novembre 2021

Dal 15 dicembre tutti i docenti, i dirigenti, i collaboratori scolastici e amministrativi dovranno sottoporsi alla terza dose del vaccino contro il Covid 19. La decisione è stata presa dal Governo con un decreto pubblicato sulla “Gazzetta ufficiale” dello Stato, ieri. Una scelta che sta creando non poco scompiglio nel mondo della scuola che nel giro di poco più di quindici giorni dovrà fare il richiamo. Ecco un utile vademecum per capire come e cosa fare per adeguarsi alla normativa.

Chi deve sottoporsi alla terza dose.
Tutto il personale scolastico del sistema nazionale di istruzione (scuole statali, paritarie e non); dei servizi educativi per l’infanzia; dei centri provinciali per l’istruzione degli adulti; dei sistemi regionali di istruzione e formazione professionale e quelli dei sistemi regionali che realizzano i percorsi di istruzione e formazione tecnica superiore.

Cosa succede il 15 dicembre
Dal 15 dicembre scatta l’obbligo vaccinale “da adempiersi, per la somministrazione della dose di richiamo, entro i termini di validità delle certificazioni verdi Covid 19 previsti dall’articolo 9, comma 3, del Decreto-Legge 52 del 2021”. Si può avviare autonomamente il percorso vaccinale, prenotando la prima dose; attendere l’invito da parte del dirigente scolastico a produrre – entro cinque giorni – la documentazione comprovante l’effettuazione della vaccinazione o il differimento o l’esenzione della stessa o comunque l’insussistenza dei presupposti per l’obbligo vaccinale o presentare la richiesta di avvio della vaccinazione (quest’ultima dovrà essere eseguita entro venti giorni dall’invito) o comunque l’insussistenza dell’obbligo (ad es. per i guariti ancora in periodo di validità del certificato). La dose di richiamo deve essere effettuata entro i termini di validità del green pass, ma comunque a partire dal quinto mese compiuto dalla seconda dose.

Cosa succede a chi non si vaccina
L’ accertato inadempimento determina l’immediata sospensione, senza però conseguenze disciplinari e con diritto alla conservazione del rapporto di lavoro. La sospensione causa lo stop allo stipendio o a qualsiasi altro compenso o emolumento ed è efficace fino alla comunicazione al datore di lavoro dell’avvio e del completamento del ciclo vaccinale o della somministrazione della dose di richiamo. Chi mette piede a scuola senza green pass l rischia una sanzione amministrativa che va da 600 a 1.500 euro.

Come si prenota la terza dose
In tutti i centri vaccinali è possibile l’accesso diretto di chi vuole fare il booster. In tutte le Regioni ci sono, inoltre, ancora attivi i sistemi di prenotazione via internet o telefono.

Prenotazione della dose dopo il 15 dicembre
Chi si troverà in questa condizione potrà lavorare, ma in attesa della vaccinazione e del green pass dovrà effettuare il tampone ogni 48 ore. Il personale non ancora vaccinato sarà invitato dal dirigente Scolastico a produrre idonea documentazione di avvio del percorso.

Il vaccino non si può scegliere
L’indicazione del vaccino da somministrare sarà compito del medico vaccinatore, previa indagine anamnestica, presso il centro vaccinale il giorno dell’appuntamento e in base alla disponibilità dei vaccini.

Cosa succede dopo aver fatto la terza dose
Viene emessa una nuova certificazione verde Covid 19 e viene inviato via sms o email un messaggio con un nuovo codice Authcode. Le certificazioni vengono eseguite il giorno successivo alla vaccinazione e hanno validità per 12 mesi dalla data della somministrazione della dose aggiuntiva al ciclo completato.

Durata del nuovo green pass
Il decreto pubblicato in Gazzetta Ufficiale riduce l’efficacia del green pass da 12 a 9 mesi. I nove mesi decorrono dalla data di completamento del ciclo vaccinale primario.

Chi ha già avuto il Covid
E’ possibile la somministrazione di una sola dose, da effettuare entro un anno. In caso non sia possibile ricevere la vaccinazione in questo intervallo di tempo, il ciclo vaccinale prevede due dosi (tranne in caso di somministrazione di Johnson&Johnson).

Chi ha avuto il Covid dopo la prima e la seconda somministrazione.
Può fare il “richiamo” ma deve attendere almeno tre mesi dalla guarigione e almeno sei mesi dalla seconda dose.

L'articolo Scuola, terza dose vaccino obbligatoria per i prof. Prenotazioni, multe e durata Green pass: tutto quello che c’è da sapere proviene da Il Fatto Quotidiano.



from Il Fatto Quotidiano https://ift.tt/3obWTYk
via IFTTT https://ift.tt/eA8V8J

È il 1981 quando i Centers for Disease Control and Prevention segnalano un inspiegabile aumento di polmoniti in giovani omosessuali. Ed è per questo che oggi si parla dei primi 40 anni dell’epidemia innescata dal virus Hiv, isolato e identificato tre anni dopo da Robert Gallo. Sono molti i traguardi raggiunti nelle cure, ma anche tanti e nuovi problemi nella gestione di una piaga sanitaria che ha fatto in tutto 45mila vittime solo in Italia e 35 milioni nel mondo. Nella Giornata mondiale contro l’Aids che cade il 1 dicembre si celebra la anche la necessità di perseguire tutti gli obiettivi fissati: il primo dei quali è sconfiggere l’epidemia entro il 2030.

“Da quando il virus Hiv è stato identificato per la prima volta nel 1984, ha causato più di 35 milioni di morti” nel mondo, rendendo quella di Aids “una delle pandemie più distruttive della storia“. E mentre “l’attenzione del mondo è concentrata su Covid-19, non possiamo dimenticare” questo “altro virus mortale che ha devastato vite e comunità per quasi 40 anni” dice Hans Kluge, direttore regionale dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) per l’Europa, che insieme al Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc) ha diffuso un report.

“Negli ultimi anni molti Paesi della regione europea hanno lavorato per aumentare i test e le cure” contro l’Hiv, “affrontando” anche il problema dello “stigma sociale. Ma i nuovi dati raccolti dall’emergere di Covid dipingono un quadro preoccupante, suggerendo che molte persone con Hiv non vengono diagnosticate in tempo e questo – avverte il direttore – potrebbe avere conseguenze a lungo termine sulla loro qualità di vita”. “Mentre continuiamo ad affrontare la pandemia di Covid-19”, esorta dunque Kluge, “dobbiamo rimetterci in carreggiata nella nostra lotta contro l’Hiv/Aids. Stigmatizzazione, discriminazione e disinformazione intorno a questo virus sono ancora troppe, con enormi disparità nella diagnosi e nel trattamento all’interno della regione europea. Insieme – è l’auspicio – possiamo porre fine all’Aids entro il 2030″.

I problemi del presente sono per certi versi ancora più subdoli di 40 anni fa quando non c’erano cure. E in Italia si declinano in sei casi su dieci di malattia diagnosticati in ritardo, in un aumento delle donne italiane infettate dal virus e in un aumento degli ‘insospettabili’ contagiati, dai professionisti agli studenti universitari. Il problema della diagnosi precoce – da cui dipendono cure tempestive ed efficaci – resta spinoso più che mai da quando si sta fronteggiano l’emergenza Covid.

Infatti, il Sars Cov 2 ha fatto ‘chiudere’ tanti ambulatori di malattie infettive durante i lockdown. Mai però quello del Policlinico Gemelli di Roma che è rimasto sempre aperto, anche per le persone con infezione da Hiv/Aids. Non a caso “da marzo 2020 ad aprile 2021 – ricorda l’infettivologa Simona Di Giambenedetto, Unità operativa complessa Malattie infettive – abbiamo diagnosticato 54 nuovi casi, un dato nettamente in controtendenza col resto dell’Italia (in tutto il 2020, le diagnosi di Aids in Italia sono state appena 1.303). La fascia d’età più interessata dalle nuove diagnosi è quella tra i 25 e i 29 anni.

L’Aids è ancora una malattia potenzialmente mortale senza un adeguato trattamento. “Non bisogna insomma abbassare la guardia- riflette l’infettivologa del Gemelli Elena Visconti – ed è necessario accettare l’idea che è una malattia di tutti e quindi, tutti quelli con comportamenti a rischio dovrebbero fare lo screening”. “Dal 1981 anno in cui i primi casi di Aids sono stati segnalati. – spiega il direttore di Malattie Infettive Roberto Cauda – sono stati ottenuti risultati straordinari consentendo di trattare con successo l’Hiv alla stregua di altre malattie croniche. Dalla ‘disperazione’ dei primi anni si è passati alla ‘speranza’ e oggi alla ‘curà”, ricorda. Ma la lotta non è ancora conclusa”.

L'articolo Giornata mondiale contro l’Aids, in 40 anni 35 milioni di vittime nel mondo e oltre 45mila in Italia. “Preoccupa il ritardo nelle diagnosi” proviene da Il Fatto Quotidiano.



from Il Fatto Quotidiano https://ift.tt/3EbzWtL
via IFTTT https://ift.tt/eA8V8J

Ritardi o addirittura mancate diagnosi. Tra i danni della pandemia di Covid c’è anche il freno che il Sars Cov 2 ha messo alla lotta contro l’Hiv che 40 anni fa entrò a far parte delle nostre vite. A pagare il prezzo più alto potrebbero essere stati i bambini. Il rapporto dell’Unicef “Hiv and Aids Global Snapshot” rivela che che si è verificata un’interruzione significativa nei servizi. In particolare, nel 2020 almeno 310.000 bambini sono stati contagiati dal virus dell’Hiv e altri 120.000 sono morti per cause legate all’Aids (circa l’88% delle morti di bambini legate all’Aids sono avvenute nell’Africa sub-sahariana).

Secondo il rapporto, i test Hiv per i neonati nei paesi ad alta prevalenza del virus sono diminuiti tra il 50% e il 70%, mentre i nuovi trattamenti iniziati nei bambini al di sotto dei 14 anni sono scesi tra il 25% e il 50%. Oggi si stima che nel mondo oltre 38 milioni di persone di cui 1,8 milioni di under 15 convivano con l’Hiv, ma sono 35 milioni le vittime in 40 anni di cui oltre 45mila in Italia. Il numero delle nuove diagnosi è diminuito nel tempo passando dal picco del 1998 con 2,8 milioni di nuove infezioni a 1,7 milioni nel 2019. Inoltre alla fine di dicembre 2020 erano 27,5 milioni le persone con Hiv che avevano accesso alle terapie antiretrovirali, rispetto ai 7,8 milioni del 2010. Progressi ora sembrano messi a rischio dalla pandemia.

Il fenomeno è stato osservato anche in Italia, dove, secondo l’Istituto Superiore di Sanità (Iss), le diagnosi si sono ridotte del 47% nel 2020 rispetto al 2019 (per un totale di 1.303 nuove diagnosi e un’incidenza di 2,2 ogni 100.000 residenti). Un calo analogo è stato registrato nei casi di Aids, passati dai 605 del 2019 ai 352 del 2020. Per l’Iss a spiegare la riduzione potrebbe essere una difficoltà di accesso ai test a causa de Covid-19. La fascia interessata resta quella dei giovani tra i 25 e i 29 anni. Nel corso del tempo la ricerca ha raggiunto molti obiettivi arrivando al traguardo della non trasmissibilità dell’infezione nei pazienti con malattia ben controllata. Nell’attesa di un vaccino, oggi la sfida resta quella di ampliare quanto più possibile l’accesso alla diagnosi e ai farmaci antiretrovirali e il controllo del fenomeno della resistenza ai trattamenti.

Foto di archivio

L'articolo Giornata mondiale contro l’Aids, la pandemia di Covid ha frenato la lotta all’Hiv: nel 2020 un bambino morto ogni cinque minuti proviene da Il Fatto Quotidiano.



from Il Fatto Quotidiano https://ift.tt/3o7JZuf
via IFTTT https://ift.tt/eA8V8J

Arriva in Veneto una delegazione dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani con il compito di indagare sulla gestione degli interventi (anche informativi) per l’inquinamento da Pfas e il Consiglio regionale boccia una mozione che chiedeva di diffondere un vademecum sanitario tra le popolazioni delle zone colpite. Durante la discussione del documento di programmazione economica, la consigliera Cristina Guarda, di Europa Verde, ha presentato una mozione per dare corso a una decisione che il Consiglio aveva adottato nella precedente legislatura. “Si era stabilito allora di informare gli abitanti delle province di Vicenza, Padova e Verona sulla gravità dell’inquinamento della falda idrica da sostanze perfluoroalchiliche, con l’indicazione delle misure e delle precauzioni sanitarie da adottare, nonché degli esami diagnostici a cui sarebbe bene sottoporsi. Poi la giunta regionale non ha fatto niente. E anche ora la maggioranza ha detto che non è bene che i cittadini sappiano che cosa sta accadendo”.

L’Onu si è mossa dopo una denuncia inoltrata dal movimento Mamme No Pfas, da Pfas.land e da Greenpeace. Una delle accuse era proprio quella di scarsa trasparenza delle istituzioni nei confronti della popolazione. Per ottenere dalla Regione i dati relativi alla presenza di Pfas negli alimenti, come effetto dell’inquinamento causato dalla Miteni di Trissino, in provincia di Vicenza, le organizzazioni avevano dovuto fare ricorso al Tar. Solo così si è potuta avere una mappatura degli alimenti più contaminati e dei luoghi dove sono stati campionati. “È incredibile la bocciatura della richiesta di stampare un semplice vademecum per diffondere maggiore conoscenza e buone pratiche sui Pfas – commenta Guarda – Sembra che al Consiglio regionale non importi molto della missione Onu. È come se l’avvelenamento di acqua, terreni e alimenti da Pfas non sia una questione che li riguardi. È un cattivo biglietto da visita che la Regione consegna nelle mani di chi verrà a verificare il nostro operato. A distanza di anni, molti cittadini sono ancora inconsapevoli dei pericoli legati alla presenza di Pfas nel nostro organismo. Informare significa prevenire e salvare molte vite. Siamo il più grande esempio di contaminazione da Pfas in Europa, ma la politica sembra non essersene accorta”.

Intanto Marcos A. Orellana, rappresentante delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, annunciando la missione in Veneto ha dichiarato: “Sono profondamente impressionato dai rapporti riguardanti la persistente contaminazione che colpisce la salute e la qualità della vita dei cittadini italiani. Come spesso accade in questi casi, le conseguenze ambientali del fatto di trattare sostanze pericolose possono avere un significativo impatto sulla vita delle persone, con i segmenti più vulnerabili della popolazione che pagano un prezzo sproporzionatamente alto”.

L'articolo Veneto, l’Onu invia gli ispettori per indagare sull’inquinamento da Pfas. Ma la maggioranza boccia emendamento per informare i cittadini proviene da Il Fatto Quotidiano.



from Il Fatto Quotidiano https://ift.tt/3phZgrz
via IFTTT https://ift.tt/eA8V8J

La parresia è un’attività verbale in cui un parlante esprime la propria relazione personale con la verità e rischia la propria vita, perché riconosce che dire la verità è un dovere per aiutare altre persone (o se stesso) a vivere meglio. Nella parresia il parlante fa uso della sua libertà e sceglie il parlar franco invece della persuasione, la verità invece della falsità o del silenzio, il rischio di morire invece della vita e della sicurezza, la critica invece dell’adulazione e il dovere morale invece del proprio tornaconto o dell’apatia morale.
Michel Foucault, seminario a Berkeley, autunno 1963

Non c’è bisogno di scomodare la «parresia» di Michel Foucault o le sue analisi del discorso pubblico con la zona di «indistinzione tra visibile e dicibile» per confessare di avere iniziato a scrivere insieme libri nel 2006 sulla spinta di una considerazione tanto banale quanto evidente a tutti: la diffusione di informazioni parziali e fuorvianti sull’arresto, dopo quarantatré anni di latitanza, del capo di Cosa nostra Bernardo Provenzano, spacciato come l’ultimo padrino al vertice di una mafia agreste, che in un casolare del corleonese tra ricotta e cicoria governava i «picciotti» con l’uso di pizzini sgrammaticati. Una visione tranquillizzante di una mafia ormai sconfitta dalla forza dello Stato di diritto, severo ed efficace nel reprimere ogni pulsione mafiosa originata dalla stagione delle stragi, trasmessa a reti unificate, pubbliche e private, e particolarmente sottolineata dal Tg2 che il giorno dopo l’arresto portò a Montagna dei Cavalli, nel covo corleonese del boss, le telecamere di Anna La Rosa, accompagnata dal senatore Beppe Lumia, per mostrare ai telespettatori italiani il materasso senza lenzuola, le caciotte appese al muro e il televisore affidato a un’antenna fatiscente, esposta ai capricci del vento, unico collegamento del superlatitante con la realtà del mondo esterno.

Una visione che non ci convinse per nulla e che in quei giorni ci spinse a scrivere un libro, Il gioco grande. Ipotesi su Provenzano, che non compare in questa raccolta perché pubblicato da un altro editore: «Quella che i media ci hanno raccontato» scrivevamo nell’introduzione «è la favola della mafia a una dimensione; la storia minimalista di Provenzano, il padrino di una mafia arcaica e pretecnologica che tra lupara e cicoria ha concluso la sua parabola lontano dagli scenari occulti e ufficiali del potere…». E poi: «Lo Stato esulta perché ha catturato Provenzano, i media celebrano la sconfitta della mafia, la borghesia mafiosa gioisce alla scoperta che la verità della mafia è quel profilo basso di “pizzo” e “pizzini” sbandierando finalmente la prova che tutto il resto (trame occulte, mandanti occulti) esiste solo nelle cervellotiche ricostruzioni fantagiudiziarie». Una riflessione che in molti si affrettarono a bollare come fantasia di complottisti, termine abusato in questi ultimi decenni per descrivere l’approccio all’analisi di dinamiche sociali attraverso la chiave di lettura di un fenomeno, il complotto, che (come ben sanno gli storici in polemica con noi) ha costantemente fatto parte della storia italiana dai tempi di Machiavelli e dei Borgia. Vista l’evoluzione degli avvenimenti negli ultimi settant’anni forse è il caso di aggiornare anche il lessico corrente, sottraendo a questo termine l’accezione di riprovazione e scandalo e restituendogli il significato originario di intrigo, macchinazione, cospirazione criminale di natura sistemica.

Il numero, le dimensioni e il livello delle protezioni politiche e delle coperture giudiziarie e investigative che hanno segnato la lotta alla mafia e la ricerca della verità sulle stragi sono, infatti, una componente strutturale della vicenda italiana, venuta a galla con il verdetto di primo grado del processo sulla trattativa Stato-mafia la cui riforma subita recentemente in appello non sembra mettere in discussione la ricostruzione storica operata dalla Procura di Palermo: per i giudici, infatti, il fatto (la trattativa o la minaccia veicolata fino al cuore di tre governi, lo si capirà dalle motivazioni) si è verificato, ma non è qualificabile come reato. La sentenza del 23 settembre 2021, promulgata dalla Corte d’assise d’appello di Palermo, presieduta da Angelo Pellino, precisamente, ha assolto gli ex ufficiali del Ros Antonio Subranni, Mario Mori e Giuseppe De Donno «perché il fatto non costituisce reato», e l’ex senatore Marcello Dell’Utri «per non aver commesso il fatto»: ha dunque tirato fuori quelle responsabilità penali individuali individuate in primo grado dal groviglio criminale della stagione delle stragi. Ma confermando contestualmente la condanna per i boss Leoluca Bagarella (ventisette anni, uno in meno rispetto al giudizio di primo grado) e Antonino Cinà (dodici anni), accusati di aver veicolato la minaccia mafiosa all’interno dello Stato, la Corte di Palermo ha convalidato, indipendentemente da ogni giudizio «a caldo» sul verdetto, il rapporto di continuità con quella prassi tradizionale di minacce e intimidazioni (sfociate nel 1992-1993 in una brutale aggressione terroristica) che aveva già indotto un magistrato consulente della commissione Antimafia, Antonio Tricoli, a sostenere in una relazione depositata il 12 luglio 2012 a palazzo San Macuto, come «per la difficile e travagliata cogestione del potere si è sempre addivenuti alla stipula di compromessi o patti informali anche ai limiti della legalità», fino a giungere al punto in cui «la trattativa con la criminalità è diventata quasi consuetudine».

Ma se questa componente strutturale è un dato consacrato in migliaia di atti parlamentari, fin dal 5 luglio 1950, giorno dell’omicidio del bandito Giuliano (la cui versione ufficiale venne smentita pochi giorni dopo da un articolo de «L’Europeo» firmato da Tommaso Besozzi), quello che in Italia non si era mai visto in diretta era il cammino verso la morte di un dead man walking. Per cinquantasei lunghissimi giorni, tra il botto di Capaci e l’orrore di via D’Amelio, Paolo Borsellino andò consapevolmente incontro al suo martirio davanti alle telecamere di giornalisti italiani e stranieri che facevano a gara per intervistarlo, alle voci squillanti di membri del governo che si affannavano a indicarlo come l’unico erede di Falcone, salvifico per tutti, ai voti compatti dei parlamentari di un partito, Alleanza nazionale, che in quarantasette lo votarono contro la sua volontà, candidandolo al Quirinale. Per l’Italia ufficiale era l’eroe antimafia che avrebbe garantito la risposta dello Stato dopo Capaci vendicando il suo amico Falcone; per l’Italia sotterranea, ovvero nella consapevolezza di boss, picciotti e uomini degli apparati, era soltanto il prossimo agnello sacrificale. Quella frase «Satò macari Paluzzu» pronunciata dal boss Mariano Agate al botto del 19 luglio, udito da una cella dell’Ucciardone, a poche centinaia di metri da via D’Amelio, fu il sigillo della fine di un’attesa, l’ovvia conclusione di un dramma greco andato in scena in quella estate del 1992 davanti a milioni di telespettatori. L’eroe muore, e improvvisamente l’informazione italiana, come schiacciata dal peso di un segreto troppo fitto e intrecciato con le turbolenze istituzionali del passaggio tra Prima e Seconda repubblica individua la via d’uscita più semplice, ma meno onorevole: trasforma la cronaca in tragedia. E come i greci inventarono la tragedia per rappresentare la volontà degli dei nella punizione dell’eroe buono, facendone affiorare la consapevolezza senza spiegarne le ragioni, così l’informazione italiana ha ritenuto per decenni di indagare sui misteri di quella strage rappresentando l’orrore della sua violenza e i tributi alla memoria delle vittime, senza occuparsi delle ragioni che l’hanno determinata, dribblando i dubbi e ignorando i punti oscuri, concentrandosi solo sui «successi» investigativi di Arnaldo La Barbera, conseguenza del primo (e più grave) dei depistaggi che hanno segnato la Seconda repubblica.

Per qualche giorno, nel 2007, discutemmo se dare al libro L’agenda rossa un titolo diverso: Zona rimozione, con il doppio riferimento al provvedimento mai adottato dallo Stato per proteggere nel modo più ovvio il giudice Paolo Borsellino in via D’Amelio, ma soprattutto per sottolineare come già a pochi anni dalle stragi era in corso quella che il procuratore Roberto Scarpinato ha definito la «sagra della rimozione» collettiva, che a oggi impedisce di raccontare lo stragismo italiano con tutte le sue implicazioni politico-istituzionali, anche sotto i profili eversivi. Il volume L’agenda rossa non fu uno scoop, ma ebbe tra i lettori un effetto ancor più dirompente, perché per la prima volta i fatti (umani, professionali, istituzionali) contenuti, già noti a tutti, erano messi in fila raccontando il «contesto» drammatico e sconcertante di un uomo delle istituzioni, Paolo Borsellino, ultimo baluardo nella lotta contro un nemico invincibile (e solo in parte visibile), che non fu soltanto lasciato solo ma che negli ultimi cinquantasei giorni della sua vita fu stretto in un abbraccio mortale, e indicato come parafulmine da una classe politica ormai in via di dissoluzione, mentre in Parlamento gli allarmi sul pericolo di una stagione eversiva lanciati dal ministro dell’Interno Vincenzo Scotti venivano ridicolizzati dal presidente del Consiglio Giulio Andreotti.

Era il 2007, la Procura di Caltanissetta aveva aperto due anni prima l’inchiesta sulla sparizione dell’agenda rossa dall’auto blindata tra le fiamme di via D’Amelio, sui giornali le parole di Vincenzo Scarantino venivano spacciate per verità granitiche fino a quando, l’anno successivo, un imbianchino di Brancaccio divenuto killer di fiducia dei boss Graviano, Gaspare Spatuzza, ribaltò la narrazione giudiziaria autoaccusandosi del furto della 126 usata come autobomba. Aspettammo due anni per scrivere L’agenda nera della Seconda repubblica, e raccontare la piccola storia ignobile di Vincenzo Scarantino, prototipo del capro espiatorio da laboratorio, individuato da Arnaldo La Barbera fin dai giorni dell’omicidio dell’agente Agostino (ucciso con la moglie a Palermo il 6 agosto 1989), riproposto in un identikit anonimo già nei giorni immediatamente successivi alla strage, allevato nelle «veline» dei servizi segreti, costruito dagli investigatori nei colloqui al carcere di Pianosa, e via via preservato e difeso con azioni ai confini della legalità nella sua incredibile e sconclusionata verità, pur tuttavia creduta fino ai massimi livelli della Cassazione.

In mezzo, nel 2009, scoprimmo su uno scaffale di una libreria romana, in largo Chigi, a Roma, un libretto giallo dal titolo accattivante Il Petrolio delle stragi scritto da un poeta pesarese, Gianni D’Elia. Dentro c’era raccontato per la prima volta il legame tra i delitti Mattei e De Mauro con l’omicidio Pasolini. Era un’intuizione in forma poetica, raccolta dall’archiviazione giudiziaria del pm di Pavia, Vincenzo Calia, ma sufficiente per mettere a fuoco i collegamenti, fino a quel momento ignorati, tra l’attentato più grave alla sovranità italiana, spacciato per decenni per un incidente aereo, l’omicidio di un giornalista che aveva indagato su quel mistero a Palermo e il pestaggio mortale dell’intellettuale apocalittico, l’unico in Italia a denunciare in presa diretta la strategia della tensione, indicandone i nomi dei responsabili e chiedendo un processo per i dirigenti di allora della Democrazia cristiana. Il libro Profondo nero, che apre questo volume, è stato un viaggio dentro il segreto del potere con radici siciliane, con il suo carico di omicidi e stragi, di ricatti incrociati e depistaggi, che ancora oggi rende quella italiana una cronaca inceppata, ancora arenata nelle secche della Storia, con molte appendici nei traffici di influenze e nelle corruzioni dei colletti bianchi, versione 2.0 di cappucci, grembiuli e compassi che oggi, come sessant’anni fa, continuano a segnare la vita di un paese, ormai entrato dentro i meccanismi di una tecnocrazia diffusa in tutto il pianeta, senza riuscire a scrollarsi di dosso il suo passato più ingombrante con una definitiva operazione verità.

Scritto nel 2019, infine, a ventisette anni da via D’Amelio, il volume DepiStato cerca di comprendere perché il livello della risposta giudiziaria per la strage Borsellino è ancora giudiziariamente tarato sulle responsabilità di tre poliziotti, ultimi anelli di una catena di comando coinvolta a livello decisionale nelle scelte, investigative e giudiziarie, che hanno trasformato un artigiano analfabeta in un provetto stragista, allontanando la verità per due decenni. Un ritardo che se ovviamente non fornisce la «prova regina» di quanto hanno sostenuto il presidente dell’antimafia siciliana Claudio Fava e il fratello del giudice assassinato in via D’Amelio, Salvatore Borsellino, e cioè che «a piazzare il tritolo furono gli stessi che hanno fatto sparire l’agenda rossa», consente di affermare senza timore di querele che quella di via D’Amelio fu una «strage di stato», come ha fatto l’avvocato Fabio Repici, assolto dal gip di Catania Stefano Montoneri dall’accusa di diffamazione nei confronti dell’ex procuratore di Caltanissetta Amedeo Bertone: quell’indagine, sottolineò il gip citando la sentenza del Borsellino Quater, nacque con un vizio d’origine, e cioè con un’iniziativa «decisamente irrituale» (ma in realtà da qualificarsi, più correttamente in lingua italiana, come «illecita», in quanto contraria a norme di legge) del procuratore di Caltanissetta Giovanni Tinebra che già nella serata del 20 luglio 1992 chiese al numero tre del Sisde (Bruno Contrada) di collaborare alle indagini sulle stragi, sebbene egli non rivestisse la qualità di ufficiale di polizia giudiziaria, e nonostante la normativa vigente precludesse al personale dei servizi di informazione e sicurezza di intrattenere rapporti diretti con la magistratura.

Oggi, a oltre settant’anni da Portella della Ginestra, la prima strage del dopoguerra, nel mainstream mediatico (tv e testate giornalistiche), l’informazione sulla mafia e sulle sue complicità è stata sostituita, tranne qualche eccezione, dalla fiction. E di quella stagione di bombe che hanno cancellato la Prima repubblica resta una memoria funzionale agli schieramenti in campo, spesso circoscritta solo agli addetti ai lavori. E la disattenzione progressiva dei media non può che suscitare un dubbio legittimo e inquietante: il sospetto che chi ha creato in questi anni una lunga teoria di depistaggi (non soltanto a partire da via D’Amelio) abbia brigato nell’ombra anche per condizionare un’informazione di per sé poco incline a deragliare dai binari tranquillizzanti dell’agenda politica del paese, orientando, calmierando e promuovendo di volta in volta le notizie funzionali ai propri disegni di conquista di spazi politico-istituzionali o di mantenimento di equilibri faticosamente raggiunti sul sangue dei servitori dello Stato.

È certamente singolare che l’informazione oggi così attenta alla scarcerazione di Giovanni Brusca e agli scivoloni, indotti o meno, delle parole pronunciate, peraltro autosmentendosi, dal pentito Maurizio Avola, che nega ogni partecipazione dei «servizi» in via D’Amelio, ignori quelle dei procuratori Giuseppe Lombardo e Gabriele Paci che nelle rispettive requisitorie, a Reggio Calabria e a Caltanissetta, hanno sottolineato i gravissimi ritardi e gli errori investigativi che hanno consentito alla ’ndrangheta di restare fuori per due decenni dal contesto stragista, pur essendo coinvolta sin dall’inizio, e al boss Matteo Messina Denaro di evitare un mandato di cattura per la strage di Capaci arrivato solo ventidue anni dopo nonostante quattro collaboratori (Giovanni Brusca, Balduccio Di Maggio, Vincenzo Sinacori e Vincenzo Ferro) avessero indicato fin dall’inizio il superlatitante trapanese come uno dei registi dell’attacco allo Stato. Negligenze gravi, come quelle sottolineate dal pg di Palermo Giuseppe Fici nel processo d’appello per la trattativa Stato-mafia, sulla mancata cattura di Bernardo Provenzano a Mezzojuso, e sulla restituzione di tre cellulari mai ufficialmente sequestrati al suo guardaspalle, Giovanni Napoli, favoreggiatore del capo corleonese, custode della fortuna miliardaria del boss nel paese.

Mentre oggi sui social in molti si spingono a ipotizzare scenari stragisti in cui i mafiosi vestono i panni dei figuranti, esecutori di volontà esterne alle finalità stesse dell’organizzazione decimata dalla reazione dello Stato, alimentando di fatto le accuse di complottismo, questo libro che raccoglie settant’anni di cronache di massacri in un paese come l’Italia, dove un presidente del Consiglio che ha retto alternativamente le sorti di governo per oltre due decenni è indagato per strage a Firenze ed è chiamato in causa come socio da uno dei principali boss stragisti, serve anche a ricordare che la verità terribile di questi anni è ancora lungi dall’essere raccontata.

Come ha sottolineato il pg Giuseppe Fici nella sua requisitoria del processo d’appello sulla trattativa, riferendosi ai segreti delle coperture del boss Bernardo Provenzano: «Chi ha agito violando le regole lo ha fatto per la salvezza di un determinato assetto di potere. Anche a costo di calunniare degli innocenti, distruggendo famiglie e seminando dolore e lo ha fatto al di fuori delle dinamiche democratiche. Noi invece vogliamo capire. Lo dobbiamo a tutti i familiari delle vittime».

L'articolo Dal delitto Mattei agli attentati contro Falcone e Borsellino: il libro nero delle stragi di Stato proviene da Il Fatto Quotidiano.



from Il Fatto Quotidiano https://ift.tt/3xEohRP
via IFTTT https://ift.tt/31kGJT9

Sanzioni fino a mille euro per chi entra in ristoranti, bar o altri luoghi pubblici senza il certificato verde rafforzato oppure per chi sale su bus, treni o aerei. Dal 15 dicembre entra in vigore l’obbligo vaccinale per docenti, sanitari e forze di polizia



from Sky Tg24 https://ift.tt/3d4a4E8
via IFTTT https://ift.tt/eA8V8J

Cresce la pressione sulle strutture ospedaliere italiane, anche se i numeri sono molto diversi da quelli di un anno fa. Le regioni che al momento oltrepassano la soglia critica del 10% in terapia intensiva sono tre: Friuli-Venezia Giulia, Provincia autonoma di Bolzano e Umbria. Le prime due, insieme alla Valle d'Aosta, superano la soglia del 15% nei reparti ordinari. Ma altri territori si avvicinano ai limiti che determinano il cambio di colore



from Sky Tg24 https://ift.tt/3rnn3ci
via IFTTT https://ift.tt/eA8V8J

Boom delle prime dosi per effetto del super green pass, mentre si attende il verdetto di Aifa per i bimbi. Alto Adige verso il giallo da lunedì. Draghi ferma la girandola di circolari sulla scuola e lascia tutto come prima. Per primarie e medie serviranno due casi per far scattare la quarantena. Omicron rilevata in più di 40 pazienti in Europa, ma Israele rassicura: la terza dose protegge. La Germania in emergenza invia i malati all'estero. In Austria e Grecia multe a chi non si immunizza



from Sky Tg24 https://ift.tt/3xFT7JG
via IFTTT https://ift.tt/eA8V8J

“Non è assolutamente un atto di sessismo. Avevamo perso e ho fatto quel gesto in un momento di stizza e per goliardia. Non avrei mai pensato a tutto quello che sta succedendo. Il mio avvocato sta cercando l’avvocato della giornalista: voglio farle le scuse ufficiali”. Così ha detto Andrea Serrani, il 45enne tifoso identificato come l’autore delle molestie all’inviata di Toscana Tv Greta Beccaglia, mente era impegnata in una diretta nel dopopartita di Empoli-Fiorentina del 27 novembre fuori dallo stadio Castellani. L’uomo è intervenuto ai microfoni de La Zanzara e, dopo essersi pubblicamente scusato, ha riferito la sua versione dei fatti, dicendo di voler incontrare la giornalista per porgerle personalmente le sue scuse. Il suo avvocato ha chiesto di risolvere la situazione in maniera “bonaria” perché pensa di “essere stato rappresentato come non sente di essere“, ma Beccaglia ha ribadito che andrà avanti con la denuncia perché quanto accaduto è “inaccettabile”.

“Ho chiesto scusa e ci mancherebbe. Non volevo parlare con nessuno, solo andare alla mia macchina – ha proseguito Serrani, ristoratore tifoso della Viola, con una compagna e una figlia -. Ho sbagliato, voglio incontrarla, quando lei vorrà. Lo sputo sulla mano? Stavo tossendo e sono passato. E’ uno sbaglio, non è scattato niente. Ho fatto una cavolata, mi descrivono come un violentatore ma io non sono così. A casa mi hanno detto ‘come ti è venuto in mente?!?’, me l’ha detto anche la mia compagna. Sanno che non sono questa persona cattiva, stiamo passando tutti i dispiaceri possibili del mondo. Non sto bene, guardate dove è finita questa cosa per uno sbaglio. Uno lavora una vita, crea una vita e poi guardate cosa succede”.

L'articolo Greta Beccaglia, parla l’uomo che ha molestato la giornalista: “Ho fatto quel gesto in un momento di stizza e per goliardia, la mia squadra aveva perso” proviene da Il Fatto Quotidiano.



from Il Fatto Quotidiano https://ift.tt/3o6KyEt
via IFTTT https://ift.tt/eA8V8J

Sarà ‘rafforzato’ anche per sciare o solo per bere la cioccolata calda nella baita? L’industria dello sci, a partire dal potentissimo consorzio delle Dolomiti, è alle prese con lo slalom tra i paletti delle nuove regole relative ai Green Pass: ci si chiede se tra qualche giorno si potranno vendere i biglietti di risalita anche a chi mostra i risultati di un tampone negativo, e pure se i non vaccinati e non guariti dovranno restare rigidamente esclusi da bar e ristoranti sulle piste (nonché dalle toilette). Le tante micro zone rosse nelle località di montagna fanno pensare al peggio. Se la vedono grigia in Val Gardena e sotto l’Alpe di Siusi, nell’Alto Adige dove già si scia, come a Plan de Corones: le forze di polizia devono scendere in campo con un insolito rigore svizzero (a Brunico, per esempio, un bar ha avuto guai per non aver controllato tutti i green pass dei dipendenti), per salvaguardare quel che resta di ‘bianco’ anche sulle cartine epidemiche, quando peraltro nella versione europea pongono già in rosso scuro l’intera provincia autonoma di Bolzano.

La classe dirigente si dibatte tra l’interpretazione psico-sociologica dell’ostinata ribellione no-vax di una parte della popolazione, sventolando un termine da qualche anno tanto abusato quanto vago (il risentimento), e la giustificazione storico-culturale. Qualcuno, a partire dal governatore Arno Kompatscher, trova abbastanza logico cioè che ci siano negazionisti del Covid in valli come la Passiria, sopra Merano, dove la rivolta autonomista è di casa da secoli, e dove è ancora ben vivo il mito tradizionalista di Andreas Hofer, che guidò la rivolta anti-francese in nome del Sacro Cuore di Gesù e del ripudio delle riforme napoleoniche, compresa la prima vaccinazione obbligatoria, che debellò il vaiolo da mezza Europa. Ma proprio queste considerazioni apparentemente così valide del benpensare comune mostrano di non reggere se si pensa che tra i renitenti alla leva obbligatoria del vaccino ci sono anche medici e professori universitari certo non assimilabili, per censo ed estrazione culturale, ai risentiti e agli ignoranti di ritorno. Viene dal mondo accademico (che, in fondo, affascina persino alcuni osservatori internazionali sofisticati) la stessa pungente definizione dell’Italia di oggi come una sorta di ‘Draghistan’, Paese retto dal regime soft, compassato e ‘green-passato’ di un tecnocrate.

Eppure non si riescono a comprendere le ragioni del dissenso contro la gestione della pandemia e del green pass nella stessa sinistra, ormai più attenta ai diritti civili che all’eguaglianza: va bene persino la deregulation antropologica dei generi, ma la difesa delle soggettività si arresta per i virus con la C maiuscola? Vi è poi un problema di contenuti dato che, esattamente all’opposto di ogni luogo comune sull’ignoranza, tanti ribelli si caricano a molla in nome e per conto di quel che si considera invece un’acquisizione di conoscenze alternativa e anticonformista. In sostanza, tra i no-pass si ritrovano non solo gli intellettuali che continuano a compulsare le pagine di Foucault e a sentirsi ancora dalla parte di Nietzsche, ma anche (come suggerisce Gabriele De Luca) tanti che si presentano con una sorta di rivisitazione da mondo digitale del celebre j’accuse dell’ultimo Pasolini Cos’è questo golpe? Io so, pubblicato nientemeno che sul Corriere della Sera il 14 novembre 1974, quando il nostro intellettuale più famoso aveva ormai la testa dentro al magmatico progetto di Petrolio, un grandioso retroscena di duemila pagine, ovvero il romanzo del potere italiano.

Ecco, io non so che cosa ci sia dietro, ma noto che in tanti, troppi, della classe dirigente vogliono invece far finta di niente: pensare che con tre o quattro punturine tutto possa continuare ad andare avanti come prima, invece di fare i conti con la realtà e di cominciare a ridisegnare quel modello di società già incrinato pre Covid-19, a cominciare proprio dal turismo di massa, che fa ripartire ogni volta puntualmente la pandemia.

L'articolo Green pass, l’incognita dello sci e i tanti che sul turismo fanno finta di niente proviene da Il Fatto Quotidiano.



from Il Fatto Quotidiano https://ift.tt/3d0H5kr
via IFTTT https://ift.tt/eA8V8J

Mani pulite non è stata soltanto un’inchiesta che ha rivoluzionato la politica in Italia. È stata soprattutto una stagione di grandi illusioni: l’illusione della fine della corruzione e degli intrighi, l’illusione secondo cui i magistrati erano i vendicatori della società civile contro una politica marcia. A costruire questa mitologia furono la carta stampata e le televisioni. E questa è la loro storia. Martedì 30 novembre alle 16 Goffredo Buccini, autore de “Il tempo delle mani pulite” (ed. Laterza), ne parla in diretta sui canali social e sulla homepage del nostro sito con il direttore Peter Gomez.

L'articolo “Il tempo delle mani pulite”, alle 16 la diretta con Peter Gomez e Goffredo Buccini proviene da Il Fatto Quotidiano.



from Il Fatto Quotidiano https://ift.tt/32MdnxW
via IFTTT https://ift.tt/eA8V8J

Andrea Delogu interviene sulla molestia che la giornalista Greta Beccaglia ha subito in diretta tv e lo fa attraverso un lungo post su Instagram. Il video di quanto accaduto al termine della partita Empoli-Fiorentina è diventato virale. La Beccaglia, che si trovava fuori dalla curva sud dello stadio di Empoli per aspettare l’uscita dei tifosi della Fiorentina, è stata molestata in diretta televisiva da un uomo che le ha dato uno schiaffo sul fondoschiena mentre altri le hanno urlato frasi sessiste. Il tutto senza avere la minima difesa, nemmeno dal conduttore in studio. Da qui lo sfogo di Andrea Delogu: “Si sono sommati un po’ di vaf****** in queste settimane e oggi, dopo il video visto sul profilo di Trash Italiano, dove una giornalista viene molestata fuori dallo stadio e in cui nessuno, e ripeto, nessuno si mette in sua difesa mi è esplosa la testa. Mi son riaffiorati i vari ‘Andrea, fatti gli affari tuoi, non polemizzare sempre, che poi dicono che sei una stronza’. A ‘sto punto hanno ragione, la faccio: siamo ubriachi di simbolismo becero, drogati d’esserci sui social nel vedere “Oh, sono una bella persona, aderisco al messaggio, fammi photoshoppare il baffo rosso sotto l’occhio, ma fammi mettere la foto dove son venuta bene”.

La conduttrice radiofonica continua: “Però poi schieriamoci il giusto quando Aurora Ramazzotti fa notare che quando ci urlate per strada siete degli stronzi e ci fate paura, lì no, li ci chiediamo se ha esagerato o no, se rompiamo troppo le p****, se non ci stiamo lamentando eccessivamente”. Il post continua citando Alessia Marcuzzi e uno dei suoi ultimi video sui social: “Poi ci fa vedere un vibratore, e tutta la libertà del mondo che credete d’avere va a farsi fottere perché il vibratore vi fa pensare alla vagina e allora ‘No, è sbagliato!’. Il fatto che tu pensi alla mia vagina se vedi un vibratore è affar tuo, se ti dà fastidio, non nostro!”. Andrea Delogu, poi, entra anche di più nel personale: “Mi è stato detto milioni di volte ‘ma non ne hai bisogno di mostrarti, sei una donna intelligente, colta, non devi: poi perdi di credibilità’. Io perdo la credibilità perché voglio mettermi una minigonna o un reggiseno di pizzo a vista, perché il mio corpo toglie importanza a quello che scrivo o quello che dico. Capito? Il corpo femminile nella concezione comune ti abbassa di livello se mostrato. Siamo libere di volerci piacere, di non dover avere paura di essere giudicate o di essere oggettivate togliendo la dignità di persone con carattere, intelligenza e professionalità”.

Il vero problema per la Delogu è sempre il corpo della donna: “Qualcuno all’infuori di noi vuole sempre scegliere: ci dicono che non possiamo abortire, che non possiamo provare piacere, che non possiamo vestirci come ci pare, parlare come ci pare, essere libere di stare da sole e non volere figli. Siamo arrivate al punto che, senza vergogna, molti si chiedono se non sia stata colpa anche della vittima. Colpa di chi viene insultata, picchiata, soggiogata, violentata e ammazzata. Personalmente in questi ultimi mesi per vicissitudini private, vedo il peggio di questo Paese, una violenza sottesa, silente, un patriarcato di nascita…la continua battaglia fra il bigottismo del tempo che passa solo se sei femmina, del paragone fra me e un uomo nella mia stessa situazione è vergognoso”.

La showgirl, infine, conclude il suo lungo post su Instagram con tutta la rabbia che questa vicenda le ha suscitato: “Ne parleremo in un’altra occasione, ma intanto oggi davvero va********!”. Molte le condivisioni e i commenti dal regista Gabriele Muccino che scrive “Standing ovation! Sublime Andrea Delogu!” a Sandra Milo che aggiunge: “La bellezza, il rapporto risolto che una donna ha col proprio corpo non dovrebbe mai costituire un limite, un aggravante quando si vuole veicolare un messaggio importante. Ciò che si dice non deve perder di valore o assumere una connotazione errata solo perché a manifestarlo lo fa una donna di bell’aspetto”.

L'articolo Greta Beccaglia, lo sfogo di Andrea Delogu: “Vaf******. Mi è stato detto milioni di volte ‘non hai bisogno di mostrarti, sei una donna intelligente'” proviene da Il Fatto Quotidiano.



from Il Fatto Quotidiano https://ift.tt/3ro9Pw2
via IFTTT https://ift.tt/eA8V8J

Con l’aumento dei contagi in età scolastica, il governo fa dietrofront. Con una circolare del Miur e del Ministero della Salute si sospende provvisoriamente “il programma di sorveglianza con testing” e si torna alla “quarantena per tutti i soggetti contatto stretto di una classe/gruppo dove si è verificato anche un singolo caso tra gli studenti e/o personale scolastico”



from Sky Tg24 https://ift.tt/3lnbcap
via IFTTT https://ift.tt/eA8V8J

È tutto nuovo il Ford Ranger, pick-up entry level del marchio americano: sarà assemblato a partire dal 2022 in Thailandia e Sud Africa, per arrivare nelle concessionarie a inizio 2023. Inoltre, farà da base costruttiva per la futura edizione della Volkswagen Amarock, di medesima impostazione.

Fra le novità introdotte con la nuova edizione ci sono pure i fari a matrice di led. La carreggiata più larga di 5 cm consente di beneficiare di un cassone di carico posteriore più generoso, nonché dotato di nuovi punti di fissaggio e divisori per la gestione del carico. All’interno, figurano il quadro strumenti digitale e il sistema multimediale con schermo verticale da 10.1 o 12 pollici, compatibile con smartphone, a cui è dedicata una base di ricarica wireless. A richiesta la selleria di pelle con cuciture a contrasto. L’asse anteriore del veicolo è stato traslato in avanti per affrontare meglio la guida in fuoristrada, mentre il telaio è predisposto per eventuali powertrain elettrificati.

Sotto al cofano un nuovo turbodiesel V6 di tre litri o un bi-turbodiesel quattro cilindri di due litri. In alternativa il turbobenzina di 2,3 litri. Tre le trasmissioni disponibili: manuale a sei marce o automatica a sei o dieci rapporti. Due i sistemi a quattro ruote motrici, uno inseribile e uno permanente. I clienti, infine, potranno personalizzare il Ranger con una gamma di oltre 150 accessori per il lavoro, la città e il tempo libero.

L'articolo Ford Ranger, la nuova generazione arriverà nel 2023 – FOTO proviene da Il Fatto Quotidiano.



from Il Fatto Quotidiano https://ift.tt/2ZCqu3z
via IFTTT https://ift.tt/3D0N4R2

È allarme. Le classi in quarantena aumentano di giorno in giorno. La Società italiana di pediatria dice che il dato (registrato il 24 novembre scorso dall’Istituto superiore di sanità) di oltre 251mila casi di contagiati tra i bambini dai 6 agli 11 anni è “sottostimato”. I malati di quell’età sarebbero molti di più. E mentre in ogni regione aumentano a dismisura i positivi e le classi in quarantena, il ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi nega la pubblicazione dei dati in suo possesso: “Il ministero – fanno sapere gli uffici di viale Trastevere – raccoglie settimanalmente i numeri riferiti a contagi e quarantene attraverso un monitoraggio su base volontaria fra i dirigenti scolastici. L’indagine è pensata come strumento di lavoro per il ministero stesso e per gli uffici scolastici regionali. Al momento, dunque, i dati sono ad uso interno del sistema scuola”. L’unica fotografia che è possibile recuperare è quella sanitaria ma non quella nazionale su quanti sono gli alunni costretti a far lezione a casa. Di certo, però, c’è che nella serata di ieri il ministero della Salute ha fatto un passo indietro, ripristinando l’obbligatorietà della quarantena per l’intera classe dopo la prima positività riscontrata. È la testimonianza plastica che i dati dei contagiati in classe, come sottolineato dai pediatri, sono una fotografia parziale della situazione.

Secondo l’ultimo rapporto settimanale dell’Iss su 826.774 casi tra 0-19 anni, 251.221 hanno riguardato gli alunni dai 6 agli 11 anni con 1.423 ricoverati (di cui 36 in terapia intensiva). Il 17 novembre, nella stessa fascia di età, si contavano 241.739 casi. Un dato che allarma soprattutto Rocco Russo, responsabile del tavolo tecnico vaccinazioni della Società italiana di pediatria: “Abbiamo il polso della situazione solo della punta dell’iceberg. Non contiamo tutti coloro che non sono stati tracciati e quei bambini che sono asintomatici. Le scuole hanno costituito un grande elemento di tracciamento: ci hanno permesso di fare una ricognizione che fino ad agosto non potevamo avere”.

Russo ha lavorato a lungo in quest’ultime settimane per produrre un’analisi dettagliata. In Italia dall’inizio dell’epidemia al 9 novembre sono stati diagnosticati, nella fascia di popolazione 0-19 anni, 791.453 casi di cui, 8.451 ospedalizzazioni, 249 ricoveri in terapia Intensiva e 36 deceduti. In poco più di due mesi, per la sola fascia di età 6-10 anni, c’è stato un incremento pari a 24.398 casi e negli ultimi dodici giorni c’è stata un’impennata di contagi. “Se lasciassimo scoperta questa fascia di età dal vaccino avremmo una piccola Sudafrica in Italia. Il vaccino – sottolinea Russo – ha più benefici del virus. Tra l’altro abbiamo la fortuna di avere i dati delle vaccinazioni che sono in corso sui bambini in America e in Israele”. Numeri che vanno di pari passo, chiaramente, con il ritorno delle lezioni da casa.

Se al ministero non danno i dati, qualche ufficio scolastico regionale non li nasconde. In Sicilia, secondo l’Usr, il 7 novembre si registravano 228 classi in quarantena mentre una settimana più tardi erano già 358 (29 all’infanzia; 112 alla primaria; 113 alle medie e 104 alle superiori). Tra gli istituti del Veneto sono 13.189 gli alunni e 800 i docenti che sono stati messi in quarantena negli ultimi due mesi, mentre in Campania si è passati da 267 classi in dad della scorsa settimana a 315 di quest’ultimi giorni. E proprio nella regione governata da Vincenzo De Luca è scoppiato un caso: nei giorni scorsi è circolata la voce, messa in giro da alcuni comitati di genitori, che dall’8 dicembre il governatore avrebbe chiuso le scuole. Una notizia smentita dal presidente e dall’assessore all’Istruzione Lucia Fortini che a ilfattoquotidiano.it ha spiegato: “Non c’è alcuna intenzione di sospendere le attività scolastiche in presenza”. Una situazione, quella delle classi in quarantena, che coinvolge tutta l’Italia.

Come abbiamo già riportato in Lombardia, in due settimane, si è passati da 842 contagi (dal 1 al 7 novembre) a 2.542 (21 novembre) con 902 classi a casa. In Piemonte in una settimana sedici aule in più hanno perso i ragazzi tra i banchi arrivando a 250 sezioni tornate a imparare davanti al personal computer. In Friuli Venezia Giulia sono cresciuti i casi di classi in dad alle superiori dove da 26 della scorsa settimana si è passati a 64. A queste regioni si aggiunge anche la Valle d’Aosta: “E’ un momento delicato – spiega l’assessore all’Istruzione Luciano Caveri – e ci vuole molta più cautela verso i più piccoli. In questo senso visto l’incremento di casi positivi alla primaria e nel primo anno della media, l’Usl ha valutato di non attivare il testing ma la quarantena a tutta la classe in cui emerge un caso di positività”. Un quadro quello qui sopra che preoccupa i genitori. Lo sa bene Antonio Affinita, direttore del movimento italiano genitori: “Spesso mamme e papà non hanno i permessi retribuiti e chi li ha può godere solo del 50% dello stipendio. Non si può scaricare tutta la responsabilità su noi che già vivono il dramma di una situazione economica difficile. Facciamo appello perché i permessi retributivi siano al 100%”. Antonello Giannelli, presidente dell’Associazione nazionale presidi, invece, punta il dito contro le Asl: “Spesso non riescono ad essere tempestive nella loro attività di screening e i dirigenti sono costretti a mettere in quarantena le classi. Non possiamo fare altro. Il ritorno della didattica a distanza ci preoccupa: certo abbiamo più esperienza ma la frammentazione della modalità lavorativa per gli studenti resta deleteria”.

L'articolo Scuola, impennata di contagi negli ultimi 12 giorni: il ministero nega i dati, ma le classi in dad raddoppiano. La situazione da Nord a Sud proviene da Il Fatto Quotidiano.



from Il Fatto Quotidiano https://ift.tt/3d26lqz
via IFTTT https://ift.tt/eA8V8J

Trentanove misure cautelari in carcere sono state emesse dal gip di Venezia nei confronti di un gruppo di persone che, secondo quanto ricostruito, tentava di ricostituire la mala del Brenta, l’organizzazione criminale capeggiata da Felice Maniero che negli anni Settanta ha terrorizzato il Nordest. L’operazione è stata eseguita dai carabinieri del Ros e dei comandi provinciali di Treviso, Padova, Venezia e Rovigo. Le accuse sono di associazione per delinquere (e relativo concorso esterno), detenzione e porto di armi da fuoco, spaccio di stupefacenti, estorsione, rapina, usura e altri delitti, alcuni con aggravante mafiosa.

L’indagine “Papillon“, diretta dalla Direzione distrettuale antimafia e antiterrorismo di Venezia, ha “documentato l’esistenza di gravi e concordanti elementi relativi alla ricostituzione della disgregata organizzazione mafiosa“, un disegno sviluppatosi, a partire dal 2015, anche a seguito della progressiva liberazione dopo lunghi periodi di carcere di esponenti della frangia dei mestrini, articolazione della mala del Brenta.

L'articolo “Tentavano di ricostituire la mala del Brenta”: 39 misure cautelari in carcere in Veneto proviene da Il Fatto Quotidiano.



from Il Fatto Quotidiano https://ift.tt/3d26uu7
via IFTTT https://ift.tt/eA8V8J

I potenti del mondo non credono che il Covid e il disastro climatico siano pericoli epocali.

Oppure sono stupidi.
Io credo che siano stupidi.
Fin dall’inizio delle campagne vaccinali migliaia di ricercatori hanno affermato la necessità di vaccinare le popolazioni dei paesi poveri per evitare lo sviluppo di varianti più aggressive. E in molti lo stiamo urlando a squarciagola da più di un anno.
A oggi in molte aree del pianeta solo il 10% delle persone è vaccinato.
Non hanno liberalizzato i brevetti, non hanno finanziato fabbriche di vaccini e campagne di vaccinazione.
E ora dovremo fare i conti con le 20 varianti sudafricane, pregando che non sia vero che alcune sono molto virulente e infettive.
Ma si può essere più stupidi?

Lo stesso discorso vale per il disastro climatico.
Come si fa a non rendersi conto che stiamo andando a sbattere contro il muro e che non basterà uno spray inventato all’ultimo momento per evitare un tracollo mondiale?
Io sono ottimista, penso che ce la faremo perché abbiamo già oggi le tecnologie necessarie per fermare l’apocalisse. Ma accelerare il passo sarebbe meglio e converrebbe agire in modo efficace prima che ci siano centinaia di milioni di morti.
Già oggi l’inquinamento fa più di 7 milioni di morti all’anno.
Tutte le guerre e il terrorismo mondiale mietono 200mila vittime. L’inquinamento 7 milioni.
A quanto ammontano le spese militari mondiali? A quanto gli investimenti in ecotecnologie?
E che dire dei 40mila funzionari governativi di 26 paesi che si sono incontrati a Glasgow, viaggiando con centinaia di voli speciali, e hanno partorito una caccola di mosca?
Non c’è urgenza? Non credono che gli scienziati dicano la verità?
Oppure sono stupidi.

Cingolani, ministro della Transizione ecologica, ha detto che sarebbe il caso di smettere di studiare le Guerre Puniche e dedicarsi maggiormente alle materie digitali e ingegneristiche.
Non studiare la storia mi pare demenziale. Smettiamo di far studiare le gesta dei generali (noiose e inutili) e proponiamo invece la storia della stupidità umana. Questa sì sarebbe utile per formare persone coscienti e dotate di senso critico.
Basta consultare Storia della stupidità militare, da Crasso al Vietnam o qualche testo simile, per scoprire quanto l’idiozia dei potenti ha determinato le vicende umane.
Tolstoj, in Guerra e pace, descrive Napoleone come un campione di errori militari assistito in modo incredibile dalla fortuna e dalla inesauribile idiozia dei generali che lo affrontarono.
Ma anche la storia dei fallimenti imprenditoriali è piena di fulgidi esempi. Vogliamo parlare dei manager della IBM che profetizzarono che nessuna persona normale avrebbe mai avuto bisogno di un computer?
E i geni della Xerox che hanno autorizzato Steve Jobs a “dare un’occhiata” al mouse e agli altri sistemi di interfaccia che poi lui utilizzò per il suo Pc?
E che dire di Steve Jobs che ritorna a casa dopo aver saccheggiato la Xerox e incontra Bill Gates che gli chiede: “Come è andata? Sei riuscito a vedere tutto?”. E Steve, l’uomo più intelligente del millennio: “Sì, pazzesco: guarda qui cosa hanno inventato!”
Il resto è storia.

Se i giovani scoprissero che buona parte delle grandi invenzioni sono state realizzate per sbaglio, a partire dagli antibiotici: “Hey, cazzo! Chi ha lasciato la finestra aperta?!? Merda, guarda qui! Si è formata della muffa sui vetrini e tutti i batteri sono morti! Che palle dobbiamo iniziare tutto da capo!”.
E che dire di quanti miliardi di morti è costata la stupidità dei medici e degli scienziati: “Sì, adesso devo credere che basta mettere un po’ di muffa su una ferita per evitare un’infezione?”. Oppure: “Ma che stronzata è che bisogna che mi lavo le mani dopo un’autopsia solo perché poi vado a visitare una puerpera?!?

Il problema è che anche la gente comune compie imprese di stupefacente stupidità.
Per appurarlo possiamo consultare la classifica dei suicidi compiuti per sbaglio, oppure Storie di Ladri, la rubrica di Cacao che da 22 anni documenta i modi più imbecilli per riuscire a farsi arrestare, tipo: “Agente! Agente! Arresti quello! Mi ha rubato 50 grammi di coca!!!”.
Vogliamo parlare del suicidio di massa dell’aristocrazia dell’antica Roma che può permettersi il lusso di bere vino nelle coppe di piombo? “Senti come è dolce? Il piombo spagnolo non ha eguali con il vino!”.
Nel 1600 l’impresa fu eguagliata dall’aristocrazia veneta: “I piatti di peltro sono alla moda quest’anno! Come fai a vivere senza?!?”.
Se a scuola si insegnasse la storia delle tecnologie, dei sistemi sociali, dei sistemi economici e dei colpi di genio e di fesseria stellare, le persone sarebbero più prudenti e magari si diffonderebbe l’idea che prima di dire e fare è meglio pensare.

Nel prossimo articolo mi occuperò di dimostrare che i complotti alla lunga non funzionano neppure nelle nazioni più sciocchine.

L'articolo I potenti del mondo non credono che il Covid e il disastro climatico siano pericoli epocali proviene da Il Fatto Quotidiano.



from Il Fatto Quotidiano https://ift.tt/3D4Cdp1
via IFTTT https://ift.tt/eA8V8J

Una donna magistrato, Marie Derain, è stata nominata dai vescovi francesi alla testa di un organismo nuovo di zecca. Si tratta della Commissione indipendente per l’accompagnamento delle vittime di abuso sessuale nella Chiesa: nel segno di un processo di “riparazione” che vada oltre il dovuto risarcimento economico. Nella prospettiva di una giustizia riparativa la commissione intende anche farsi carico di lavorare per la presa di coscienza e il recupero anche di quanti – minori essi stessi – abbiano preso parte attivamente ai crimini.

Marie Derain, ex vicepresidente degli Scout e delle Guide di Francia, ha alla spalle una lunga esperienza di protezione dei minori nelle istituzioni francesi ed è stata dirigente dell’ufficio per la tutela e la promozione dei diritti dell’infanzia accanto al Difensore dei diritti dei cittadini francese. I vescovi francesi le hanno dato carta bianca, Derain formerà la commissione in piena autonomia. Contemporaneamente anche i superiori degli ordini religiosi francesi hanno deciso di formare una commissione indipendente con gli stessi obiettivi; sarà guidata dal magistrato Antoine Garapon.

La Chiesa di Francia è dunque giunta alla conclusione che in tema di abusi è necessaria un’azione di verifica e di “riparazione” permanente, affidata ad organismi stabili e indipendenti. Proprio nell’attuale sessione autunnale della conferenza episcopale francese è stato sottoposto al dibattito il rapporto della “Commissione Sauvé”, dopo un lavoro di tre anni dedicato a fare luce sugli abusi sessuali commessi all’interno delle istituzioni di Chiesa. Trecentotrentamila sono le vittime stimate dal 1950 ad oggi, tra 2900 e 3200 i preti e religiosi coinvolti, 216mila i minori abusati e molestati da membri del clero, più di centomila da laici inseriti in strutture ecclesiastiche. Si tratta di cifre di stima, risultanti da un sondaggio che ha coinvolto 28mila persone. Interessa la Chiesa cattolica d’Italia quanto avviene tra i cugini d’Oltralpe? Sarebbe bene di sì. Perché la Chiesa cattolica in Italia rispetto a quanto avviene in altre parti d’Europa e dell’Occidente si muove nelle retroguardie.

Già nel 2018 la gerarchia cattolica in Germania ha pubblicato un rapporto, frutto di una inchiesta nazionale affidata a tre équipe universitarie indipendenti. La ricerca ha evidenziato che dal 1946 al 2014 ben 3677 minori erano stati abusati ad opera di 1670 chierici, ma che al tempo stesso in molte diocesi era stata distrutta o dispersa la documentazione degli atti criminali. Anche la Chiesa cattolica polacca ha pubblicato un suo rapporto sugli anni dal 1958 al 2020, documentando la responsabilità di 292 tra sacerdoti e religiosi. Per il periodo dal 1958 al 2017 sono registrate 299 segnalazioni di abusi, mentre per il solo triennio 2018-2020, come riferisce Avvenire, si sono registrate ben 368 denunce relative a vittime maschili e femminili in numero pressoché pari. Ricerche del genere sono state attuate anche in Olanda, Australia, Irlanda e Stati Uniti.

In Italia è sconosciuta la pubblicazione di simili rapporti da parte della conferenza episcopale. Meno che mai la Cei ha pensato di incaricare una commissione indipendente di svolgere una ricerca approfondita sull’ampiezza del fenomeno degli abusi nelle diocesi italiane. Predomina la paura di aprire gli armadi della vergogna. Credere che al di là delle Alpi si respiri un’aria più impura e che nel giardino italiano spirino brezze di particolare santità è semplicemente ridicolo.

L’episcopato italiano si è mosso solo tardivamente e controvoglia ad affrontare la questione. Quando già nel 2010 Benedetto XVI nella sua Lettera ai cattolici irlandesi denunciava che per un malinteso senso di difesa dell’istituzione i vescovi avevano preferito non ascoltare il grido delle vittime di abusi e conseguentemente invitava le conferenze episcopali di tutto il mondo a dotarsi di procedure precise ed efficaci per affrontare la questione, la Cei redasse linee guida talmente evanescenti che dovette intervenire il Vaticano per strutturarle minimamente.

In quegli anni la Cei si rifiutò di assumere una responsabilità diretta nel trattare il fenomeno, lasciando che se la vedessero unicamente le singole diocesi e il Vaticano. Il motto del defunto vescovo Alessandro Maggiolini di Como (siamo nel 2008, quando esplose uno scandalo nella sua diocesi) era “Non sono lo 007 dei preti, le indagini le devono fare altri”. Per lungo tempo ha costituito l’inconscio filo conduttore dell’atteggiamento di molti vescovi, che per paura hanno voltato la testa dall’altra parte o hanno insabbiato con il pretesto di non volere “dare scandalo” ai fedeli. Soltanto sotto la guida del cardinale Gualtiero Bassetti, eletto presidente della Cei nel maggio 2017, la Chiesa italiana ha iniziato a strutturare in ogni regione un Servizio di protezione minori. In occasione della giornata di preghiera, istituita dalla Cei per solidarizzare con i sopravvissuti degli abusi, il vescovo di Ravenna mons. Lorenzo Ghizzoni (responsabile del Servizio nazionale di tutela dei minori) ha sottolineato in una intervista a Vatican News che in ogni comunità ecclesiale vanno respinti comportamenti superficiali di irresponsabilità, di “non vigilanza e quindi di complicità con coloro che poi commettono gli abusi”. Parole giustissime.

Gli esempi che vengono dalla Francia e da altri episcopati cattolici richiedono ora alla Cei un deciso salto di qualità. Dare il via anche in Italia ad una inchiesta nazionale. Indipendente. Va detto peraltro che la classe politica italiana, a differenza di altri paesi, si guarda dal pungolare su questo tema la gerarchia ecclesiastica. Quelli che agitano il rosario o proclamano il loro orgoglio di maternità e cristianità sono stranamente disinteressati al tema. Ed egualmente gli esponenti di altro colore. Tutti mutangheri, come direbbe il commissario Montalbano.

L'articolo Francia, nasce la Commissione per le vittime di abusi nella Chiesa. In Italia vince ancora la paura proviene da Il Fatto Quotidiano.



from Il Fatto Quotidiano https://ift.tt/316bg7O
via IFTTT https://ift.tt/eA8V8J

Tiepidina, cosi’ l’amministrazione sud-coreana definisce la politica di Joe Biden nei confronti della Korea del Nord. Nonostante, a luglio il presidente americano abbia promesso al premier sud-coreano, Moon Jae-in, di riallacciare il dialogo che Donald Trump aveva iniziato con Kim Jong-un, l’amministrazione Biden non lo ha fatto, preferendo invece l’atteggiamento di disinteresse nei confronti di Pyongyang, che già l’amministrazione Obama aveva perseguito.

La politica del Pacifico americana, ormai tutta concentrata sui rapporti tra Pechino e Washinton, innervosisce Corea del Sud e Giappone in quanto preoccupate dalla corsa al nucleare di Kim Jong-un, che né la politica dura delle sanzioni, né il breve dialogo intavolato dall’amministrazione Trump, hanno rallentato.

Preoccupa il maggior isolamento della Corea del Nord rispetto al 2018, ufficialmente attribuito alla pandemia, ma de facto reso possibile dai legami ancora stretti con la Cina. Per Seul e Tokyo la ripresa del dialogo con Kim non solo rilancerebbe l’arma diplomatica, spiazzerebbe Pechino e faciliterebbe il lavoro di intelligence riguardo ai progressi del piano nucleare nord-coreano.

L'articolo “Tiepidino e prevedibile”, la Corea del Sud indispettita dal disinteresse di Biden per Pyongyang. In gioco gli equilibri del Pacifico proviene da Il Fatto Quotidiano.



from Il Fatto Quotidiano https://ift.tt/31fjWIl
via IFTTT https://ift.tt/eA8V8J

Durante “Stop ai dubbi”, la conferenza indetta da Regione Lombardia per rispondere alle domande dei cittadini sulla somministrazione del vaccino anti-Covid, il dottor Sergio Abrignani, immunologo e membro del Cts, ha parlato della trasformazione epidemiologica della pandemia, affrontando anche il tema della variante Omicron. “Consideriamola come un’altra variante – ha tranquillizzato – Abbiamo visto che il nostro sistema immunitario riesce a gestirla. Sappiamo anche che se fra un mese dovessimo scoprire che la protezione dalla malattia dovesse scendere al 60-70%, a gennaio-febbraio avremo il nuovo vaccino”. Sottolineando che “altre varianti” hanno spaventato, Abrignanti ha quindi sottolineato che “è probabilissimo che avremo un calo della protezione” dall’infezione, ma anche che, “avremo un calo molto moderato di protezione dalla malattia”.

Quindi, ha concluso, “niente isterie”. “Stiamo vivendo qualcosa di mostruoso che non è mai avvenuto – ha concluso – quindi abituiamoci all’idea che vivremo con queste varianti, ma abbiamo tutto per fronteggiarle”.

L'articolo Variante Omicron, Abrignani (Cts): “Niente isterie, stiamo vivendo qualcosa di mostruoso ma abbiamo tutto per fronteggiarla” proviene da Il Fatto Quotidiano.



from Il Fatto Quotidiano https://ift.tt/3I1rGPr
via IFTTT https://ift.tt/eA8V8J

Un alunno è positivo? Tutta la classe torna – di nuovo – in quarantena. L’aumento dei contagi ha spinto al dietrofront: in una circolare firmata nella serata di lunedì, il direttore generale della Prevenzione del ministero della Salute Giovanni Rezza e il dirigente del ministero dell’Istruzione Jacopo Greco dettano ai presidi le nuove indicazioni sul Covid a scuola, superando il sistema di “sorveglianza con testing” (senza l’isolamento automatico dei contatti) introdotto appena il 3 novembre scorso.

“Ultimamente si sta assistendo a un aumento rapido e generalizzato del numero di nuovi casi di infezione da SARS-CoV-2, anche in età scolare, con una incidenza (casi/popolazione) settimanale ancora in crescita e pari a 125 per 100.000 abitanti (19/11/2021 – 25/11/2021): valore ben lontano dal quello ottimale di 50 per 100.000, utile per un corretto tracciamento dei casi”, premette il documento. Le indicazioni di inizio novembre, si precisa, erano state assunte “con riferimento alla situazione epidemiologica esistente, da rivalutare in caso di aumento della circolazione virale o di altra rilevante modifica incidente sulla stessa emergenza epidemiologica”. Per questo “si ritiene opportuno sospendere – provvisoriamente – il programma di “sorveglianza con testing” e considerare la quarantena per tutti i soggetti contatto stretto di una classe/gruppo dove si è verificato anche un singolo caso tra gli studenti e/o personale scolastico”.

Nel caso in cui le autorità sanitarie siano impossibilitate a intervenire tempestivamente o comunque secondo la organizzazione di regione/P.A. o ASL, il dirigente scolastico venuto a conoscenza di un caso confermato nella propria scuola è da considerarsi autorizzato, in via eccezionale ed urgente, a disporre la didattica a distanza nell’immediatezza per l’intero gruppo classe ferme restando le valutazioni della ASL in ordine all’individuazione dei soggetti (da considerare “contatti stretti” a seguito di indagine epidemiologica) da sottoporre formalmente alla misura della quarantena.

L'articolo Il ministero cambia di nuovo le regole a scuola: ‘Troppi casi, sospeso testing dei contatti stretti e considerare quarantena con un solo positivo’ proviene da Il Fatto Quotidiano.



from Il Fatto Quotidiano https://ift.tt/3cYYNoJ
via IFTTT https://ift.tt/eA8V8J

Greta Beccaglia, la giornalista di Toscana Tv molestata da un tifoso mentre era in diretta per una trasmissione sportiva dopo Empoli-Fiorentina del 27 novembre, ha presentato una denuncia-querela alla polizia. Il commissariato di Empoli aveva già identificato l'uomo, un ristoratore 45enne della provincia di Ancona, tifoso della Fiorentina, con una figlia. Ma serviva la denuncia. La polizia lo ha individuato grazie alle telecamere puntate sui tornelli, poi ha fatto un confronto con le immagini della tv, quindi ci sono stati altri accertamenti. Si procede per violenza sessuale. Il tifoso viola sarà anche sottoposto a daspo, come ha annunciato il sottosegretario all'Interno, Carlo Sibilia, dopo averne parlato col prefetto di Firenze Valerio Valenti.



from Sky Tg24 https://ift.tt/3d3LsLG
via IFTTT https://ift.tt/eA8V8J

Tentavano di ricostituire l'organizzazione che dagli anni '70 agli anni '90 ha terrorizzato il nord-est d'Italia, ma i nuovi esponenti della 'Mala del Brenta 2.0' sono stati arrestati dai carabinieri del Ros e dei comandi provinciali di Venezia, Padova, Treviso e Rovigo.

L'operazione

Trentanove le misure cautelari emesse dal tribunale di Venezia, su richiesta della Procura per associazione per delinquere, concorso esterno in associazione per delinquere, detenzione e porto di armi da fuoco, spaccio di stupefacenti, estorsione, rapina, usura e altri delitti. L'indagine 'Papillon' della direzione distrettuale antimafia e antiterrorismo di Venezia, ha documentato "l'esistenza di gravi e concordanti elementi relativi alla ricostituzione della disgregata organizzazione mafiosa nota come Mala del Brenta" soprattutto dopo la scarcerazione di esponenti della frangia dei mestrini.



from Sky Tg24 https://ift.tt/3rkNFL7
via IFTTT https://ift.tt/eA8V8J

Il tema torna di moda a intervalli regolari, di solito in concomitanza con la minaccia di una nuova variante. Sull’urgenza di sequenziare il Sars-CoV-2, almeno a parole, sono d’accordo tutti: politici, ministri, scienziati, autorità sanitarie. I numeri, però, raccontano un’Italia lontanissima dal target minimo fissato dall’Ecdc (il centro europeo di controllo delle malattie infettive) e dall’Organizzazione mondiale della sanità, che chiedono di analizzare il genoma di almeno il 5% dei tamponi positivi, per tenere sotto controllo il proliferare di mutazioni. I dati disponibili sulla piattaforma internazionale Gisaid dicono che dal 10 gennaio 2020 l’Italia ha depositato appena 76.863 sequenze, cioè l’1,44% dei totale dei test positivi. Un lieve aumento si è visto solo quest’estate, con l’istituzione di una rete di laboratori regionali per la sorveglianza epidemiologica: considerando la finestra degli ultimi novanta giorni la percentuale cresce al 2,91%. Ma già nell’ultimo mese – complice la risalita dei contagi che impegna le strutture – il dato è crollato di nuovo all’1,33%. Trasformando in lettera morta l’annuncio del premier Mario Draghi, che ancora a giugno batteva sull’esigenza di “aumentare il sequenziamento” per “individuare con prontezza lo sviluppo di nuove varianti”, come la Delta (ex indiana) che in quel momento preoccupava più di tutte le altre. Nonché la promessa (datata 30 aprile) del sottosegretario alla Salute Andrea Costa di isolare tre-quattromila genomi alla settimana, una soglia che sette mesi dopo appare ancora lontanissima.

Di sequenziamento si inizia a parlare a fine 2020, quando si scopre il primo tra i ceppi sensibilmente più contagiosi rispetto a quello di Wuhan: la variante inglese, poi rinominata Alfa. L’Ecdc invita i Paesi ad “analizzare i i virus isolati in modo tempestivo” e “sviluppare dei meccanismi standardizzati per studiare e valutare le nuove varianti”. In quel momento l’Italia aveva depositato su Gisaid appena 920 sequenze in un anno, contro le 140mila del Regno Unito: il 27 gennaio 2021 a lanciare l’allarme è Gianni Rezza, direttore della prevenzione del ministero della Salute, che invoca “una capacità di fuoco maggiore per sequenziare il virus” e “avere un sistema di sorveglianza e allerta sulla circolazione delle varianti”. Lo stesso giorno, il presidente dell’Aifa (Agenzia italiana del farmaco) Giorgio Palù e il viceministro della Salute Pierpaolo Sileri annunciano la nascita di un “Consorzio italiano per la genotipizzazione e fenotipizzazione di Sars-CoV-2”, un progetto che però resta bloccato nel pantano della crisi di governo e verrà rilanciato – sotto forma della rete di laboratori – soltanto alle porte dell’estate, con gli scarsi risultati sotto gli occhi di tutti.

Il 1° febbraio una circolare firmata da Rezza esorta tutti i laboratori del Paese a “garantire la disponibilità di risorse umane e materiali per gestire il numero crescente di richieste di rilevamento e caratterizzazione di campioni SARS-CoV-2 e sfruttare tutta la capacità possibile da laboratori clinici, diagnostici, accademici e commerciali”. Poco dopo – il 7 febbraio – l’Ecdc raccomanda di sequenziare “almeno cinquecento campioni selezionati casualmente ogni settimana a livello nazionale”, indicando una serie di priorità, tra cui i vaccinati che si reinfettano, i positivi di lungo periodo e chi arriva da Paesi ad alta incidenza di varianti. Ma da quello standard l’Italia resterà lontana ancora a lungo. E infatti pochi giorni dopo il centro europeo lancia l’allarme: la nostra capacità (ma anche quella degli altri Stati membri) è molto al di sotto della soglia del 5%. Il 17 febbraio la Commissione lancia una “strategia anti-varianti” stanziando 75 milioni di euro e il 9 marzo arriva anche l’appello degli esperti del Comitato tecnico-scientifico. Ma la svolta continua a non vedersi: “L’Italia sequenzia attualmente 1,3 campioni di virus ogni mille e impiega un tempo medio di circa due mesi per caricarli in Gisaid”, denuncia il 22 febbraio il virologo del San Raffaele Roberto Burioni, che parla di “una delle prestazioni peggiori al mondo”. Due mesi dopo, il 26 aprile, il nostro score è ancora fermo a 20.696 sequenze, lo 0,52% del totale dei tamponi positivi, contro le 379.080 del Regno Unito primo in classifica.

Negli stessi giorni il governo, sotto pressione, fissa target ambiziosi. “Si rende necessario rafforzare l’attività di sequenziamento, al fine di individuare precocemente la comparsa di nuove varianti virali prima di un loro rapido diffondersi”, dice il 30 aprile alla Camera il sottosegretario alla Salute Costa. E promette una struttura con una capacità di analisi “pari a tremila-quattromila genomi a settimana, per la ricerca e lo studio di varianti già note, ma, soprattutto, di varianti “nuove” di interesse per la sanità pubblica”. Un obiettivo che con le lenti di oggi appare velleitario, se si pensa che negli ultimi 90 giorni le sequenze analizzate sono state 13.104 (una media di poco più di mille a settimana) e nell’ultimo mese appena 2.936 (circa settecento a settimana). Nei mesi successivi arriva a imperversare la variante Delta, e col senno di poi tornano quotidiani gli appelli al sequenziamento. “Da gennaio abbiamo fatto passi da gigante”, rassicura Sileri. E il 14 luglio – rispondendo a un question time a Montecitorio – il ministro Speranza vanta un successo che col senno di poi risulterà effimero: “Il dato definitivo per il mese di giugno è del 6% dei casi che vengono sequenziati”. “Lavoriamo perché la rete di laboratori abbia capacità di tenuta anche al di là del Covid”, diceva. Ma finora sembra poco attrezzata anche per la quarta ondata.

L'articolo Covid, sul sequenziamento un anno di impegni mai rispettati: ad aprile il governo ne prometteva “4mila a settimana”, dopo nove mesi la media è di 700 (tra le peggiori in Ue) proviene da Il Fatto Quotidiano.



from Il Fatto Quotidiano https://ift.tt/3xBVtsV
via IFTTT https://ift.tt/eA8V8J

Mascherine e dispositivi di protezione individuale contabilizzati come investimenti in “edilizia sanitaria”. Quasi due miliardi di euro per l’acquisto di vaccini e farmaci Covid senza fornire alcuna informazione su costi e quantitativi. È il Servizio Bilancio del Senato a mettere in luce più di una criticità sulla legge di Bilancio per il 2022 varata dal governo Draghi che affronta le ultime curve in Parlamento. In un dossier di 443 pagine i tecnici di Palazzo Madama analizzano articolo per articolo il “Bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2022 e il bilancio pluriennale per il triennio 2022-2024”.

Si scopre così che anche il governo dei tecnici, ogni tanto, inciampa sui numeri. Per il prossimo anno vengono per esempio previsti 860 milioni di euro “al fine di costituire una scorta nazionale di dispositivi di protezione individuale (DPI), di mascherine chirurgiche, di reagenti e di kit di genotipizzazione” all’interno di un comma riguardante l’edilizia sanitaria. È l’articolo 93 che prevede il “finanziamento del programma pluriennale di interventi in materia di ristrutturazione edilizia e di ammodernamento tecnologico” degli ospedali italiani. I fondi – per la verità quasi mai spesi né ripartiti fra le Regioni da quando sono stati istituiti nel 1988, nell’ultimo grande piano di edilizia sanitaria in Italia prima del Pnrr – sono stati aumentati da 32 a 34 miliardi di euro. Di questi 860 milioni vengono destinati a mascherine e Dpi per il “Piano strategico operativo nazionale di preparazione e risposta ad una pandemia influenzale (PanFlu) 2021-2023” e ne viene autorizzata la spesa “a valere sul finanziamento del programma di edilizia sanitaria vigente”. Gli specialisti di finanza pubblica del Senato si domandano come mai “l’utilizzo delle risorse in questione di conto capitale (per investimenti NdR)” vengano utilizzati “anche per l’acquisizione di DPI, mascherine chirurgiche, reagenti e kit di genotipizzazione (oneri di parte corrente)” finendo per rappresentare “una dequalificazione della spesa”. Per dirla con Mario Draghi: sarà debito buono o debito cattivo?

Il governo poi ha messo nel 2022 1,85 miliardi da “destinare all’acquisto dei vaccini anti SARS-CoV-2 e dei farmaci per la cura dei pazienti con Covid-19”. La relazione tecnica precisa anche che la “stima è stata elaborata in considerazione del costo dei farmaci e delle dosi di vaccino prodotte dalle aziende farmaceutiche per le quali sono stati già assunti impegni a livello comunitario, nell’ambito delle procedure di acquisto centralizzate gestite dalla Commissione europea”. Nessuno però sa quanti vaccini o farmaci si potranno acquistare con quei soldi visto che i negoziati sono stati tenuti nella più totale riservatezza sia da Bruxelles quanto da Roma. Solo che ora a domandare quanto costino davvero i vaccini di Pfizer, Moderna e J & J c’è anche l’Ufficio di Bilancio che deve fornire documentazione interna agli organi parlamentari e ai suoi componenti. “Al fine di verificare la quantificazione, sarebbe opportuno fornire i dati sui costi di farmaci e vaccini – scrivono a chiare lettere – e i quantitativi che si intende acquistare, a maggior ragione visto che la Relazione Tecnica fa riferimento a impegni già assunti per cui questi dati dovrebbero essere noti”.

I capitoli sulla sanità affrontano poi il tema delle liste d’attesa generate dal Covid. Un maxi problema per il Servizio Sanitario Nazionale e i pazienti d’Italia. Tanto che l’Istat ha già dichiarato di non poter misurare oggi l’impatto della pandemia sulla salute degli italiani sul lungo periodo mentre la Corte dei Conti ha parlato di danni “poco quantificati” che deriveranno dal peggioramento delle condizioni di salute delle parti più fragili della popolazione per l’impossibilità di mantenere e rispettare gli screening e i tempi per le cure. Solo a titolo di esempio: secondo la Società Italiana di Cardiologia Interventistica, che ha condotto dei monitoraggi su campioni vasti di centri di emodinamica, nei mesi più duri del 2020 si è osservata una riduzione dal 70% fino ad oltre il 90% delle attività, a seconda della tipologia di interventi. Ma gli impatti più pesanti sono sui pazienti cronici: secondo il report presentato il 23 novembre da Salutequità, a causa della pandemia si sono ridotte infatti di un terzo le visite di controllo e le prime visite per impostare un piano terapeutico e si sono riscontrate riduzioni di prescrizioni per i farmaci per l’osteoporosi (-8,8%), per il diabete (-2,6%) e per gli antipertensivi (-22,3%). Per ovviare a ciò il governo ha predisposto un “Piano per il riassorbimento delle liste d’attesa”. Che si basa sulla proroga fino al 31 dicembre 2022 delle assunzioni straordinarie in deroga ai vincoli ordinari, la deroga al regime tariffario delle prestazioni aggiuntive, e “l’aumento degli acquisti di prestazioni ospedaliere e di specialistica ambulatoriale dal privato”.

Così le Regioni sono autorizzate a spendere 150 milioni di euro in deroga ai tetti stabiliti per legge per “l’acquisto di prestazioni sanitarie da privati da parte del Ssn” con le strutture che rendicontano entro il 31 gennaio 2023 le attività effettuate nell’ambito dell’incremento di budget assegnato. Mentre invece per la stabilizzazione del personale e “rafforzare strutturalmente i servizi sanitari regionali” oltre che valorizzare la “professionalità acquisita dal personale che ha prestato servizio anche durante l’emergenza”, è una babele burocratica: il governo ha previsto che “verificata l’impossibilità di utilizzare personale già in servizio, nonché di ricorrere agli idonei collocati in graduatorie concorsuali” sarà necessario “avvalersi, anche nell’anno 2022, di incarichi di lavoro autonomo (ivi compresi incarichi di collaborazione coordinata e continuativa) a medici specializzandi (iscritti all’ultimo o al penultimo anno di corso delle scuole di specializzazione)”. Ci sarà una finestra per le assunzioni a tempo indeterminato. Fra l’1 luglio 2022 e il 31 dicembre 2023 si potranno assumere gli operatori socio sanitari oggi a tempo determinato che abbiano maturato, a quella data, almeno 18 mesi di servizio, anche non continuativi, alle dipendenze di un ente del servizio sanitario nazionale. Di cui almeno 6 mesi nel periodo emergenziale (31 gennaio 2020-30 giugno 2022).

L'articolo Sanità, i tecnici del Senato smontano la manovra: “2 miliardi per vaccini e farmaci Covid, nessun dato sui costi”. E le mascherine tra gli investimenti proviene da Il Fatto Quotidiano.



from Il Fatto Quotidiano https://ift.tt/3pejNgU
via IFTTT https://ift.tt/eA8V8J