmo anche che venga concessa, con le dovute precauzioni, la visita ai parenti in fin di vita. Non averlo potuto fare per nostro padre resta un trauma dolorosissimo perché viola una necessità fondamentale iscritta da sempre nel dna dell’essere umano. È una crudeltà inutile e ingiustificata dai numeri. Ma quale deriva etica terrificante è quella di una società in cui queste cose sono permesse al consumatore, all’homo economicus, al quale si aprono bar, ristoranti e stadi con la sola accortezza di una mascherina, mentre ai figli non è concesso di andare a salutare i padri morenti, neppure bardati come astronauti?”. Adesso il Comitato Etico di Padova ha dato l’assenso, con un documento che spiega motivazioni e modalità per garantire la sicurezza sanitaria, ma allo stesso tempo non negare la pietas umana nel momento della morte.

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Qualche dettaglio in più sulle motivazioni dell’omicidio a Lecce di Daniele De Santis ed Eleonora Manta potrebbero arrivare dall'interrogatorio per la convalida del fermo di Antonio De Marco, il 21enne reo confesso dell'assassinio, che è stato fissato per questa mattina alle 9.30 nel carcere di Borgo San Nicola a Lecce, dove il giovane si trova dopo essere stato fermato il 28 settembre e dopo la sua confessione nell'interrogatorio successivo. De Marco si trova in isolamento giudiziario e viene controllato a vista continuamente, una disposizione dettata dalla giovane età del detenuto e dal fatto che per la prima volta viene a contatto con il contesto carcerario.



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Resta stabile la curva dei contagi in Italia. La corsa del virus prosegue in tutto il mondo e, se gli Stati Uniti si confermano il Paese con il più alto numero di contagi e di decessi, in Europa è la Spagna a preoccupare maggiormente. Il governo ha deciso di intervenire estendendo a tutta la città di Madrid il lockdown parziale a cui finora erano stati sottoposti solo alcuni quartieri della capitale.



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È scattato lo stato di emergenza di livello 4 nella contea di Menghai dopo un bambino di tre anni è stato contagiato dalla peste bubbonica. Succede in Cina, nello stato dello Yunnan, come riferisce il Global Times. Dopo il coronavirus, il Paese si trova ora a fare i conti con un altro virus potenzialmente letale per l’uomo. Nei giorni scorsi erano stati trovati tre ratti morti proprio per peste bubbonica ed era stato quindi avviato un programma di screening nazionale, tramite il quale si è scoperto il contagio del bambino. L’ipotesi è che siano stati proprio i topi a diffondere il virus ma non si esclude che possa essere arrivato dalla confinante Mongolia, a Nord del paese, dove lo scorso agosto due persone sono morte a causa di questa malattia.

Secondo quanto fa sapere l’amministrazione locale, non ci sarebbero al momento altri casi confermati: “Sul posto, è stato istituito un team professionale di esperti per eseguire ispezioni, diagnosi e quarantena, per condurre un’indagine completa sui pazienti con febbre e per attuare l’isolamento e la diagnosi dei pazienti sospetti e varie attività di prevenzione e controllo epidemico”, si legge nel comunicato.

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“Volevo farli a pezzi e bollirli, farli sparire. Erano felici, dovevo ucciderli”. Così ha detto agli inquirenti che lo stavano interrogando Antonio De Marco, 21 anni, confessando l’omicidio di Daniele De Santis ed Eleonora Manta, 33 e 30 anni. Come riferisce il Nuovo Quotidiano di Puglia, dall’interrogatorio sostenuto nella notte di martedì emergono ulteriori dettagli sulla follia omicida che avrebbe spinto il giovane di Casarano ad architettare nei minimi dettagli l’uccisione della coppia “per un mero compiacimento sadico“. De Marco voleva cancellare ogni traccia, eliminarle con spray e candeggina, poi fare sparire i corpi di Daniele e di Eleonora facendoli a pezzi e sciogliendoli nell’acqua bollente e nella soda.

Una premeditazione di cui gli inquirenti hanno trovato conferma nei cinque foglietti di appunti che ha perso quando verso le 20.54 della sera del 21 settembre ha attraversato l’ingresso del condominio per guadagnare la fuga impugnando ancora il coltello con cui aveva inferto 60 colpi ai corpi dei due fidanzati. Il piano prevedeva di immobilizzare i due ragazzi sotto la minaccia del coltello, per poi bloccarli con le fascette di elettricista, ucciderli e accanirsi sui loro corpi. Ma qualcosa è andato storto: Daniele ha reagito, c’è stata una colluttazione e De Marco non ha potuto portare a termine quando aveva progettato per mesi, anzi, è scappato lasciando dietro di sé numerose tracce.

“La sproporzione tra la motivazione del gesto e l’azione delittuosa è ulteriore elemento tale da fare ritenere che quest’ultima sia stata perpetrata per mero compiacimento sadico nel provocare, con le predette modalità, la morte della giovane coppia”, scrive il sostituto procuratore Maria Consolata Moschettini nel decreto di fermo redatto con il procuratore capo Leonardo Leone de Castris e dagli aggiunti Elsa Valeria Mignone e Guglielmi Cataldi. “Non si spiega se non nella direzione, l’azione in un contesto di macabra ritualità la presenza di oggetti non necessari per provocare la morte della giovane coppia (striscette, soda, etc…). A tale riguardo giova altresì evidenziare come sul copricapo sia stata disegnata con un pennarello nero una bocca, quando ciò non risultava necessario nell’economia e consumazione del reato”.

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di Franco Scarpelli*

Come è noto, il Governo Conte ha prorogato il blocco dei licenziamenti per motivi economici, anche se in modo flessibile da impresa a impresa (anche se sul punto c’è molta discussione).

L’art. 14 del decreto n. 104 di agosto mette però a disposizione delle imprese una misura alternativa per gestire da subito eventuali situazioni di eccedenza o la necessità di ridurre il costo del lavoro. Si tratta di una soluzione non traumatica e concordata sia con le organizzazioni sindacali sia con i singoli lavoratori, ai quali verrà offerto un incentivo in cambio dell’accettazione della fine del rapporto di lavoro.

Lo Stato, in tal caso, garantisce che il lavoratore possa comunque ricevere l’indennità di disoccupazione (oggi Naspi), anche in quei casi nei quali normalmente non sarebbe dovuta (come accade in generale per le dimissioni e le risoluzioni consensuali dei rapporti di lavoro).
Come funzionano gli accordi in uscita?

Secondo la legge, il datore di lavoro deve trovare un accordo con le associazioni sindacali “comparativamente più rappresentative” a livello nazionale: quindi non bastano le rappresentanze interne (Rsa o Rsu), e i sindacati coinvolti devono essere quelli firmatari dei contratti collettivi di settore più importanti. Per intenderci, l’impresa che si cercasse un sindacato ‘minore’ per avere un interlocutore più malleabile rischierebbe di vedere poi impugnata la risoluzione del rapporto (anche da parte del lavoratore che vi abbia aderito), perché il divieto in questo caso non poteva essere derogato. E il lavoratore, se non c’è un vero e proprio licenziamento, rischierebbe di vedersi negare la Naspi.

Trovato l’accordo, si può procedere ad aprire la procedura dei licenziamenti collettivi (legge 223/1991), quella dei licenziamenti individuali per giustificato motivo oggettivo (art. 7 legge 604/1966), o procedere direttamente al licenziamento individuale per i lavoratori che hanno un contratto a tutele crescenti (cioè quelli assunti dopo il 7 marzo 2015). Tutto ciò, però, avverrà soltanto nei confronti dei lavoratori che aderiscono al percorso di uscita concordato nell’accordo collettivo: dunque nessun licenziamento per chi non lo accetti espressamente.

La risoluzione del rapporto potrà anche avvenire non con un licenziamento ma in modo consensuale. Nella pratica, tale soluzione viene adottata per evitare di pagare i costi del preavviso (che vengono semmai ‘monetizzati’ nell’incentivo offerto al lavoratore) e per accedere subito alla Naspi (che invece, nel caso di licenziamento, viene erogata solo dopo la fine del preavviso, anche se ne viene pagata l’indennità sostitutiva).

L’accordo coi sindacati disciplinerà la quantificazione dell’incentivo economico, che in genere viene articolato secondo l’anzianità, il momento di uscita, o altri criteri. In questi casi, va detto, difficilmente ci sono spazi per ulteriori trattative personali del lavoratore.

Le somme erogate a titolo di incentivo sono da tassare, anche se col regime più favorevole della tassazione separata, mentre non sono dovuti i contributi previdenziali. Attenzione: tutte le volte che un lavoratore percepisce delle somme in tassazione separata (come il Tfr) deve sapere che l’Agenzia delle Entrate verificherà poi che l’aliquota applicata dal datore di lavoro (sulla base dei dati in suo possesso) sia quella corretta, tenendo conto della posizione fiscale complessiva del lavoratore (potendone derivare un conguaglio, a debito o anche a credito, a seconda dei casi). La relativa comunicazione può arrivare, in genere, anche dopo qualche anno al lavoratore che sarà dunque tenuto all’eventuale conguaglio.

Nulla impedisce che l’accordo sindacale preveda altri valori indiretti, ad esempio il pagamento di un percorso di outplacement, che anzi, se gestito da imprese qualificate del settore, è un ottimo strumento di sostegno alla ricollocazione sul mercato del lavoro.

Il contenuto dell’accordo è importante anche per altre questioni che possono porsi. Vediamone almeno un paio.

Il lavoratore ha diritto a risolvere il rapporto e percepire l’incentivo, anche se il datore di lavoro non vuole perché ritiene di avere ancora bisogno della sua prestazione?

Qui rileva la qualificazione giuridica di tali accordi: se li consideriamo, come è possibile, quale “offerta al pubblico” secondo il diritto civile, allora chi vi aderisce potrebbe in effetti maturare un diritto alla risoluzione. Se però, come spesso accade, lo stesso accordo prevede che il datore si riservi di non accettare l’adesione dei lavoratori ritenuti indispensabili, quel diritto non sorgerà.

Un tema molto delicato nasce dal fatto che, generalmente, l’impresa chiede che in occasione dell’accordo sulla risoluzione del rapporto di lavoro sia stipulata anche una “transazione generale” in una sede cosiddetta “protetta” (nel caso sarà probabilmente una conciliazione in sede sindacale), con rinuncia del lavoratore ad ogni possibile pretesa su quanto è accaduto nel corso del lavoro (ad esempio, il pagamento di ore di lavoro straordinario, il risarcimento di danni da dequalificazione professionale, di eventuali danni alla salute, ecc.).

Il lavoratore è obbligato a firmare la transazione? Ancora una volta dipende dall’accordo collettivo: se questo nulla prevede in tema, o prevede una clausola del tutto generica, ritengo che il lavoratore abbia diritto di rifiutarsi mantenendo il diritto alla risoluzione incentivata. Nella pratica, però, avverrà che anche il datore si rifiuterà a quel punto di fare l’accordo e il lavoratore dovrà valutare, con un legale, se vi sia la possibilità di proporre una causa. Nel frattempo, ovviamente, il rapporto di lavoro rimarrà attivo.

Ci si augura che, sul punto, gli accordi collettivi stabiliscano i confini delle eventuali rinunce, superando la discutibile prassi delle transazioni “tombali” ed escludendo dalle rinunce almeno i diritti che riguardano la salute e altri beni della persona.

In ogni caso, di fronte alla prospettiva della transazione, se inevitabile per uscire dall’azienda, il lavoratore che nutra qualche dubbio sulla regolarità di gestione del rapporto di lavoro farà bene a rivolgersi ad un professionista, per valutare se lo scambio tra incentivo e rinunce sia davvero conveniente.

Un’altra verifica da fare, prima di firmare, è sul versamento regolare dei contributi previdenziali: sapendo che se ci sono buchi negli ultimi cinque anni la transazione non è d’ostacolo al recupero (che si potrà ottenere chiedendo all’Inps di attivarsi), ma se la mancata contribuzione è precedente, la firma dell’accordo può far perdere il diritto al risarcimento dei danni recati alla posizione pensionistica.

Un’ultima nota: la norma in esame sembra anche voler dire che nel caso degli accordi in uscita il lavoratore ha diritto di ottenere la Naspi anche se non sia titolare dei normali requisiti soggettivi (minimo contributivo e 30 giorni di lavoro effettivo negli ultimi 12 mesi). Se così è, avrà diritto alla Naspi anche il lavoratore che, magari perché assunto poco prima dell’insorgere della pandemia e poi collocato a lungo in cassa integrazione, non possieda il requisito delle 30 giornate. La durata del trattamento, invece, rimane affidata al calcolo dei periodi contributivi accumulati negli ultimi quattro anni. Sul tema, però, sarà necessario vedere cosa dirà l’attesa circolare Inps sul decreto 104.

* Professore di Diritto del lavoro all’Università di Milano-Bicocca, è avvocato del lavoro e tra i fondatori del network di studi Legalilavoro, rete nazionale di studi legali che assistono lavoratrici, lavoratori e organizzazioni sindacali (www.legalilavoro.it).

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Oggi Renato Zero – all’anagrafe Renato Fiacchini – compie settant’anni. Auguri! Ma fare gli auguri a uno come lui non basta: bisogna far capire quanto sia importante la sua musica.

Con lui siamo di fronte a un artista che non solo ha lasciato un segno nella storia della musica italiana, ma che ha rappresentato anche qualcosa di unico, perché ha inventato ciò che prima, in Italia, semplicemente non c’era. Vediamo perché.

Negli anni Settanta, l’Italia della musica si divideva tra quelle che erano considerate canzonette orecchiabili e le canzoni impegnate, oppure tra la melodia e il rock. Il pop era commerciale, se vendevi eri considerato complice. Il pop italiano, d’altra parte, non era qualcosa di più che la reiterazione dell’icona strappalacrime sanremese, amori adolescenziali e fisime melodrammatiche. L’eccezione che conferma la regola era Lucio Battisti, troppo bravo e troppo avanti per essere considerato “pop” o furbo ma, siccome vendeva, andava in qualche modo denigrato ed etichettato: gli si diede del fascista, la più grande scemenza che il panorama musicale italiano ricordi.

Ma torniamo a noi. Si stava o di qua o di là. Renato Zero, quando arriva, spariglia: non si mette né di qua né di là, si mette da un’altra parte, si crea un proprio posto. Se il pop italiano era poco interessante perché non faceva altro che ripetere qualcosa di riconoscibile e già pronto, Renato Zero la propria icona se la creava di sana pianta. Non basta: Zero immetteva nel meccanismo artistico anche l’immagine, si travestiva, introduceva la spettacolarizzazione. Un conto è fare successo con qualcosa che funziona ma che già esiste, un altro è farlo con qualcosa che funziona ma che hai inventato tu.

Il pop italiano partiva dal gusto del pubblico e lo assecondava; Zero invece faceva l’esatto contrario: imponeva una strada propria, mettendo insieme quelle icone ma facendole convivere con situazioni apparentemente in antitesi, provocando, in maniera irregolare. Venne fuori così una poetica d’autore tramite un modo personale di mettere insieme le icone, un cortocircuito. Con coraggio, perché non era affatto facile in quegli anni fare una cosa del genere. Lo abbiamo detto, o eri di qua o eri di là: lui era da un’altra parte.

Anche con le tematiche era inafferrabile, perché partendo dall’ostentazione di una sessualità transgender mutuata dal glam rock, in Italia provocatoria e contromano, sapeva mostrare il nervo scoperto della più alta pietas cristiana, oltre che parlare di temi antiabortisti o questioni sociali come la droga, molto meglio di qualunque cantautore impegnato e realista. Renato Zero, dunque, dimostrava di essere un uomo che esprimeva il proprio punto di vista sul mondo, tramite un mezzo artistico d’impatto come la canzone, di cui sfruttava tutta la potenzialità di spettacolarizzazione, dalla forza uditiva a quella visiva.

Anni luce avanti in ogni cosa in Italia, praticamente, visto che – su quella strada – nessuno ha mai fatto niente di paragonabile dopo di lui. Ci sta provando Achille Lauro, che però mi sembra nelle ultimissime settimane rischi di essere fagocitato da una vertigine citazionista che è l’inverso dell’arte che vorrebbe esprimere.

Renato Zero, insomma, ha inventato il futuro. Anche quello di oggi, visto che nessuno ha mai fatto, in quel modo, quello che a lui riesce da cinquant’anni.

C’è un altro aspetto, poi, per cui è stato un antesignano: la simbiosi con il proprio pubblico. Essere sorcini è uno status. I suoi fan lo corrispondono come succede con pochi artisti in Italia. Zero nelle canzoni rappresenta spesso l’uomo battuto e d’infinita dignità, la persona d’ogni giorno maltrattata e derisa dalla società, che però riesce a trovare la forza nella simbiosi solidale con i suoi simili.

Sono tutti simboli disseminati negli anni, che lo rendono unico e da cui ancora oggi attinge per scrivere le nuove canzoni, da una tavolozza che si è costruito e ha riempito con estrema abilità.

Chiudo, mi sia concesso, con un ricordo personale.

Siamo nel 2016, metà aprile. Nel tardo pomeriggio c’è stata la presentazione di un mio libro su Ivan Graziani e, la sera, finiamo in una trattoria proprio con Renato Zero, sincero amico di Anna Graziani (moglie di Ivan), che aveva partecipato alla presentazione. Dal ristorante ci spostiamo a casa del cantautore, dove ascoltiamo delle canzoni. Siamo pochissimi: io, la mia compagna, Anna, Renato e il giornalista Rai Duccio Pasqua. Sono brani del nuovo disco Alt, appena uscito, ma forse anche qualcosa di inedito. Io sono colpito da tanta familiarità – sia dei brani che del suo autore –, vi assicuro non comune tra altri artisti di questo spessore e fama. Gli dico qualcosa del tipo: “Renato io con queste canzoni mi sento a casa, lo sai?”. E lui, con tutta la naturalezza del mondo: “Lo so, perché questa è casa tua”. Quando un artista riesce a farti sentire a casa, non c’è proprio altro da aggiungere. Il bello è che lui quella casa, prima di abitarci, se l’è costruita mattone su mattone.

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Se questo è un dibattito!: insulti, attacchi personali, frasi mozze perché l’altro ti interrompe, nessuna idea nuova, molti slogan rimasticati. Sul ring della Case Western Reserve University di Cleveland, Ohio, un arbitro debole, che non dà i break ai due rivali con sufficiente fermezza, conduce in porto un match senza il colpo del ko: Donald Trump, che deve rimontare, ne avrebbe bisogno; Joe Biden può essere contento così, gli basta restare in piedi.

Più che un dibattito è stato uno scontro, quasi una zuffa a parole: pare un talk show di casa nostra, invece di un dibattito ‘Old America’. C’era da aspettarselo, se c’è Trump ‘il bullo’ di mezzo; ma ‘SleepyJoe’ Biden non s’è tirato indietro. Trump l’aggredisce: “Non c’è niente di furbo in te”; Biden gli assesta un “Sei un clown”. Il presidente è più aggressivo e sempre corrucciato; lo sfidante più pacato e spesso sorridente; Trump rosso in viso, quasi concitato; Biden pallido, quasi bianco.

Nel primo dibattito televisivo fra i candidati alla Casa Bianca repubblicano e democratico, Trump, che punta a essere rieletto, è sempre sopra le righe nelle cifre e nelle citazioni, profittando dell’assenza di fact checking – ci pensano i media a contargli gli svarioni; Biden, lo sfidante, dà, invece, il meglio di sé quando ignora il rivale e si rivolge direttamente agli americani.

Il moderatore, Chris Wallace, della Fox News, è un veterano, ma la situazione gli sfugge lo stesso spesso di mano; e Trump qualche volta gli ‘mangia in testa’. Il pubblico è diradato e composto: ci sono la first lady Melania e Jill Biden, che alla fine salgono a prendersi sul palco i mariti.

Nel timore di contestazioni, il duello era stato blindato. Il governatore repubblicano Mike DeWine ha schierato 300 uomini della guardia nazionale, mentre le forze dell’ordine hanno isolato l’area dell’Università con alte recinzioni metalliche e chiuso la circolazione nei dintorni. Mezzi militari pattugliavano le strade.

Un’ora e mezzo di dibattito, suddiviso in sei segmenti: la Corte Suprema, la pandemia, l’economia, l’ambiente, la sicurezza e le tensioni razziali, la regolarità del voto. Di nuovo non esce nulla, né nella forma né nella sostanza. Trump va in difficoltà sulle tasse non pagate, Biden sui finanziamenti dalla Cina e sul ruolo del figlio Hunter – se la va un po’ a cercare, chiamando in causa il figlio buono e morto, Beau.

Trump si fa spesso un peana: “Nessuno meglio di me” sulla pandemia, l’economia, Law&Order; Biden lo fa spesso, meno smaccatamente, dell’amministrazione Obama, di cui lui era vicepresidente.

Si danno sulla voce l’un l’altro, più spesso Trump di Biden, che ha bisogno di tempo per presentare i suoi concetti – quelli del magnate sono più scarni. Gli incendi delle foreste? Colpa degli alberi, che sono vecchi. I 200 mila morti di coronavirus? Colpa della Cina, che ha esportato la sua ‘peste’. Le tensioni razziali? Colpa della sinistra, che è violenta. I microfoni sono sempre aperti, il che favorisce le interferenze e smozzica i pensieri.

Biden accusa Trump di essere “un cagnolino di Putin”. Trump afferma che Biden ha perso la partita con la sinistra del suo partito. Lo sfidante replica: “Io ho battuto Bernie Sanders, io sono il partito”. Biden s’impegna a rispettare l’esito delle elezioni, “la vittoria o la sconfitta, una volta che i voti saranno stati contati ne prenderò atto”; Trump non lo fa – “il voto per posta è un disastro, sarà una frode come mai viste prima”.

Ecco un florilegio di frasi, andando a rimbalzo di linea: “Sei da 47 anni in politica e non hai fatto nulla, ho fatto di più io in 47 mesi”; “Trump mente, è la persona sbagliata al posto sbagliato”; “Se fosse stato per te, ne sarebbero morti milioni. Ho fatto un lavoro fenomenale”; “Esci dal tuo bunker, non andare a giocare a golf, vai a lavorare”; “Vogliono chiudere il Paese”; “Il presidente ha gestito in maniera maldestra”; “Abbiamo l’economia più grande della storia, dopo la piaga cinese ci stiamo riprendendo, lui vuole richiudere tutto e distruggere il Paese”; “Sei il peggior presidente della storia degli Stati Uniti”.

E ancora: “Tu nel ’94 hai chiamato i neri ‘super-predatori’”; “Anche la Chiesa afferma che Trump sobilla il razzismo, un nero su mille è stato ucciso dal virus, se non agiamo entro l’anno saranno uno su 500”; “Tu non hai dalla tua le forze di polizia, a Portland abbiamo sistemato tutto in mezz’ora, mandando la cavalleria”; “La violenza non è mai la risposta giusta, la protesta pacifica è legittima… Le mele marce della polizia devono rispondere delle loro azioni”; “Tutta la violenza che vedo viene dalla sinistra, tutto questo disordine non viene dalla destra, ma dalla sinistra”; “La violenza aiuta Trump, che favorisce le milizie”; “Sul cambiamento climatico, stiamo facendo un ottimo lavoro”; “Rientrerò negli accordi di Parigi”.

Sulle tasse, lo scontro è innestato dal moderatore: “E’ vero che ha pagato 750 dollari di tasse nel 2017 e nel 2018?”; “Ho pagato milioni di dollari di tasse”; “E perché non lo fa vedere”; “Lo vedrete”; “Quando?”; “Sentite, non voglio pagare le tasse se non è necessario… Ho avuto sgravi fiscali perché ho costruito grandi imprese”; “Tu approfitti delle scappatoie della legge”; “Quella che avete fatto tu e Obama”.

Poche ore prima del dibattito televisivo, Joe Biden aveva pubblicato la sua dichiarazione dei redditi per il 2019, dalla quale emerge che lui e la moglie hanno pagato quasi 300mila dollari di tasse, con un reddito lordo di circa 985mila dollari. Negli anni precedenti i Biden avevano versato di più: 1,5 milioni nel 2018 e 3,7 milioni nel 2017.

Anche la vice di Biden, Kamala Harris, ha pubblicato la sua dichiarazione dei redditi: nel 2019, con il marito Doug Emhoff, avvocato, la senatrice ha pagato circa 1,2 milioni di dollari di tasse, con un reddito lordo di circa 3 milioni di dollari. Se i dollari delle tasse fossero voti, il ticket democratico sarebbe già eletto.

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“State indietro ma state pronti”. Così il presidente Donald Trump si è rivolto ai Proud Boys, un gruppo di estrema destra dichiaratamente suprematista, durante il primo dibattito presidenziale in tv. Parole che, all’orecchio dei giornalisti e degli osservatori, sono suonate come inquietanti: non solo il presidente non ha pubblicamente preso le distanze dai suprematisti bianchi né ha condannato la violenza, ma ha anche fatto una chiamata alle armi. “Qualcuno deve pur fare qualcosa”, ha detto.

Tra i temi affrontati nei 96 minuti di confronto, da un palco di Celeveland, in Ohio, c’è stata anche la questione del razzismo e del suprematismo bianco: il moderatore Chris Wallace ha chiesto al presidente di condannare gli episodi di violenza visti a Kenosha e in altre città del Paese durante le proteste del movimento Black Lives Matter, ma il tycoon ha risposto che quello che ha visto “è un problema non della destra, ma della sinistra“. Alle insistenze del moderatore e dello sfidante Biden, Trump ha risposto in modo evasivo: “Cosa volete che dica? Con chi devo parlare?”. A quel punto lo incalzano chiamando in causa i Proud Boys, noto gruppo armato di estrema destra dichiaratamente suprematista. Trump a quel punto ha dato una risposta estremamente controversa: “Proud Boys, state fermi ma siate pronti. Ma vi dico questo: qualcuno deve fare qualcosa contro l’estrema sinistra e gli antifa“.

Sui social, i membri dei Proud Boys hanno esultato, sentendosi direttamente chiamati in causa: “Praticamente ci ha detto di andare a fare casino – ha scritto uno dei loro esponenti più noti – Sono molto felice”. Biden ha pubblicato uno scambio di messaggi sul suo profilo, commentando: “Questa è l’America di Trump”. La deputata Alexandra Ocasio-Cortez, giovane rappresentante del partito democratico, ha esplicitamente chiamato Trump “un suprematista bianco” su Twitter per le sue parole: “Questo è fascismo che bussa alla nostra porta”.

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Poche ore dopo i funerali di Daniele De Santis ed Eleonora Manta, la sera di sabato 26 settembre, Antonio De Marco - il 21enne reo confesso dell’assassinio di Lecce - avrebbe partecipato a una festa con i colleghi del Vito Fazzi di Lecce, l’ospedale che frequentava per diventare infermiere. Come scrive anche il Corriere della Sera, l’occasione era quella del compleanno di una tirocinante e, tra i partecipanti alla serata, c’è chi dice di aver visto Antonio ballare. Quel sabato quindi, il ragazzo ha deciso di non disertare la festa tra colleghi che arrivava alla fine una settimana trascorsa nella normalità, nonostante il lunedì fosse avvenuto il delitto dei suoi ex coinquilini.



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Centinaia di giovani accalcati nell’atrio di uno studentato. Un video che arriva dal Regno Unito, dall’università di Conventry, dove nelle scorse ore circa 200 giovani hanno dato vita a un’animatissima festa che viola in maniera sfacciata la regola del sei, imposta nelle scorse settimane dal governo britannico per limitare i contagi.

Il filmato, diffuso sui social network, preoccupa particolarmente in virtù dell’elevato numero di casi riscontrati proprio nei campus universitari. Un portavoce dell’università, dove sono stati riscontrati già 5 positivi, ha affermato che qualsiasi studente scoperto a violare il codice di condotta dell’università dovrà affrontare procedimenti disciplinari.

Al momento sono 4mila gli studenti in auto-isolamento in tutta la Gran Bretagna dopo che più di 500 casi di Covid-19 sono stati confermati in almeno 32 università.

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“Il peggior dibattito che io abbia mai visto, anzi, non era nemmeno un dibattito: era una disgrazia“. All’indomani del primo confronto televisivo tra Joe Biden e Donald Trump, la maggior parte degli giornalisti e dei commentatori statunitensi concorda nel ritenere che, dal caos di insulti e accuse reciproche, nessuno sia uscito veramente vincitore dal faccia a faccia televisivo. A perdere sono stati soprattutto gli elettori che da casa hanno guardato un dibattito impossibile da seguire, continuamente interrotto, dove nessun tema è stato discusso in maniera approfondita.

I titoli della stampa d’oltreoceano sono un esempio lampante: “Con interruzioni, bugie e insulti, Trump calpesta il decoro nel dibattito con Biden”, affonda il New York Times. Il Washington Post si concentra invece sull’aspetto di cronaca più lampante: “Il primo confronto tra Trump e Biden segnato dalle costanti interruzioni di Trump”, così come il Wall Street Journal: “Un dibattito segnato da interruzioni e insulti”. Secondo Politico, si è arrivati al “punto più basso della politica presidenziale, un nuovo marchio della vergogna nazionale“. Poi spiega che il dibattito di Cleveland “ha cambiato” la storia dei dibattiti presidenziali, iniziata negli sessanta, e che finora era rimasta “una delle poche dimensioni della vita pubblica nazionale che aveva conservato una certa aura di solennità“.

I commenti a caldo dei giornalisti che lo hanno seguito in diretta sono stati ancora più espliciti: “It was a hot mess, inside a dumpster fire, inside a train wrec” ha detto a caldo il giornalista di Cnn Jake Tapper subito dopo la fine del confronto. Cioè: “È stato un gran casino dentro un cassonetto in fiamme, dentro un disastro ferroviario“. Ha poi definito l’evento televisivo il “peggior dibattito che io abbia mai visto”, spingendosi a chiamarlo “una disgrazia“, e imputando le colpe principalmente alle aggressive interruzioni di Trump. La sua collega Dana Bash senza mezzi termini ha parlato di “shitshow”: “Mi scuso per essere cruda, ma le persone che lo guardavano con genuino interesse sono quelle che sono state offese di più da questa performance, un brutto reality show“. Molti altri hanno parlato di “disastro”, dove non si riusciva nemmeno ad ascoltare una frase per intero.

Ma secondo un sondaggio condotto a caldo dall’emittente, il 60% dei suoi telespettatori ritiene che Biden – attualmente in testa nei sondaggi – sia uscito vincitore dallo scontro. Mentre il 28% ha indicato il presidente americano come vincitore: questi risultati sono quasi identici a quelli della stessa Cnn dopo il primo dibattito tra Trump e Hillary Clinton.

Sempre la Cnn, nel tradizionale articolo di analisi che apre il sito “the hits e the misses” ha deliberatamente lasciato in bianco il paragrafo destinato alle parti salienti e ai ‘successi’ dialettici dei candidati: “È stato orribile e non ne è uscito assolutamente nulla di educativo per il pubblico da parte dei due candidati, che non hanno spiegato nulla di cosa faranno nei quattro anni in cui potrebbero servire il Paese come presidenti”. Che poi è lo scopo principale dei dibattiti, chiarire il programma in modo da convincere gli indecisi o rafforzare le convinzioni del proprio elettorato.

Il dibattito, come quattro anni fa, è stato seguito da diversi gruppi di fact-checker delle principali testate giornalistiche: Cnn, ABC News, Bloomberg, Associated Press e New York Times. Tutti sono d’accordo nel ritenere che una grande quantità di affermazioni pronunciate dal presidente siano totalmente false: in particolare quelle sull’Obamacare – il piano di assistenza sanitaria – e sul lockdown. I fact-checker hanno anche smentito che Biden, come affermato da Trump, abbia mai chiamato gli afroamericani “super predators”: l’espressione fu usata una sola volta da Hillary Clinton commentando un disegno di legge contro la criminalità, e non era rivolta a quel particolare gruppo etnico.

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Un bambino di 11 anni è morto a Napoli dopo essersi lanciato dal balcone di casa al decimo piano. La notizia è riportata da alcuni quotidiani. È tutto avvenuto intorno a mezzanotte in via Mergellina. Inutile l’intervento del 118 chiamato dai genitori dopo che dopo averlo cercato hanno trovato un biglietto. Le indagini sono condotte dalla Squadra mobile e si indaga per istigazione al suicidio.

Gli investigatori vogliono accertare se sia stato vittima di bullismo o se il ragazzino sia stato in qualche modo spinto al gesto con una delle sfide diffuse sui social, oggetto di numerose segnalazioni alla Polizia Postale, in cui si spingerebbero i ragazzini a superare delle “prove” che possono sfociare in gesti di autolesionismo. Il telefono cellulare del bambino è stato sequestrato e verrà analizzato alla ricerca di messaggi o altro genere di contenuti che potrebbero essere legati al suicidio.

Il ragazzino prima di compiere avrebbe lasciato un bigliettino con il quale chiede scusa alla mamma e nel quale fa riferimento a uno stato di paura vissuto nelle ultime ore di vita. L’undicenne allude, in particolare, a un uomo nero, e gli inquirenti non escludono possa essere stato vittima dei cosiddetti “challenge dell’orrore”, del tipo “blue whale”. Poche parole, ma con un contenuto su cui gli investigatori vogliono vederci chiaro: ci sarebbero degli elementi che avrebbero portato a ritenere che in quel gesto estremo possa essere coinvolta un’altra persona.

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Duri scambi di accuse ed insulti reciproci fra Donald Trump e Joe Biden nel primo confronto tv fra i due candidati alla presidenza Usa in vista del voto di novembre, sul palco del Case Western Reserve University di Cleveland, in Ohio. Un confronto che fin dall’inizio ha avuto toni durissimi ed è stato giocato sulle continue interruzioni dell’avversario, soprattutto da parte di Trump, tanto che spesso il moderatore Chris Wallace ha avuto difficoltà a tenere in mano la situazione. “Sei un bugiardo e un clown, il cagnolino di Putin”, ha detto Biden a Trump, accusato di essere “il peggior presidente della storia“. Il Tycoon ha ribattuto sostenendo che Biden “non ha niente di intelligente” ed ha glissato sull’invito a riconoscere l’esitodel voto, affermando che “per sapere il risultato ci potrebbero volere dei mesi”. “Andate a votare, siete voi che determinate il futuro del Paese. E lui non può fermarvi”, ha replicato Biden

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Carlo Bonomi? Ho l’impressione che il presidente di Confindustria, tra l’altro in ottima compagnia, avesse scommesso molto sulle elezioni regionali. Speravano tutti in una débâcle della maggioranza di governo “. Sono le parole pronunciate a “Otto e mezzo” (La7) dal direttore de Il Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, che spiega: “Non facevano mistero di desiderare un esecutivo molto diverso, con un’altra maggioranza e un’altra politica, che non fosse quella che loro chiamano ‘Sussidistan’ e che in realtà è una politica sociale“.

E aggiunge: “Questa politica sociale del governo ci ha salvati da quelle rivolte di piazza che tutti vaticinavano per settembre. Io sto aspettando il 30 settembre per togliere i sacchi di sabbia dalla mia finestra e i cavalli di Frisia davanti casa, perché, a furia di sentir dire che avremmo avuto le sommosse, temevo assalti ai forni e scene manzoniane. Se non le abbiamo avute, è perché questo governo ha fatto delle politiche sociali, mentre altri governi, che magari piacciono di più al presidente di Confindustria – continua – hanno assistito assolutamente inerti alla perdita di decine di milioni di posti di lavoro per la crisi da covid, come negli Stati Uniti. La spallata al governo Conte Due che sognava il presidente di Confindustria, assieme a gran parte dei giornali italiani che fanno riferimento ai gruppi finanziari nazionali, ha perso la sua scommessa e quindi ha capito che questo governo forse se lo deve tenere per un altro po’. Ci dovrà convivere“.

Travaglio chiosa: “Da parte di Confindustria, però, non ho visto nemmeno un cenno di autocritica per quelle 2600 imprese che si sono intascate i soldi dello Stato per la cassa integrazione, quando potevano benissimo riaprire i battenti o in toto o parzialmente. E invece continuano, tramite i loro giornali, a fare le campagne contro i furbetti del reddito di cittadinanza, che sono pochi migliaia che incidono sul bilancio dello Stato per una manciata di milioni, mentre i furbastri della cassa integrazione, cioè quelle 2600 imprese che fanno le furbe coi soldi nostri, ci sono già costati 2 miliardi e 700 milioni di euro, secondo i calcoli molto prudenziali dell’Inps. Almeno su quello, chi rappresenta le imprese dovrebbe prendere le distanze da chi fa “mala impresa”.

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Il sindaco di Ventimiglia, Gaetano Scullino, è stato derubato del giubbotto questa mattina, durante una diretta sull'emittente televisiva ligure Primocanale (IL VIDEO SUL CANALE FACEBOOK DI PRIMOCANALE).

La domanda sull'obbligo di mascherina

Lo spolverino, blu scuro, contenente la fascia tricolore, era stato appoggiato su una panchina a qualche metro di distanza dal luogo del collegamento televisivo. Proprio mentre la giornalista poneva la prima domanda in merito all'ordinanza sull'obbligo di mascherine in città, il primo cittadino si è allontanato dall'inquadratura esclamando: "Mi hanno portato via il giaccone".

La denuncia

Scullino, scherzando, ha fatto sapere che “manderà il conto” all’emittente televisiva e, seriamente, presenterà denuncia alla polizia locale perché nella tasca del soprabito c'era anche una fascia tricolore e “non vorrei mai che qualcuno possa farne cattivo uso".



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Io ne ho viste di Confindustrie. Ho visto quelle che col ditino alzato ti spiegano la rava e la fava. Poi c’è un’altra Confindustria che, a prescindere da come la pensa politicamente, ha mani e piedi nella fabbrica. E questa Confindustria è meglio per gli industriali, perché non isola l’industria dall’opinione pubblica”. Così, a “Otto e mezzo”, su La7, il deputato di LeU Pier Luigi Bersani risponde a una domanda della conduttrice Lilli Gruber che gli chiede spiegazioni sulla scarso apprezzamento del presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, nei confronti del governo Conte Due.

In riferimento all’assemblea di Confindustria, a cui nella giornata di ieri ha partecipato il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, Bersani osserva: “C’è stata una parziale modifica nell’atteggiamento di Bonomi nei confronti del governo, forse perché ha intravisto una stabilità nell’esecutivo. Ma gli sarà arrivato anche qualche messaggio da chi ha mani e piedi nella fabbrica, che gli avrà spiegato che non c’è contraddizione tra politiche sociali intelligenti e politiche a sostegno dell’impresa – conclude – Ricordo che Bonomi è lo stesso a cui è scappata la battuta secondo cui la politica può far più danni del virus. Sarà stata una battuta fraintesa, quello che si vuole, ma io sono sicuro che a un industriale un po’ più dialettale non sarebbe mai venuta in mente una cosa del genere. Bonomi dice anche che non c’è visione. Ma cosa deve vedere? La Madonna?”.

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Pochi, distanziati e magari in silenzio. Per il calcio che prova a far tornare il pubblico negli stadi queste sono le regole di partenza. Nelle settimane in cui tutti i principali campionati europei sono ricominciati, il tema “pubblico sì pubblico no” è tornato a essere d’attualità. Se nello strano finale di stagione scorso ci si era messi il cuore in pace sull’impossibilità di far tornare i tifosi, con l’inizio dei vari campionati il dibattito si è riaperto. Alla base il pressing delle società, coscienti che se le entrate dal botteghino dovessero continuare a essere zero, i bilanci diverrebbero sempre più pesanti. Ecco che quindi, in tutta Europa, si pensa a come correre ai ripari.

Come spesso accade, a guidare tutti è stata la Germania, che ha deciso di riaprire gli stadi con una capienza del 20%. Prima ha testato il protocollo con le partite di Coppa che hanno dato il via alla stagione, per poi confermare le misure con l’inizio del campionato. Lì, come ovunque, valgono sempre queste regole: l’obbligo di mascherina, la misurazione della temperatura prima di entrare, turni di ingresso ed uscita e l’indicazione di mantenere un comportamento controllato una volta che si è nell’impianto. Questo vuol dire evitare di abbracciarsi per esultare o muoversi dal proprio posto. Le stesse misure adottate dalla Uefa per la Supercoppa europea di Budapest, dove i cancelli della Ferenc Puskas Arena si sono aperti per 20mila spettatori (circa il 30% del totale). Molti tifosi del Bayern Monaco però, esattamente come gli omologhi del Siviglia, hanno deciso di lasciar perdere la trasferta, preoccupati sia dalla quarantena imposta al ritorno sia dallo stato del contagio di coronavirus in Ungheria, che colpisce ancora migliaia di persone.

I tifosi spagnoli d’altro canto sanno che per loro il ritorno allo stadio è ancora lontano: inizialmente si era parlato della possibilità che tornassero a ottobre, poi Javier Tebas, presidente della Liga, ha spostato la data a gennaio-febbraio. Oggi tutto è bloccato perché il Covid dalle parti di Madrid è tornato a farsi sentire con prepotenza, con lockdown anche estesi, cosa che inevitabilmente allontana il pubblico dagli stadi. Stessa situazione in Inghilterra: ottobre sembrava il mese decisivo, ma ora bisognerà vedere come Londra deciderà di rispondere al continuo aumento dei contagi. Da questo aspetto, con ogni logico, cadranno a pioggia anche tutte le decisioni che riguardano lo sport.

Cinquemila spettatori invece è la soglia scelta dalla Francia. A prescindere dalla capienza, questo è il numero delle persone ammesse nei vari stadi della Ligue 1. Manovra che inevitabilmente ha sollevato delle polemiche sia tra i tifosi che tra i presidenti dei club. Tutto fa pensare che questa sia un primo passo verso una maggiore riapertura, ma anche qui a decidere non saranno tanto i politici quanto l’andamento del contagio, unico fattore realmente in grado di determinare le future scelte.

Allargando lo sguardo fuori dai confini europei, una soluzione singolare arriva dal Giappone ed è attiva già da luglio. Anche lì sono ammessi al massimo 5mila tifosi. Che devono rispettare regole ferree: è stata imposta non solo la mascherina, il distanziamento e la misurazione della temperatura, ma anche il divieto totale di fare cori. Questo per evitare che urlando qualcuno possa spargere della goccioline di saliva e quindi contagiare chi ha attorno. L’effetto che ne è uscito è molto più simile al teatro che allo stadio: pubblico seduto, in religioso silenzio, con qualche applauso timido nel momento dei gol. “Urlate dentro il vostro cuore”, hanno chiesto le autorità ai tifosi. Insomma, un compromesso che in Giappone hanno deciso di accettare pur di poter tornare a vedere dal vivo i propri beniamini.

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