dicembre 2019

Ad Ascoli Piceno un 26enne è morto per aver tentato di spegnere un principio di incendio innescato da alcuni fuochi d’artificio a Colle San Marco. Secondo una prima ricostruzione, allo scoccare della mezzanotte, il giovane sarebbe caduto per evitare il propagarsi delle fiamme precipitando per almeno una cinquantina di metri.
Immediato l’allarme delle persone che erano con lui. Sul posto sono arrivati i Vigili del fuoco e i sanitari del 118 che ne hanno però dichiarato il decesso intorno all’1.50.

Il bilancio dei feriti nel Napoletano

Sono 48 i feriti della 'guerra' dei botti nel Napoletano, 22 in città e 26 in provincia. Un 65enne ha subito una lieve lacerazione alla mano sinistra nella propria abitazione di Giugliano; un 67enne ha avuto una escoriazione al viso in casa di Bacoli; 7 giorni di prognosi anche per un giovane di 24 anni per una escoriazione causata da un petardo esploso prima del lancio; per un 43enne di Giugliano analoga prognosi. Nel quartiere di Fuorigrotta, due persone sono state colpite alla schiena da un razzo. Un'altra persona è stata ferita ad una gamba per lo scoppio ravvicinato di un petardo.

Gli interventi dei vigili del fuoco

Sono stati 686 in tutta Italia gli interventi dei vigili del fuoco riconducibili ai festeggiamenti di Capodanno, il 4% in piu' rispetto allo scorso anno, quando furono 658. Il numero maggiore quest'anno in Emilia Romagna, 107. Seguono Lombardia (92), Lazio (80), Campania e Puglia (61), Toscana (60), Sicilia (42), Piemonte (36), Veneto e Trentino Alto Adige (36), Marche (33), Liguria (29), Friuli Venezia Giulia (20), Umbria (7), Abruzzo e Basilicata (3), Calabria (2). Nessun intervento in Molise.    

Quattro feriti a Bari per crollo controsoffitto albergo

Una parte del controsoffitto di una sala dell'hotel Excelsior di Bari ha ceduto mentre era in corso il veglione di Capodanno, causando quattro feriti. Il crollo è avvenuto intorno all’1 di notte. "È venuta giù la parte di tetto in corrispondenza delle casse acustiche, forse il cedimento potrebbe essere stato prodotto dalle vibrazioni sonore", le parole di un testimone.

Venezia, uomo fermato a Piazza San Marco

Un uomo (probabilmente un turista) è stato fermato e identificato dalle forze dell'ordine a Venezia per aver fatto partire alcuni grossi botti in mezzo al pubblico di Piazza San Marco. A San Marco c'erano circa 29mila persone e i fuochi, partiti dal centro della piazza - dove vige il divieto assoluto di portare materiale pirotecnico -, hanno creato disorientamento e apprensione tra la gente.

 



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Se possedete molti dispositivi da ricaricare, ad esempio auricolari wireless, uno smartwatch e uno smartphone, oppure in famiglia siete in tanti, la vostra casa sarà affollata di caricabatterie, con tante prese occupate e cavetti ovunque. Fortunatamente su Amazon c’è la soluzione che fa per voi: una base di ricarica , compatibile sia con dispositivi Android che Apple, che grazie allo sconto del 10% costa 26,99 euro e consente di ricaricare contemporaneamente fino a sei diversi device usando un solo cavo.

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Bisogna però tenere a mente che per poter ricaricare lo smartwatch bisogna inserire nell’apposito alloggiamento il suo caricabatterie. Inoltre, per quanto riguarda la ricarica wireless dello smartphone, quest’ultimo non deve avere custodie metalliche, con porta carte di credito o di spessore superiore agli 8 mm, prima di essere poggiato sulla base.

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Succede sempre così: ci si comincia a pensare mesi prima, si creano gruppi whatsapp, si guardano i voli, ma poi si arriva al 30 dicembre senza la più pallida idea di cosa fare la sera di Capodanno. Un aiutino: non è obbligatorio uscire a tutti i costi, sgomitare tra una folla di sconosciuti e tornare barcollando tra paillettes, trenini e boa di piume. Se la serata dei vostri sogni include un gatto, un divano e una cioccolata calda ma siete – giustamente – terrorizzati dall’idea di fare zapping tra il concertone e i cartoni animati, ecco 5 film da vedere per iniziare a fare buoni propositi per il 2020.

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La fine dell’anno è tempo di bilanci. Ne tentiamo uno per la materia che ci compete, quella che riguarda il sistema penitenziario italiano. Va detto innanzitutto che chi ha a cuore la sicurezza del Paese dovrebbe avere a cuore anche un modello di vita carceraria rispettoso dei diritti fondamentali. La pena del carcere contribuisce alla sicurezza collettiva nei limiti in cui è utilizzata per avviare, nel momento della detenzione, percorsi personalizzati di reintegrazione sociale.

Il tasso di recidiva dei detenuti è inversamente proporzionale alla disumanità della punizione subita. Maggiori occasioni di studio, di lavoro, di intrattenimento di qualità sono state offerte ai detenuti, di maggiori relazioni con l’esterno essi hanno potuto disporre, meno violenza hanno visto e subito e più basso è il tasso di recidiva e di ritorno alla vita criminale. Vi è dunque un rapporto diretto tra garanzia dei diritti dei detenuti e sicurezza. Chi lo nega mistifica la realtà al fine di assecondare quel sentimento di vendetta che serpeggia nella società.

Nell’ultimo anno Antigone ha visitato più di cento carceri, con l’obiettivo di dare un contributo alla sicurezza di tutti (cittadini e detenuti) attraverso il rispetto (da parte di tutti) dell’articolo 27 della Costituzione, che impone l’esecuzione di pene umane e finalizzate alla risocializzazione.

Le visite sono avvenute con uno spirito di ricerca, analisi, studio e mai viziate da pregiudizio. Esse sono rese possibili da un accordo con l’amministrazione penitenziaria, la quale va ringraziata per l’apertura mostrata nel concedere le autorizzazioni. Nella quasi totalità dei casi, gli osservatori di Antigone hanno incontrato direttori, poliziotti, educatori e operatori di grande sensibilità.

Purtroppo il sovraffollamento, nel momento in cui riduce lo spazio vitale a disposizione di ogni detenuto e contribuisce a renderlo anonimo rispetto alla presa in carico degli operatori penitenziari, è la prima causa di disagio e di ostacolo al rispetto dei vincoli costituzionali. È un panorama preoccupante quello che si percepisce dalla lettura delle statistiche: al 30 novembre 2019, i detenuti presenti nelle quasi 200 carceri italiane erano 61.174, circa 1.500 in più rispetto al dicembre del 2018 e 3.500 in più rispetto al 2017.

Un aumento su cui non pesano gli stranieri che, sia in termini assoluti che percentuali, sono diminuiti rispetto allo scorso anno. Se al 31 dicembre 2018 erano infatti 20.255, pari al 33,9% del totale dei detenuti, al 30 novembre 2019 erano 20.091, pari al 32,8% del totale.

Il tasso di affollamento ufficiale è del 121%. Tuttavia, circa 4mila dei 50.476 posti ufficiali non sono al momento disponibili, portando il tasso effettivo al 131%. Trattandosi di un tasso medio, ci sono casi virtuosi e istituti dove al contrario si sta davvero stretti: a Como e Taranto, ad esempio, il tasso di affollamento è addirittura del 202%. In generale, al momento la regione più affollata è la Puglia, con un tasso del 159,2% (il 165,8% se consideriamo i posti conteggiati ma non disponibili), seguita dal Molise (150% quello teorico, 161,4% quello reale) e dal Friuli Venezia Giulia (144,1% teorico e 154,7% reale).

Nel 27,3% degli istituti visitati sembrerebbero esserci celle in cui i detenuti hanno a disposizione meno di 3 metri quadri di superficie calpestabile ciascuno, una condizione violativa dell’art. 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo che proibisce la tortura e i trattamenti disumani e degradanti. Inoltre, in più della metà degli istituti nei quali siamo entrati abbiamo trovato celle senza acqua calda disponibile. In altri cinque, vi erano celle in cui il water non si trovava neanche in un ambiente separato dal resto della stanza.

Anche sulla situazione sanitaria emerge preoccupazione. In un terzo degli istituti visitati non era presente un medico con continuità lungo tutte le 24 ore e per ogni 100 detenuti erano in media a disposizione solo 6,9 ore settimanali di servizio psichiatrico e 11,6 di sostegno psicologico.

Numeri bassissimi, alla luce del disagio psichico e delle patologie psichiatriche di cui soffre un’ampia parte della popolazione detenuta. Dalle rilevazioni di Antigone è infatti emerso che il 27,5% dei reclusi assume una terapia psichiatrica. Inoltre, il 10,4% è costituito da tossicodipendenti con un trattamento farmacologico sostitutivo in corso.

Anche per quanto riguarda il lavoro la situazione non è migliorata rispetto agli anni passati. I detenuti che lavorano alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria sono, in media, circa il 25% del totale e, nella maggior parte dei casi, questo impegno è solo di poche ore al giorno e non tutti i giorni della settimana. Solo il 2,2% lavora per una cooperativa privata o per un datore di lavoro esterno. Infine, nel 30% degli istituti visitati non c’è alcun corso di formazione professionale.

Se questo è il quadro delle carceri italiane del 2019, per il 2020 ci auguriamo un’inversione di rotta e di trattamento, a partire da nuove risorse da investire nell’assunzione di giovani direttori, educatori, medici, mediatori culturali, nonché nel riconoscimento di un adeguato sostegno lavorativo (che tenga conto del burnout professionale) per tutti quei poliziotti che altrimenti rischiano di affidarsi alle facili e demagogiche ricette salviniane, in base alle quali la soddisfazione del personale arriverebbe dal trasformare il detenuto in un nemico.

Un segnale positivo è arrivato dall’annuncio di un concorso per 100 nuovi dirigenti per l’esecuzione penale esterna. Si continui così. E non si inseguano le sirene populiste anti-costituzionali.

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Un cast “classico”, ma anche che strizza l’occhio ai più giovani, che notoriamente il 31 dicembre non stanno davanti alla televisione. Si rinnova la sfida a distanza tra “L’anno che verrà” di Rai Uno che quest’anno ha scelto di nuovo la città di Potenza, in Basilicata, e il “Capodanno in musica” di Canale 5 che si svolgerà, come lo scorso anno, a Bari. Per la quinta volta consecutiva sarà la Basilicata (la Regione che ha appena salutato la fine dell’anno di Matera Capitale europea della Cultura 2019) a ospitare la trasmissione della notte di San Silvestro condotta da Amadeus. Sul palco di piazza Mario Pagano saliranno gli Stadio, Cristiano Malgioglio, Albano e Romina Power, Marco Masini, Alberto Urso, Orietta Berti, Rocco Hunt, The Kolors, Gigi D’Alessio, Arisa, Riccardo Fogli, Elettra Lamborghini, Antonella Ruggiero, Benji e Fede, Fausto Leali, Ivan Cattaneo, Paolo Vallesi e gli 8 finalisti di Sanremo Giovani (Eugenio in via di Gioia, Fadi, Fasma, Leo Gassmann, Marco Sentieri, Gabriella Martinelli con Lula, Matteo Faustini e Tecla Insolia).

Confermati invece in piazza Libertà a Bari presentati da Federica Panicucci: Giordana Angi, Annalisa, Fred De Palma, Elodie, J-Ax, Marianne Mirage, Mondomarcio, Fabrizio Moro, Nek, Raf e Tozzi, Francesco Renga, Riki, Rovazzi, Shade, Anna Tatangelo e il vincitore di Coca-Cola Future Legend. Tutti protagonisti del “Capodanno in Musica” di Canale 5, condotto da Federica Panicucci su Canale 5 e in contemporanea su Radio Mediaset. Sul palco saliranno anche i protagonisti della scuola di “Amici di Maria De Filippi”, che si esibiranno tra canto e ballo. Rimane ancora top secret il nome di un Big della musica che parteciperà e che sarà svelato solo poche ore prima della messa in onda. L’intero evento sarà trasmesso in diretta su Canale5 e in contemporanea su Radio 105, R101, Radio Monte Carlo, Radio Subasio e Radionorba.

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Matteo Salvini è il politico peggiore dell’anno. Ma anche il migliore. Lo sostiene un sondaggio dell’istituto Demos per il quotidiano Repubblica. Per il 21% degli intervistati il leader della Lega è il miglior politico del 2019. Per oltre, però, un terzo (cioè il 34%) è il peggiore. Quindi più di metà delle persone interpellate non riesce a non citare l’ex ministro dell’Interno. Un po’ come accadeva un anno fa per Matteo Renzi. L’ex premier, però, ha perso centralità nelle opinioni degli italiani: non citato tra i politici migliori, è terzo tra i peggiori col 15%, un punto in meno di Luigi Di Maio. Tra i migliori si segnala il premier Giuseppe Conte, al 12%, stesso successo riscosso da Sergio Mattarella. Tra i personaggi internazionali spicca poi l’assenza di un vero “migliore”: Papa Francesco è primo con l’8 percento dei consensi. Il peggiore di tutti? Donald Trump per il 28% degli intervistati.

Il rapporto su “Gli italiani e lo Stato” dell’istituto guidato da Ilvo Diamanti segnala poi come il quasi il 90% ritiene positiva la riduzione dei parlamentari. In ordine sparso si segnala poi come per il 60% degli italiani la famiglia è ancora considerato un sostegno “economico sicuro“. Per quanto riguarda il gradimento dei singoli leader, il sondaggio commissionato dal Corriere della Sera a Ipsos riporta i dati degli ultimi dodici mesi. Dopo le elezioni europee Salvini aveva un indice vicino al 60 percento, caduto al 42 dopo la crisi e quindi al 37-38. Le polemiche continue del leader del Carroccio, dunque, non sembrano produrre risultati di rilievo. Minimo storico nell’ultimo giorno dell’anno per Di Maio è 21%, indice più che dimezzato rispetto a un anno fa. Cala anche Zingaretti, che è al 25%, meno del conseso registrato dopo le primarie. Cresce invece l’appeal di Giorgia Meloni, che segue Salvini al 36%. Resiste il consenso intorno al premier Conte: ha un indice del 47%, ma è leggermente in calo rispetto alle settimane post crisi di governo. L’esecutivo Pd-M5s, invece, è al 44, dieci punti sotto il governo M5s-Lega.

Per quanto riguarda i singoli partiti, l’istituto guidato da Nando Pagnoncelli sottolinea come il Carroccio sia passato dal 34% delle Europee al 36% di fine luglio. Ad agosto è sceso di 4 punti, fermandosi al 32% a dicembre. Dunque il partito di Salvini rimane il primo ma in lieve calo rispetto al boom della primavera-estate. Il M5s è al 17,7%, più o meno al livello delle Europee. Il Pd, invece, perde quattro punti rispetto alle elezioni per Bruxelles e si ferma al 18%. Dall’altra parte, invece, Italia viva non va oltre il 5,3%: sembra fallito dunque il tentativo di svuotamento di dem sulle orme di Emmanuel Macron con il Partito socialista francese. A destra si conferma il boom di Fratelli d’Italia che supera il dieci percento e ha più del doppio dei voti presi alle politiche, mentre Forza Italia è ferma al 7.

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I giudici contabili tagliano due terzi del conto da pagare per le tangenti del Mose. La Procura della Corte dei Conti veneta aveva chiesto la condanna a risarcire 21,75 milioni di euro per le tangenti del Mose all’ingegnere Giovanni Mazzacurati già presidente del Consorzio Venezia Nuova (è deceduto pochi mesi fa), all’imprenditore veronese Alessandro Mazzi e al Consorzio stesso. Ma i giudici contabili hanno sforbiciato la somma, riducendola ad un terzo. E così la condanna per danno erariale è stata fissata in 6,9 milioni.

La decisione è stata adottata dal presidente Carlo Greco, dal relatore Innocenza Zaffina e dal giudice Daniela Alberghini. Gli atti di citazione risalivano al 2018. A sostenere l’accusa, il procuratore regionale della Corte dei Conti Paolo Evangelista e il vice Alberto Mingarelli. La somma imponente era il risultato del calcolo delle tangenti di cui avrebbero beneficiato i pubblici ufficiali. Ovvero: 8,8 milioni di euro per l’ex governatore Giancarlo Galan, 2,8 milioni di euro per l’ex assessore Renato Chisso, 2,1 milioni per l’ex magistrato alle acque Patrizio Cuccioletta, 3,3 milioni di euro per l’ex giudice erariale Vittorio Giuseppone, 3,2 milioni per l’ex magistrato alle acque Maria Giovanna Piva, 500mila euro per l’ex ministro Altiero Matteoli, 500mila euro per il generale della Finanza Emilio Spaziante. Il totale del “danno da tangenti” era quindi di 21,75 milioni.

I giudici confermano con oltre 100 pagine di motivazioni tutte le accuse a carico di Mazzacurati, Mazzi e del Consorzio. “La prospettazione della Procura regionale quanto alla sussistenza di un danno qualificabile da tangente, è condivisibile, in quanto il sistema di sovrafatturazioni, creazione e gestione dei fondi neri e attività corruttiva, ha causato un grave nocumento alle finanze pubbliche”. Eppure la somma viene abbattuta ad un terzo. Perché? I giudici guardano alle sentenze penali di patteggiamento. E così l’elenco delle tangenti è ridotto di molto, perché in qualche caso la prescrizione ha sanato significativamente le posizioni. Ecco che “il prezzo del reato” per Galan è di 2,6 milioni di euro, per Chisso di 2 milioni, per Cuccioletta di 750 mila euro, per Spaziante di 500 mila euro. A questi si aggiungono 550 mila euro per il deputato Marco Milanese e 500 mila euro per l’ex ministro Matteoli. E così si arriva ai 6 milioni 900 mila euro di tangenti. Dal conto viene anche tolto il “prezzo del reato” per Piva e Giuseppone, visto che per la prima c’è stata assoluzione o prescrizione, e per il secondo la sola prescrizione.

La Procura contabile ha anche quantificato la crescita nel tempo “del valore dell’opera infrastrutturale strategica denominata Mose, affidata in concessione dallo Stato al Consorzio Venezia Nuova”, che è avvenuta anche grazie al pagamento di quelle tangenti. “Deve ritenersi che le tangenti erogate abbiano gravato sul corrispondente costo della fornitura e dei lavori”. Nel 2002 il valore da progetto definitivo “a misura” era di 2 miliardi 296 milioni. Nel 2005 la definizione del “prezzo chiuso” portò la cifra a 3 miliardi 709 milioni. Nel 2009, dopo le rivalutazioni del “prezzo chiuso” del 2007 e del 2009, ecco il balzo a 6 milardi 234 milioni di euro, che è superiore a quello ufficiale, perché tiene conto del valore gonfiato grazie alla false fatturazioni.

I giudici, considerando che Mazzacurati è deceduto, hanno deciso di confiscare i beni in sequestro. Fu lui stesso ad ammettere buona parte degli illeciti e qui era “colui che tale sistema aveva progettato”. Mazzi? “Appare incontestabile che egli stesso fosse pienamente consapevole e compartecipe del meccanismo per essere risultato coinvolto nei meccanismi decisionali e nell’utilizzazione dei proventi delle condotte illecite”. Infine i Consorzio Venezia Nuova è stato ritenuto responsabile perché con “la violazione dolosa dei propri doveri”, avrebbe causato un danno al ministero delle Infrastrutture e trasporti, nonché al Provveditorato Interregionale alle Opere pubbliche, a causa dell’aumento dei costi dell’opera.

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È stata la parola che più si è sentita nella politica inglese dal referendum del 2016 in poi: adesso il premier Boris Johnson vuole mettere al bando il termine “Brexit”, dissuadendo i suoi ministri e lo staff dall’usarla, ora che si avvicina il 31 gennaio, data definitiva di uscita dall’Unione Europea.

Il termine è una crasi per “Britain Exit“, espressione universalmente usata per indicare il processo di uscita del Regno unito dall’Unione Europea, che verrà ufficialmente completato il prossimo 31 gennaio. Secondo gli analisti politici, Johnson ha dissuaso i ministri del suo governo dall’usare la B-word, la parola della discordia: l’obiettivo ora è che l’accordo da lui proposto, votato a larga maggioranza, diventi realtà, e passare oltre. Non solo: come riporta Repubblica il “Department For Exiting the European Union”, che ha curato fino ad oggi i negoziati con Bruxelles, verrà smantellato e abolito. Al suo posto nascerà una “Task Force Europe”, una squadra incaricata di curare le relazioni tra Londra e il Vecchio Continente. “Non è solo una mossa simbolica – ha detto David Shiels, analista politico per Open Europe – Probabilmente significa che le relazioni europee verranno gestite direttamente da Downing Street, evitando gli scontri che hanno reso così difficile la prima fase dei negoziati. Inoltre ci sono indicazioni che il Primo ministro voglia scoraggiare l’uso della parola ‘Brexit’ da parte dei deputati tories e dei membri della squadra di governo”.

Il Primo Ministro ha riunito i suoi più stretti collaboratori prima di partire per le vacanze di fine anno sull’isola caraibica di Mustique con la fidanzata Carrie Symonds. Le indiscrezioni riferiscono che l’idea di mettere al bando il termine Brexit sia di Dominic Cummings, consigliere speciale di Boris Johnson, soprannominato il “Rasputin di Downing street”: la promessa elettorale di Johnson era “Get Brexit done”, portare a termine Brexit. E niente lo dimostrerebbe meglio che smettere di parlarne – scrive ancora Repubblica – dopo anni in cui non si è parlato d’altro. La fase di transizione si concluderà ufficialmente tra un anno esatto, il 31 dicembre 2020. In questo periodo il Regno Unito rimarrà membro dell’Unione doganale e nel mercato interno senza però partecipare al processo decisionale dell’Ue. Entro quella data Johnson dovrà gestire diverse incognite: lo spettro di una possibile recessione e le minacce di secessione di Scozia e Irlanda del Nord, che sfrutteranno i sentimenti europeisti dei propri cittadini per rilanciare l’indipendenza.

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Le dimissioni del ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca, Lorenzo Fioramonti, sono un bel regalo di Natale, planato in extremis sotto l’albero degli italiani. Non ricordo un ministro che, in disaccordo con la politica del governo in materia sua, si sia alzato dalla poltrona salutando la compagnia, senza chiedere qualcosa in cambio. A Natale, etica e politica possono andare d’accordo. Più di metà dei commenti sui maggiori quotidiani online riconoscono il valore di un gesto coraggioso quanto desueto.

Le dimissioni del ministro sono un pessimo augurio di fine anno. Scolpiscono sulla pietra istituzionale la condanna della cultura, della conoscenza e dell’educazione nel nostro paese. Il lungo addio della società italiana, avventuratasi a passi lunghi e distesi sul precipizio di un sentiero senza ritorno. La delusione per la legge di bilancio dell’anno scorso si può applicare in modo automatico a quella di quest’anno, dell’anno prima e di quello prima ancora… La spesa pubblica per l’istruzione è in calo costante da 20 anni.

Invero, la spesa dell’Italia per la scuola è appena sotto la media di quella degli altri paesi avanzati. In particolare, la spesa per studente della scuola dell’infanzia e primaria è pari al 94% della media dei paesi Oecd, al 92% nel caso della scuola secondaria. Lo sconforto nasce dalla caduta verticale della spesa per l’educazione universitaria, alla quale dedichiamo una quota di Pil irrisoria, meno del nove per mille in base ai dati Oecd più recenti.

Possiamo concludere che, per la scuola, l’Italia spende male, viste le verifiche sempre più deludenti e, soprattutto, la crescente frattura geografica? E possiamo concludere con un no-contest per l’università, per la quale non spende affatto?

Dopo la crisi del 2009, quasi tutti i paesi europei, Germania in testa, hanno investito in scuola e università. Ancora di salvezza della cultura, volano di sviluppo, polizza di assicurazione del futuro. L’Italia, no. Gli ultimi sospiri del patetico tramonto dell’età Berlusconiana esalarono il taglio dei fondi a scuola e cultura. Assieme all’ultima e definitiva bastonatura dei professori. E, da allora in poi, non c’è stato alcun recupero. Né economico, né tantomeno morale.

I docenti universitari meno pagati del pianeta non smettono di “fare”, con risultati assai superiori alle aspettative, visto il rilievo del prodotto scientifico italiano nelle classifiche internazionali. Ma, per tutti, continuano a “essere” baroni o fannulloni, due definizioni che non si escludono a vicenda. A meno che il docente non entri nel giro giusto della pubblica amministrazione in virtù di qualche incarico gestionale, che lo proietta nell’empireo della casta dirigente, co-optato dalla politica e coccolato dai media.

Gli studenti sono ancora e sempre bamboccioni. Quando si trasformano in cervelli in fuga, però, diventano soprattutto 300mila euro cadauno di spesa pubblica che si volatilizza. Mai che siano anche cittadini, persone, coscienze.

In un breve saggio – un fantasmino nella versione italiana (Morte e resurrezione delle università, Kdp, 2018) ma bastantemente apprezzato in quella internazionale (The decline and renaissance of universities, Springer, 2019) – mostro come il modello di università che fu santificato a Bologna 30 anni fa dalla Magna Charta Universitatum, 18 settembre 1989, sia stato del tutto ignorato. In tutto il mondo, la storica idea di università – centro di cultura, educazione dei giovani, diffusione della conoscenza, libertà – sta franando in un fragile percorso di formazione di lavoratori dall’incerto futuro, con capacità presto obsolete e difficoltà di pensiero autonomo. La McUniversity, impostata sul modello McDonald di Fast Food, si è compiutamente realizzata.

L’Italia eccelle nella velocità con cui coltiva questo declino. E non è solo questione di soldi. La società civile è strangolata da un groviglio di norme oscure che garantiscono la prosperità di una burocrazia ottusa e vorace. Ogni nuova norma reclama nuovi burocrati che generano nuove norme, una cascata infernale. La forbice crescente tra l’Italia e il resto dell’Europa (Figura 1) è tutta a sfavore dell’istruzione. Dove va ciò che manca all’istruzione? Una manna che scende sulla burocrazia, sacerdote di una legislazione che eleva il controllo di gestione a vera e propria religione.

La vera, sensata, indispensabile riforma che il ministro Fioramonti avrebbe potuto abbozzare – “a costo zero” come sarebbe piaciuto a chi governa – è l’abolizione di tutte le riforme che negli ultimi 20 anni hanno mitridatizzato l’università. Il vero ritorno al futuro sarebbe un tuffo nel passato. Bisogna restituire l’università agli studiosi appassionati e agli studenti curiosi, in cerca di consapevolezza, condivisione e conoscenza, sottraendola ai burocrati astuti. Ma il coraggio è mancato e continua a mancare.

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Come in ogni sceneggiatura che si rispetti, anche nella vicenda Ghosn arriva il colpo di scena. L’ex amministratore delegato di Renault-Nissan, in attesa di essere processato dopo un periodo di detenzione (100 giorni di carcere duro, come il sistema penale giapponese permette), è fuggito in Libano.

Il top manager si trovava agli arresti domiciliari a Tokyo, e non è ancora chiaro come sia riuscito a lasciare il Giappone per raggiungere il paese d’origine della sua famiglia, di cui possiede la cittadinanza. Anche perché era fuori su cauzione ma le autorità giapponesi gli avevano ritirato tutti i passaporti (francese, brasiliano e, appunto, libanese). L’ipotesi è che abbia utilizzato un jet privato, il che presupporrebbe l’esistenza di una qualche “collaborazione” esterna.

Ghosn era in attesa di giudizio per una serie di addebiti pesanti: appropriazione indebita di fondi della sua ex società in un periodo che va dal 2010 al 2018, frode fiscale e abuso di fiducia aggravata. Il tutto, per un ammontare che si stima intorno ai 73 milioni di euro. Tra le accuse, anche quella di aver trasferito fondi dalla Nissan a un concessionario in Oman, da cui avrebbe poi distratto 5 milioni di dollari per uso personale.

Quasi in contemporanea con la fuga, dopo le dichiarazioni del suo avvocato (“sono sbalordito”) sono arrivate direttamente le sue: ” Ora sono in Libano e non sarò più ostaggio di una giustizia giapponese truccata, in cui si presume la colpa, in cui la discriminazione dilaga e i diritti umani fondamentali sono negati. Non sono fuggito dalla giustizia, ma dall’ingiustizia e dalla persecuzione politica. Ora posso finalmente comunicare liberamente con i media e non vedo l’ora di iniziare la prossima settimana”. La telenovela avrà dunque altri capitoli.

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Una crisi di governo scoppiata all’improvviso in pieno agosto. Con un ministro dell’Interno che chiede nuove elezioni per avere “pieni poteri“, mentre sul fronte opposto c’erano due partiti che si odiavano da sempre. E che invece in sole quattro settimane hanno imparato almeno sopportarsi. Di più: a governare insieme. Sarà anche per questo motivo che Sergio Mattarella, stasera parlerà di comunità nazionale, di coesione e solidarietà. E probabilmente di futuro, “l’ineludibile futuro“, una sfida alla quale farsi trovare pronti, suo vero chiodo fisso: lo ripete da anni, lo ascoltano in pochi, è costretto a ripeterlo ancora. Nel discorso dell’anno scorso quella parola è stata pronunciata sei volte in quarto d’ora. I cittadini sembrano apprezzare. Lo applaudono nei teatri, ma lo scelgono pure nei sondaggi, visto che in un Paese dove 8 su 10 non si fidano dello Stato, il presidente ha la fiducia del 55 percento della popolazione: meglio fa solo il Papa.

Con le scolaresche

Nel discorso di stasera, dunque, la traccia scelta dal presidente è l’identità italiana, il popolo che si unisce per sopravvivere alle difficoltà. Nonostante le difficoltà. Uno spunto scelto da Mattarella a pochi giorni dalla citazione di Aldo Moro usata per fare gli auguri di Natale alle alte cariche dello Stato. Punto di riferimento politico del fratello Piersanti, ma soprattutto primo teorico del “compromesso storico” tra Dc e Pci. È Moro che Mattarella ha scelto per il primo Natale del governo PdM5s. Segno che per il presidente l’unione tra i dem e i grillini è paragonabile a quella – mai veramente realizzata- che era costata la vita al leader della sinistra Dc. Allora erano le forze sane di un Paese che ombre nere volevano spappolare. Oggi, molto più semplicemente, il moderno compromesso è fatto da partiti politici diversi che per governare devono accettare le “essenziali ragioni di libertà, di rispetto e di dialogo” evitando i “toni molto aspri”. Concetti che, per la verità. dal Colle arrivavano anche prima, quando al governo c’era la Lega, ma le ragioni del rispetto e del dialogo albergavano altrove.

Se il 2018 era stato l’anno in cui l’Italia ha “scoperto” del dodicesimo presidente, costretto a uscire dall’ombra per governare una crisi politica senza precedenti, quello che si conclude è stato l’anno in cui il Quirinale è stato chiamato a confermarsi arbitro nelle situazioni d’emergenza. Armato di Costituzione, unico vocabolario che l’ex giudice della Consulta considera a sua disposizione, Mattarella sta letteralmente governando il caos della Terza Repubblica. Un ruolo che sembrava impensabile per chi come lui è un politico della Prima: lo definitivano “grigio”, “demodè”, “antico”, eppure è stato il primo presidente a pronunciare un discorso che sembra pensato per i social. Il 31 dicembre del 2018 ha parlato al Paese usando frasi lunghe in media 112 caratteri, praticamente un breve tweet per ogni concetto. Alla fine della crisi di governo d’agosto, invece, è uscito a sorpresa a ringraziare i giornalisti spiegando che per lui “é stato di grande interesse leggere ogni mattina i giornali stampati o on line“. Per la prima volta pure l’informazione web ha guadagnato dignità al Quirinale.

Durante la crisi con Grasso e Zampetti

Dove le vicende degli ultimi dodici mesi hanno costretto il presidente a uscire dal suo proverbiale riserbo. Prima della caduta del governo Conte 1 c’erano state le elezioni europee, con la vittoria della Lega in Italia, e l’avanzata dei sovranisti in tutta l’Unione. Che fa il presidente? Dice che fuori dall’Ue “non c’è futuro per l’Italia” e quella dell’isolamento non è una soluzione. Toni un pelino più duri di quelli usati qualche settimana dopo, quando l’inchiesta di Perugia su Luca Palamara provoca un terremoto al Consiglio superiore della magistratura. E le scosse si sentono anche sul Colle più alto di Roma. Luca Lotti, il renziano imputato a Roma per l’affare Consip che ragionava sul futuro procuratore della Capitale, intercettato si vanta di aver parlato con Mattarella della sua situazione. Il Quirinale non reagisce: nessuna nota ufficiale per rispondere alle intercettazioni dell’ex ministro, ma solo una smentita affidata alle date (l’ultimo contro tra Lotti e il capo dello Stato era precedente alla richiesta di rinvio a giudizio del renziano). Poi arriva la voce del presidente in persona, che a Palazzo dei marescialli intervniere per chiedere al Csm di “voltare pagina” dopo l’inchiesta. Descritta come un”coacervo di manovre nascoste“, di “millantata influenza“, “di indebita partecipazione di esponenti di un diverso potere dello Stato” in totale “contrapposizione con i doveri che i cittadini si attendono dalla Magistratura”. Su quel millantata influenza a qualcuno saranno fischiate le orecchie.

Quello è un passaggio in cui ancora una volta il presidente si dimostra arbitro e non semplicemente notaio di decisioni prese da altri. Un notaio avrebbe sciolto il Csm, scolpendo nella storia lo scandalo provocato da Palamara. L’arbitro Mattarella ha dato tempo e modo all’organo di autogoverno della magistratura di rigenerarsi, con le dimissioni dei consiglieri coinvolti nell’inchiesta e le elezioni dei nuovi, senza decapitare in modo traumatico l’intero consiglio. Una differenza gigantesca di funzioni, quella tra notaio e arbitro, che Mattarella ripete da tempo, spesso inascoltato. “Il capo dello Stato è arbitro e non compie scelte politiche ma richiama al rispetto del senso delle istituzioni“, diceva già a luglio quando i conflitti tra Lega e Movimento 5 stelle avevano ormai raggiunto l’apice, tanto che qualcuno ipotizzava già elezioni anticipate. Dopo il colpo di mano di Salvini, un “presidente notaio” avrebbe sciolto le Camere senza neanche immaginare un dialogo tra grillini e dem, in quel momento oggettivamente neanche ipotizzabile.

L’arbitro Mattarella, invece, informato in tempo reale da Giuseppe Conte sui colloqui col leader della Lega, ha accettato senza riserva le dimissioni del premier. Poi ha dato un tempo limitato ai partiti, un paio di giri di consultazioni, chiarendo che sarebbero stati “possibili solo governi che ottengono la fiducia del Parlamento con accordi dei gruppi su un programma per governare il Paese”. E siccome da via Bellerio hanno passato tutto agosto a chiedere il ritorno alle urne 24 ore al giorno, il presidente ci ha tenuto a spiegare che “quella di nuove elezioni è una decisione da non assumere alla leggera, dopo più di un anno di vita legislativa, mentre la Costituzione prevede che gli elettori vengano chiamati al voto per eleggere il Parlamento ogni cinque anni”. Punto. “Il ricorso agli elettori è tuttavia necessario qualora il Parlamento non sia in condizione di esprimere una maggioranza di governo”.

Con le vedove Calabresi e Pinelli

Tutta la gestione delle crisi estiva ha seguito questo copione e questo ritmo: con il fido portavoce Giovanni Grasso a destra, e il segretario generale Ugo Zampetti a sinistra, Mattarella è intervenuto in modo secco, con discorsi brevi e concisi, senza inutili retoriche istituzionali. Ogni volta citava almeno un paio di articoli della Carta. Sembra banale ma non lo è visto che gli interlocutori politici spesso non sembrano seguirlo. E allora il capo dello Stato è costretto ancora una volta a semplificare il suo “controcanto“, a ridurre ai minimi termini il contenuto dei suoi “moniti”, rendendoli più diretti. Paolo Gentiloni ottiene l’incarico di commissario Europeo per gli Affari economici? E Mattarella dice che è il caso di “rivedere le regole del patto di stabilita“, con l’Italia “chiamata a svolgere” un “ruolo di primo piano”. Il governo cancella le sanzioni per gli esercenti che non rispettano l’obbligo dei pagamenti con bancomat? E il capo dello Stato, rispondendo alla domanda di una scolaresca in visita al Quirinale, spiega che l’evasione “è un problema serio, perchè chi evade si sottrae a questi cerca di sfruttare le tasse che pagano gli altri per i servizi di cui si avvale. È una cosa a rifletterci davvero indecente, di particolare gravità.

In mezzo non dimentica la storia del Paese, anche lì ricordata tenendosi a distanza dall’asettico stile tipico di un notaio. L’anno scorso ha nominato Liliana Segre senatrice a vita, a novembre ha commentato la notizia della scorta assegnata alla superstite dell’Olocausto con queste parole: “Se è necessario, assicurare una scorta a una signora anziana che non ha mai fatto male alcuno, ma che il male l’ha subito da bambina in forma crudele, vuol dire che l’odio e l’intolleranza non sono alternative retoriche, astratte, ma estremamente concrete”. Per l’anniversario della strage di Bologna, invece, ha detto che “l’impegno fin qui profuso delle istituzioni non è ancora riuscito a eliminare zone d’ombra. La ferita c’è, la parola ‘fine’ all’accertamento della verità ancora no”. A 50 anni dalla bomba a piazza Fontana ha fatto di più:”L‘attività depistatoria di una parte di strutture dello Stato è stata doppiamente colpevole“. Poi ha incontrato la vedova di Luigi Calabresi insieme a quella di Giuseppe Pinelli: pari dignità per tutti i familiari delle vittime della strategia della tensione. Pure i vecchi anarchici milanesi hanno apprezzato. Probabilmente la coesione nazionale immaginata dal presidente parte da qui.

Twitter: @pipitone87

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In pieno periodo festivo ci sono volumi che risplendono di una luce particolare e che indagano universi e microcosmi di enorme impatto emotivo. Se volete deliziarvi con un piacevole tuffo nel passato allora posate il vostro sguardo sulla pittura di Pieter Bruegel​ il Vecchio​. Il prezioso lavoro di ​Larry Silver ​pubblicato da Giunti è l’approdo di un cinquantennio di impegno e ricerca, ma il risultato è un’opera omnia che affronta l’artista in tutte le sue sfaccettature.

Ci sono dipinti più diffusi nella conoscenza degli appassionati​ e altri più “nascosti”, misteriosi​; sono scene natalizie quasi per eccellenza tra il fiabesco e la vita​,​ durissima​,​ quotidiana​ dell’epoca​. La capacità di Bruegel è proprio quella di sublimare la realtà delle cose, senza ​trucchi; ma al tempo stesso un fascino pervade l’​intera ​osservazione. Tutto è dettaglio e simbologia; anzi è proprio il particolare il protagonista della scena con accorgimenti minuziosi che la rendono piena di significati​,​ oltre quelli consueti.

Il lettore che sfoglierà le grandi pagine avrà il privilegio di inquadrature in primo piano che donano anche alle opere di piccole dimensioni una forza quasi travolgente. Si può sentire il vento che spira o il freddo spesso insopportabile. Odori, anche nauseabondi, e sapori semplici di una cucina contadina senza pretese ma con tutta la sostanza per nutrire corpi indeboliti sebbene spesso con una gioiosità naturale. Tutta l’opera è ricolma di attenzioni come ricami preziosi e questo consente di avere una visione di insieme grazie alla “voce narrante” che ci accompagna per locande o per farci assistere ad avvenimenti che hanno segnato la storia reale e surreale.

La potenza evocativa di ciascun dipinto o incisione è assolutamente unica. L’artista fiammingo ci conduce sempre in un contesto interpretato a meraviglia attraverso la rielaborazione di vicende osservate da uno speciale punto di vista ma con un denominatore comune: fermare la vita che scorre. Infatti ogni accadimento non sembra sconvolgere il pittore, il quale continua a rappresentare il “paesaggio” con sublime naturalità. E allora ecco la Caduta di Icaro tra la sostanziale “indifferenza” dei presenti, al punto da chiedersi quale sia il vero soggetto rilevante dell’opera. E ancora la locanda della “Corona Verde” al centro del Censimento di Betlemme che vede, invece, Maria e Giuseppe defilati, quasi prestati alla scena. Ecco, questo è il grande incanto di Bruegel: ribaltare ogni spirito di osservazione. Sono le piccole cose ad essere grandi. Come grande è questo libro (Bruegel, 464 pagine, dimensione: 275×325) dall’impronta quasi monumentale.

Questa mirabile edizione italiana arriva proprio​ ​a​ 450 anni dalla morte (1569)​ ​di Pieter Bruegel il Vecchio, con mostre e altre iniziative non solo in Belgio, patria dell’artista, ma anche a Vienna e in tutte le altre città che ospitano sue opere in tutto il mondo. ​Giova ricordare che ​Bruegel è uno dei maggiori artisti del Cinquecento, un grande interprete della tendenza nordeuropea venata di follia visionaria ​e simbolica ​(sulla scia di Bosch) e di adesione a temi popolareschi, ma anche di profonde riflessioni sui temi della vita e della morte, e fortemente collegata ai rivolgimenti politici e religiosi che caratterizzarono il secolo dei grandi imperi e della Riforma protestante.

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Da una strenna giocosa di Capodanno viene fuori una congettura che tiene sulla corda i matematici per quattro secoli; ma come sottoprodotto di questi studi si ottiene un fantastico metodo per la trasmissione di dati con correzione automatica di errori. All’origine di tutto c’è Johannes Kepler, quello delle leggi del moto dei pianeti.

Keplero vuol fare un omaggio, per il Capodanno 1611, al suo benefattore Johann Matthäus Wacker von Wackenfels. Non si sa perché costui passi per un amante del Nulla (“Cum non sim nescius, quam tu ames Nihil”), ma Keplero introduce il trattatello De nive sexangula proprio come se fosse il frutto di una sua ricerca di qualcosa che sia il più possibile vicino al Nulla. Mentre attraversa il Ponte Carlo a Praga gli si posa sulla manica un fiocco di neve. Ecco un buon tema da offrire a un devoto del Nulla!

Keplero si lancia in diverse idee su come si produca la simmetria esagonale dei cristalli di neve. Principalmente ritiene che la causa possa risiedere nel modo in cui le particelle di aria satura che diventeranno fiocchi sono impaccate all’interno della nuvola. Keplero esamina allora gli impaccamenti di sfere nello spazio. Ne riconosce due (a sinistra nella figura) e focalizza l’attenzione sulla distribuzione B, in cui ogni sfera ne tocca altre dodici; parla di questa configurazione come della più densa possibile. Questa affermazione, che il Nostro butta lì così, verrà chiamata congettura di Keplero.

La densità dell’impaccamento B è π/(3√2) ≈ 0,74. Mentre è chiaro che il reticolo esagonale nel piano, che possiamo riprodurre con un po’ di monete, sia il più denso possibile, nello spazio resta il dubbio: sarà proprio vero che la configurazione B sia la più densa realizzabile? Il problema della forma dei fiocchi di neve passa in secondo piano; quale sia l’impaccamento di sfere più denso, invece, è un quesito che appassionerà matematici di tutte le epoche successive. Ci vuole il grande Karl Friedrich Gauss per dimostrare, nel 1831, che effettivamente Keplero ha ragione, ma limitatamente a impaccamenti regolari, che si ripetono nello spazio come carta da parati nel piano. La dimostrazione definitiva per impaccamenti anche irregolari arriva solo nel 2014, ad opera di Thomas C. Hales.

Ma intanto la fantasia dei matematici si è scatenata. Si studiano varianti della congettura in geometrie non euclidee e nelle dimensioni superiori. Nel 1958 Carl A. Rogers presenta una formula che fornisce, per ogni dimensione, un limite superiore (“confine di Rogers”) alla densità di un impaccamento di sfere. Si inventano impaccamenti che generalizzano la configurazione B a tutte le dimensioni. Di particolare interesse è il reticolo ideato da John Leech nel 1967.

Comprensibilmente il lettore si chiederà: ma che senso ha occuparsi di sfere (più correttamente: ipersfere) in dimensioni superiori alle nostre tre? La risposta arriva, quando la teoria è già sviluppata, da un problema informatico molto importante. Ogni segnale, quando viene trasmesso attraverso Internet, ma anche da calcolatore a stampante e perfino all’interno del computer, subisce corruzioni: inevitabilmente c’è qualche bit 0 che diventa 1 o viceversa. Si sono allora studiate tecniche di correzione automatica degli errori più probabili. Una di queste tecniche consiste nel piazzare le “parole”, ammesse come valide, all’interno di spazi astratti di dimensione elevata. Se la parola viene alterata nella trasmissione, viene trasformata (con alta probabilità) in una parola non valida presente nello stesso spazio, ma vicina alla parola originaria. Il trucco consiste allora nel trasformare a posteriori la parola corrotta nella parola valida più vicina. Cioè: si costruisce una ipersfera centrata su ogni parola valida; la parola corrotta finisce in una di queste ipersfere e il sistema la sostituisce col suo centro.

Tutte le dimensioni sono ugualmente buone per realizzare questo metodo? No! Quanto più denso è un impaccamento di ipersfere, tanto più efficiente è il sistema di correzione di errori. Bene, nel 2004 si è scoperto che il reticolo di Leech ha un andamento della densità in funzione della dimensione molto particolare (a destra nella figura) e che nella dimensione 24 è decisamente il più conveniente. Una volta di più la curiosità e la fantasia dei matematici sono state ricompensate, anche se nate da uno scherzoso omaggio ispirato da un fiocco di neve.

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Se si tracciasse una hit-parade dei Capodanni più malinconici, quello di Maria Rita Serra avrebbe molte chance di essere in cima alla classifica. Nata a Milano nel 1960, Rita nel 2008 viene licenziata dall’erboristeria in cui lavora. Non più giovanissima e separata, dopo aver accettato una serie di lavoretti sottopagati, decide di concedersi, con la liquidazione, un viaggio a Zanzibar (Tanzania). Parte e si innamora dell’Africa. Prende una casa in affitto e inizia a lavorare ospitando amici italiani in vacanza.

“Nel 2009 – racconta – mi innamorai di un ragazzo che mi corteggiava, Saidi Mohammed Kombo, e lo sposai, cosa che mi permise di avere gli stessi diritti dei residenti e di acquistare una proprietà. Mio padre aveva venduto la nostra casa in Sardegna e mi aveva mandato del denaro e con Saidi decidemmo di acquistare a Nungwi, la spiaggia più “in” di Zanzibar, una casa e tre piccoli lotti di terreno, per aprire un bar che sarebbe stato gestito da mio marito”.

Poco dopo però Rita capisce che forse non era stato solo l’amore a motivare le nozze. All’apertura del bar non si presenta nessuno: né i tre membri dello “staff”, né il marito-manager, che, da quel giorno, si fa vivo solo quando ha bisogno di soldi. “Nel 2010 ho chiesto il divorzio – racconta Rita – e ho messo in vendita la proprietà perché ho capito che da sola, non avrei mai potuto gestire un bar. Una donna sola, per di più divorziata, in paese musulmano, o si accoppia con qualcuno o viene considerata una poco di buono. La notte è degli uomini, specie quando si ubriacano. Dovevo per forza affidare il locale a qualcuno, ma questo voleva dire perdere la maggior parte dell’incasso” .

Nel 2012 Rita chiude il bar e poco dopo trasforma il locale in un B&B ma i gestori a cui lo affida si rivelano una delusione. Il primo – mi raccontata Rita – falsifica i documenti per intestarsi la proprietà e, cazziato per un’assenza, le rompe tre costole. Il secondo trasforma la guest-house in un bordello e dopo essere stato cacciato dalla polizia, torna con i famigliari per devastarlo. Nel 2016 Rita chiude definitivamente dopo aver subito, dice, mille angherie.

“All’inizio la strada era abbastanza tranquilla – racconta – ma con il passare del tempo, si è riempita di gazebo illegali, prostitute e ‘bodaboda’, i teppisti locali, dotati di moto, che offrono passaggi ai turisti. Nel giugno 2018, il vicepresidente di Zanzibar, Seif Ali Iddi, scortato da uno stormo di poliziotti irrompe nel quartiere e chiede ai residenti che la ‘muzungu’ (la straniera bianca) venga rispettata, ma tutto torna come prima. A quel punto Rita commette, senza saperlo, un errore fatale. Durante un’assemblea di piccoli proprietari esasperati dalla malavita, denuncia l’inefficienza della polizia e in particolare di un ufficiale . Il video, reperibile ancora su Youtube, diventa virale. Poco tempo dopo, l’autunno scorso, Rita viene raggiunta dagli uomini dell’immigrazione, messa in cella e rispedita in Italia come “persona non gradita”.

Oggi Rita non dorme sotto un ponte solo grazie a una colletta. Ho scritto per avere riscontri sulla vicenda all’ambasciatore italiano in Tanzania, Roberto Mengoni. Come risposta ho ricevuto una mail dell’ufficio stampa della Farnesina in cui si dichiara: “L’Ambasciata d’Italia in Tanzania, in raccordo con la Farnesina, ha seguito con la massima attenzione la vicenda della Signora Rita Serra e ha prestato ogni possibile assistenza. L’Ambasciata è a disposizione per agevolare il contatto della Signora con professionisti legali che possano effettuare una vendita della proprietà per procura”. Il problema è che Rita dichiara non avere neppure gli occhi per piangere e quindi ancor meno i soldi per pagare un legale che, sul posto, metta in vendita la sua casa.

Qui si pongono alcune domande:

1) l’Ambasciata poteva fare di più, oltre a quello che ha fatto, per tutelare Rita? Chi conosce l’Africa sa che in certi contesti, se non interviene la polizia, nessuno può far nulla;
2) Criticando apertamente la polizia, Rita si è chiusa ogni via d’uscita? Forse sì e, forse, costringerla a lasciare il paese, è stato, da parte delle autorità locali una dichiarazione di impotenza ma anche un modo per salvarle la pelle;
3) il governo italiano potrebbe esercitare la sua ‘moral suasion’ sulle autorità di Zanzibar per permettere a Rita di vendere la sua casa evitando che una concittadina venga espropriata? Forse un tentativo andrebbe fatto. Anche perché, se a Zanzibar contiamo così poco da non riuscire a ottenere neppure questo, siamo davvero sicuri che la nostra “moral suasion” fermerà la guerra in Libia?

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Il prefetto di Cosenza, Paola Galeone, sarebbe indagata per corruzione con l’accusa di aver intascato, in un bar della città calabrese, 700 euro che aveva richiesto a un’imprenditrice. A riportarlo è la Gazzetta del Sud. Galeone, secondo la ricostruzione del quotidiano, è stata denunciata dalla vittima alla quale avrebbe proposto di emettere una fattura fittizia per 1.220 euro con l'obiettivo di intascare la parte del fondo di rappresentanza accordato ai singoli prefetti che era rimasta disponibile alla fine dell'anno. Settecento euro sarebbero andati al prefetto e 500 all'imprenditrice come regalo per la disponibilità mostrata.

La consegna del denaro filmata dalla polizia

Le fasi della consegna del denaro sarebbero state documentate in video dalla Squadra mobile a cui l'imprenditrice si è rivolta e che ha registrato la conversazione. La consegna della busta contenente il denaro, secondo l'accusa, sarebbe avvenuta in un bar di Cosenza. Tutto è partito dalla denuncia dell’imprenditrice, che ha concordato con la polizia luogo, data e ora per la consegna dei soldi al prefetto Galeone, consentendo che il tutto venisse documentato dalla Squadra mobile.



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È indagata per corruzione la prefetta di Cosenza, Paola Galeone. L’ipotesi accusatoria é di avere intascato da un’imprenditrice, che ha denunciato i fatti alla Polizia, una tangente di 700 euro. A dare la notizia è il quotidiano La Gazzetta del Sud.

Galeone sarebbe stata videoripresa dal personale della Squadra mobile di Cosenza mentre riceve la bustarella dall’imprenditrice. La consegna della busta contenente il denaro, secondo l’ipotesi accusatoria, sarebbe avvenuta in un bar di Cosenza. Secondo quanto scrive il giornale, il prefetto Galeone avrebbe proposto all’imprenditrice di emettere una fattura fittizia di 1.220 euro allo scopo di intascare la parte di fondo di rappresentanza accordata ai prefetti che era rimasta disponibile alla fine dell’anno. Sempre secondo l’accusa, 700 euro della somma concordata sarebbero andati al prefetto Galeone e 500 all’imprenditrice. Quest’ultima ha denunciato i fatti alla Polizia, con la quale ha concordato luogo, data e ora per la consegna dei soldi al prefetto Galeone, consentendo che il tutto venisse documentato visivamente dal personale della Squadra mobile.

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A sorpresa Samantha Cristoforetti lascerà l’aeronautica entro una manciata di giorni. Lo scrive il Corriere della Sera, sottolineando che la scelta “sorprendente” è stata tenuta riservata fino a pochi giorni fa ed era nota solo agli alti vertici della struttura militare, tanto che non ne era al corrente neanche il presidente dell’Agenzia Spaziale Italiana, Giorgio Saccoccia.

I motivi della decisione del capitano Cristoforetti si conosceranno probabilmente in occasione del congedo ufficiale nei prossimi giorni ad Istrana, nel Trevigiano, dove ha sede il 51esimo Stormo a cui appartiene. L’astronauta 42enne avrebbe parlato di scelta personale.

Le indiscrezioni ipotizzano anche una nuova avventura professionale un nuovo contratto di lavoro, che ne renderebbero incompatibile la presenza nelle Forze armate. Intanto però Astrosamantha resta in forza all’Agenzia Spaziale Europea dove è candidata a partecipare alle prossime missioni spaziali. Ma senza il grado militare.

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di Giovanni Mori

Un anno fa ho partecipato alla mia prima manifestazione per il clima.

Mi trovavo in Svizzera e stavo ultimando la tesi al Politecnico di Losanna per capire se fosse fattibile portare a zero le emissioni del campus universitario. Approfittavo dei sabati per esplorare il Paese e quel sabato prima di Natale ero diretto a Berna con un BlaBlaCar. Parlo con una ragazza in macchina con me: sta andando nella capitale perché quel giorno ci sarà la prima di una serie di manifestazioni chiamate KlimaStreik, Sciopero per il Clima. Ah, come la ragazzina svedese – preciso io, saputo. Sì, ma noi siamo svizzeri – precisa lei.

Svizzera (e Belgio) sono state le prime nazioni a seguire la ragazzina svedese. Migliaia di ragazzi più o meno della mia età che non avevano la minima idea di quale fosse la quantità di CO2 presente in atmosfera o cosa fosse il carbon budget. Forse conoscevano gli Accordi di Parigi del 2015. Loro scendevano in piazza e gridavano il loro diritto al futuro. Io nel mio ufficio approfondivo scenari sempre più preoccupanti, ma non lo gridavo da nessuna parte. Anzi, ne parlavo solamente coi miei relatori.

Ed ecco spiegato nel mio piccolo il dramma che negli ultimi 30 anni ha impedito a questa crisi climatica di diventare argomento di discussione veramente chiacchierato, come lo sono la macroeconomia e la legge finanziaria. Che non significa che poi la gente sappia davvero di cosa si stia parlando, ma quantomeno sa che tutto ciò li riguarda molto, molto da vicino.

Il 2019 è stato solamente l’inizio. Un risveglio. Ritornato in Italia a inizio anno insieme ad altri bresciani ci siamo attivati per portare avanti il nostro presidio settimanale. E come noi, a inizio 2019 tantissime città si son attivate, per giungere al primo, vero sciopero per il clima del 15 marzo 2019. Più di 560.000 persone solo in Italia. Tutte manifestazioni a km0.

Altro sciopero globale il 24 maggio. Altri milioni di persone in tutto il mondo. Poi la Global Climate Week dal 20 al 27 settembre: 7,6 milioni di persone coinvolte in 170 nazioni del pianeta. Una marea di persone di ogni età, estrazione, orientamento politico che chiede azione e giustizia climatica.

E tutto questo cosa ha portato concretamente? Non molto, in realtà.

Sì, la Germania ha varato un primo KlimaPaket da 50 miliardi entro il 2023. Poca roba secondo tutti quelli che ne capiscono. L’Italia segue a ruota varando un Decreto Clima da 470 milioni. È il primo decreto sul clima mai fatto da un governo italiano. Tutte misure assolutamente insufficienti. L’Ue sta promuovendo un Green New Deal per raggiungere emissioni 0 al 2050, ma dovrebbe fare ben di più per favorire una transizione rapida. La Cop 25 a Madrid non ha portato a progressi di sorta. Anzi, evidenzia la spaccatura tra Paesi storicamente inquinatori, nuovi inquinatori e Paesi in via di sviluppo che già contano migliaia di morti e subiscono danni incalcolabili (quando non vengono addirittura sommersi, vedi Kiribati) a causa della crisi climatica.

I governi non sono minimamente consapevoli dei rischi reali per i loro cittadini. Il bacino del Mediterraneo subirà un aumento di temperatura di circa il 20% superiore a quella globale. Quasi tutti i ghiacciai sulle Alpi scompariranno entro fine secolo – e con loro anche i fiumi con cui alimentiamo la nostra agricoltura e industria. Più di un quinto del suolo italiano è a rischio desertificazione – con punte del 70% in Sicilia.

Ma la vera domanda a questo punto è: allora è inutile scioperare per il clima? Non solo non serve, ma tutto prosegue verso il baratro…

Incredibile a dirsi, ma non è assolutamente così. Nonostante tutto, nonostante gli evidenti fallimenti che abbiamo davanti agli occhi, nel 2019 grazie alle mobilitazioni globali sono stati raggiunti risultati che sarebbero stati assolutamente impensabili un anno fa:

– a settembre 2019 raggiunta la cifra record di 12.000 miliardi di dollari disinvestiti dal settore dei combustibili fossili (da parte di, tra gli altri, Credit Agricole, Amundi Investment e Allianz);
– numerosi sondaggi (SWG, AXA, EuroBarometro) mostrano come la crisi climatica sia diventata una delle maggiori – se non la principale – preoccupazioni degli italiani;
– la Banca Europea degli Investimenti (BEI) chiuderà i rubinetti a quasi tutti i progetti fossili dal 2021;
Goldman Sachs, forse il simbolo della finanzia più spregiudicata, ha rinunciato a finanziare le perforazioni nell’Artico.

Siamo tutti consapevoli che scendere in piazza non faccia diminuire la CO2. Non direttamente almeno. Ma sta aiutando a far diventare molto più nota la realtà della crisi climatica e convincere noi consumatori in primis a fare la nostra parte. L’effetto farfalla esiste, e ne siamo la prova concreta.

Abbiamo un’occasione unica davanti a noi: capire che la crisi climatica non è la causa, ma solo la conseguenza di un sistema che – a tutti i livelli – mette solo e unicamente il profitto davanti a tutto. Alimentarci con fonti rinnovabili, ridurre gli sprechi, seguire diete più sostenibili, garantire i diritti umani fondamentali: non sono parole al vento, ma splendide opportunità per avere un mondo migliore e più equo per tutti.

C’è ancora moltissimo lavoro da fare. Fridays For Future ha soprattutto il compito di coinvolgere attivamente anche coloro che non pensano che la crisi climatica li riguardi, o che sia un’emergenza.

Tra 50 anni, nessuno farà distinzione tra chi negava la crisi climatica o chi ne era consapevole ma ugualmente passivo. Non abbiamo più un secondo da perdere. Nel 2020 vogliamo almeno di un miliardo di attivisti in piazza. Vediamo se anche così riusciranno ad ignorarci.

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“Nella mia famiglia c’era l’idea che ‘i sogni sono sogni’ e che bisogna ‘imparare l’arte e metterla da parte’, senza mai inseguire le proprie passioni. Ma venendo qua negli Stati Uniti ho capito che i sogni si possono realizzare, basta impegnarsi fino in fondo. E crederci”. Sara Alessandrini viene da un paesino vicino Cesena, ha 31 anni e da quattro vive a Los Angeles dove, grazie alla tenacia e alla passione per il cinema, è riuscita a diventare facility manager dell’Egyptian Theatre, la più antica sala di proiezione di Hollywood. “È nata negli anni ’20 – racconta –. All’epoca davano lo stesso film per un anno. Davanti allo schermo c’era un piccolo palcoscenico e prima di ogni proiezione mettevano in scena uno spettacolino”. Sara al telefono descrive un luogo magico, con un grande cortile per ospitare eventi all’esterno e un’ambientazione interna in pieno stile hollywoodiano. “Appena ci sono entrata ho capito che era il mio posto”, racconta, specificando che però arrivare fino a lì non è stato semplice.

“Sono cresciuta con la passione per tutto ciò che ruotava attorno a film e serie tv – dice Sara –. Era quasi un’ossessione. Guardavo le soap opera, come Sentieri, e ricreavo tutte le storie recitando”. Coltivare quest’istinto verso il cinema non è stata una passeggiata, soprattutto perché, racconta, la Romagna è una terra molto “tecnica”. “Qui sono tutti imbianchini, meccanici, contabili”, dice, spiegando così anche la sua scelta di frequentare prima l’Istituto tecnico industriale e poi la facoltà di Ingegneria, con l’intento di diventare insegnante. “Ero l’unica femmina in una classe di maschi. Sempre coccolata e con voti buoni. Ma le competenze acquisite all’epoca qui mi sono state utilissime”. Dopo quasi tre anni di Ingegneria – frequentata dando pochi esami, leggendo di nascosto sotto ai banchi libri di politica e di storia contemporanea e mantenendosi facendo il fattorino di pizze a domicilio – Sara decide di coltivare quella sua passione per il cinema e per quello che gli ruota intorno. “Andavo spesso da sola al cinema e addirittura avevo messo una televisione in macchina così mentre consegnavo pizze potevo vedere film. E poi era lo stesso periodo in cui Mariastella Gelmini annunciava tagli all’insegnamento. Così mi sono detta ‘se devo scegliere una strada difficile a questo punto inseguo il mio sogno, il cinema’”, racconta. È ottobre 2010 quando Sara lascia il paesino in provincia di Cesena per trasferirsi a Roma, a Cinecittà, dove si iscrive all’Accademia del Cinema, con indirizzo generico. “Era una scuola bellissima ma gestita male, tanto che ora non esiste più – racconta –. Gli ultimi mesi dovevi scegliere un settore e io alla fine scelsi montaggio video e suono”.

Lavorare in Italia nel mondo del cinema, anche se vieni da una scuola di Cinecittà, “non è così bello come tutti pensano”. “Ci sono università specifiche addirittura in Colombia – racconta amareggiata Sara –. Mentre in Italia o prendi un diploma come il mio, che però non è riconosciuto né equiparato a una facoltà, oppure studi critica, che però è diverso”. In ogni caso, l’Accademia frutta a Sara i primi contatti e i primi lavori, alcuni totalmente gratuiti, “per imparare il mestiere”, altri pagati miseramente. È a Boston, dove Sara si trasferisce per un mese per andare a trovare un amico, che capisce che tutti i sogni possono essere realizzati. “Da Boston sono andata a New York a un evento di beneficenza organizzato proprio dai protagonisti della fiction Sentieri. Quel giorno ho capito che non è così difficile realizzare i sogni. Ho capito quanto potevo essere potente”.

Quasi un anno dopo quel viaggio, dopo una parentesi infelice in Australia, nel marzo del 2015 riesce a trasferirsi negli Stati Uniti, a Los Angeles. “Per ottenere il visto lavorativo di un anno mi sono iscritta a un corso generico di “Entertainment studies”, tre sere a settimana. Ma vista la mia testardaggine, anche se dall’altra parte della città, ho deciso comunque di vivere a Hollywood”. L’incontro con l’Egyptian theatre avviene quasi per caso, semplicemente andando al cinema. “Mi sono subito innamorata. Dopo pochi mesi ero già volontaria. È lì che sono emersa”. Da volontaria dopo poco Sara ottiene un posto come barista, complice anche il suo impegno e le ore dedicate a quel luogo magico, strappando biglietti e spostando mobili per la ristrutturazione, gratis. “In quel periodo stavano rimodernando la sala proiezioni per poter ospitare anche la pellicola al nitrato. Avevano bisogno di qualcuno con competenze tecniche, così mi sono fatta avanti – racconta –. Sono subito stata notata e in poco tempo sono diventata assistente del manager”. Il lavoro però non basta per ottenere un visto. Così, perso il permesso, Sara deve trovare un’alternativa. “Mi sono iscritta a un corso di business e mi si è aperto un mondo. Grazie alla scuola potevo lavorare nel cinema con una specie di tirocinio, pagato però con uno stipendio normale”. Riottenuto il visto, sempre come studentessa, Sara viene nuovamente promossa a facility manager del cinema. “Praticamente cercavo problemi e li risolvevo. Ho riorganizzato le sale, ho sistemato quel che c’era da sistemare e dopo pochi mesi ho iniziato ad aiutare anche nel reparto marketing. Insomma facevo e faccio un po’ di tutto e mi piace quello che riesco a realizzare ogni giorno. Mi sono riscoperta manager e ho capito che ero nata manager”.

Da due anni e mezzo Sara ha realizzato il suo sogno, anche se, specifica, tutto potrebbe finire. “A dicembre mi scade il visto da studentessa perché finisco il corso. La mia permanenza è legata ai permessi”. Tornare non è nei piani. Lo stesso lavoro in Italia, anche se, per assurdo, fosse pagato 10mila euro al mese, non avrebbe lo stesso valore per lei. “In Italia c’è sempre qualcuno che ne sa più di te solo perché magari sei giovane – racconta –. Qui invece tutti possono avere una buona idea, esprimendo appieno il loro potenziale”. A mancare, secondo Sara, è soprattutto la possibilità di crescita che invece negli Usa è continua. Certo vivere a Los Angeles, anche se con un buono stipendio, maggiore rispetto agli standard italiani, non è semplice. “La vita è costosa, soprattutto se fai altro oltre il lavoro. Un esempio? Per una sera al cinema si spendono almeno 30 dollari”, racconta, ribadendo che comunque non ritornerebbe a Cesena. “Io adoro ciò che faccio qui. Non lo farei per un altro posto. Certo mi mancano le tagliatelle di mia zia Laura, ma provo a mangiare sano”.

L'articolo “A Los Angeles la mia passione per il cinema è lavoro. Qui posso esprimere il mio potenziale” proviene da Il Fatto Quotidiano.



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