aprile 2021

Ehi c’è un Nomadland o un Minari gratis per te. È il “biglietto sospeso” per chi non riesce ad andare al cinema. Capita anche questo nei giorni in cui le sale cinematografiche riaprono con la fatica di pochi titoli in listino e la diffidenza generale di poter rimettersi a sedere a distanza di sicurezza ma in un luogo chiuso. Così per il 1 maggio, in occasione della Festa dei Lavoratori, è il cinema Anteo di Milano a farsi da generoso apripista di un’iniziativa che potrà essere copiata in ogni cinema d’Italia. In pratica, un po’ come per il caffè sospeso di partenopea memoria, chiunque lo desideri potrà offrire un biglietto del cinema, al prezzo ridotto di 4,50 euro, a una persona sconosciuta.

L’iniziativa è in vigore in tutte le sale Anteo, che ha un vero e proprio palazzo del Cinema e molte sale, a partire da sabato 1 maggio per le sale di Milano (Anteo Palazzo del Cinema, CityLife Anteo) e da mercoledì 5 maggio per le sale di Cremona (spazioCinemaCremonaPo), Monza (Capitol Anteo spazioCinema) e Treviglio (Treviglio Anteo spazioCinema). Il biglietto sospeso quindi è dedicato a chi ne ha materialmente bisogno. Un anelito di speranza sia per garantire due ore di relax a chi ha avuto tempi migliori, ma anche tentativo di riappropriarsi di un senso di interazione sociale che prima o poi dovremo ricominciare a vivere. Insomma, magari fosse un film di Ken Loach: questa è cronaca dell’anno 2021 dell’era Covid.

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Il Capo dello Stato riapra le strutture che ospitano anziani non autosufficienti. L’appello-provocazione al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, è del Comitato Open Rsa Now: “Vada in una Rsa, con le dovute precauzione, e faccia in modo che le strutture siano aperte”, ha detto il presidente di Orsan, Dario Francolino. “Abbiamo bisogno di un simbolo, lui può farlo. Se Mattarella dà l’esempio, siamo sicuri che, a effetto domino, si apriranno le Rsa e noi potremo finalmente riabbracciare i nostri cari”, dice nelle stesse ore in cui Amnesty International mette il dito nella piaga della violazione del diritto alla salute minato dai prolungati isolamenti.

Francolino nella giornata di venerdì si era rivolto a “Pontefice, alla presidente della Commissione europea, al Parlamento italiano, al Presidente della Repubblica, al presidente del Consiglio, al presidente della Conferenza Stato-Regioni, al capo della Protezione civile, al Commissario straordinario per l’emergenza Covid e al Coordinatore del Cts“. La richiesta è da giorni la medesima: un’ordinanza urgente del ministero della Salute “che imponga, in tutta Italia, la riapertura alle visite in presenza dei familiari degli oltre 350mila ospiti ricoverati nelle Rsa e Rsd, senza più pareti divisorie, stanze degli abbracci e videochiamate“.

Dal canto suo il dicastero di Roberto Speranza ha fatto sapere per tramite dell’ex sottosegretaria Sandra Zampa che, se necessario, sarà fatta una “norma di rango superiore” perché al momento ciò che regola le Rsa con aperture e chiusure sono solo due circolari. “Gli anziani hanno pieno titolo di vedere, in sicurezza, i propri cari. Quindi se quanto già fatto non è stato sufficiente, faremo un norma di rango superiore e stiamo lavorando a individuare lo strumento più cogente e che non lasci alibi a nessuno”, ha dichiarato Zampa. Il riferimento è alle strutture che secondo fonti del ministero si nasconderebbero dietro al Covid per coprire le proprie mancanze in termini di servizi e igiene e la presenza di personale non vaccinato. Ma anche alle Regioni che non hanno fatto rispettare le circolari ministeriali di fine 2020. La norma di cui ha parlato la consulente di Speranza dovrebbe essere inserita nel primo provvedimento legislativo in via di emanazione, garantiscono ancora dal ministero.

Nelle stesse ore Francolino chiedeva “un provvedimento uniforme su tutto il territorio nazionale che ponga fine alla discrezionalità delle singole Regioni e delle direzioni sanitarie sul tema”, un’ordinanza entro la serata di venerdì, “altrimenti vorrà dire che il tema degli ospiti delle Rsa – al 98% vaccinati – non interessa a nessuno”. Le alternative agli incontri di persona “non reggono più”. Manca la privacy, la “possibilità di parlare liberamente, senza paura di ritorsioni”. Sono in tanti, fa sapere Francolino, “a non volersi esporre proprio per questi timori”.

“Io ho piena fiducia nella struttura e in tutti gli operatori della Rsa dove si trova mia madre – sottolinea – ma tanti altri no, e non ci mettono la faccia”. Nemmeno funziona la “stanza degli abbracci“, perché non è una “reale possibilità di abbracciare il proprio genitore”. Da quanto il comitato è nato, il 16 aprile scorso, le adesioni sono arrivate a 700. “Oltre il 90% delle strutture – sottolinea il presidente Orsan – sono ormai Covid free e oggi non è così difficile minimizzare al massimo il rischio. Temo manchi la volontà politica di occuparsi delle storie delle persone fragili e dei loro familiari”.

I tempi della politica non certo sono quelli degli anziani, alcuni dei quali hanno letteralmente i giorni contati. Vero è, tuttavia, che qualcosa negli ultimi giorni ha iniziato a muoversi. Come anticipato da questo giornale martedì 27 aprile, il vicepresidente della Lombardia, Letizia Moratti, questa settimana ha portato una proposta di apertura delle Rsa alla Conferenza Stato-Regioni che è stata accolta. “Abbiamo una riunione come assessori della Salute martedì, all’ordine del giorno noi come Regione Lombardia abbiamo una piattaforma che potrebbe essere una piattaforma da prendere in considerazione, sicuramente abbiamo bisogno di indicazioni nazionali“.

In particolare quello che si chiede al livello centrale è l’abrogazione della norma recepita anche dall’ultimo decreto sulle riaperture, che attribuisce alla discrezionalità dei direttori sanitari delle strutture il permesso di ingresso di parenti e visitatori. Per il quale è invece giunto il momento di definire in sintonia con le Regioni e il Cts dei parametri oggettivi, così come viene fatto con ristoranti, palestre e cinema, indicando per esempio livelli di libertà maggiore o minore in termini di distanza, tempo e dispositivi, a fronte di tamponatura e/o completamento del ciclo vaccinale del visitatore che incontra un anziano vaccinato in una comunità di anziani vaccinati accuditi da personale che per legge deve essere vaccinato al 100 per cento. Sicuramente qualcosa si sta muovendo, ma la strada da fare è ancora molta, anche se per una volta tutti i policy maker sembrano d’accordo, almeno a parole, sulla necessità di prendere una decisione comune e sulle sue finalità.

Del resto è ormai chiaro a tutti quello che anche il Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale va sottolineando da oltre un mese, esprimendo preoccupazione sull’eventualità che il divieto all’accesso così come quello all’uscita, generalizzati e preordinati, possano avere effetti pregiudizievoli sulla tutela dei diritti delle persone anziane residenti, come ricordava venerdì sera Amnesty International. Non a caso a marzo il Garante ha inviato una lettera ai Presidenti delle Regioni, per sollecitare un controllo o una revisione sulla corretta applicazione delle nuove regole che definiscono le modalità di contatto tra gli ospiti delle strutture delle residenze per persone anziane o con disabilità e i loro cari, sottolineando che “il protrarsi del confinamento dei residenti nelle case di riposo – pur in presenza di spazi attrezzabili per la prevenzione del contagio, o di una possibile organizzazione dei tempi e delle modalità delle visite, doverosa in tutte le fasi della pandemia – può determinare la configurazione di una situazione di privazione de facto della libertà delle persone stesse”.

Non solo. Secondo Amnesty, che cita esempi positivi in tutta Europa, laddove le limitazioni imposte “hanno causato un deterioramento delle capacità cognitive e della salute mentale dei residenti, queste costituiscono anche una violazione del diritto alla salute. L’incapacità del governo di garantire che i residenti delle strutture siano protetti dall’ingerenza arbitraria su questi diritti viola i propri obblighi ai sensi della Cedu e di altri trattati internazionali per i diritti umani ratificati dall’Italia”.

Per l’organizzazione internazionale per i diritti umani è quindi “imperativo e urgente che il Ministero della Salute garantisca che vengano messi tempestivamente in atto i meccanismi che permettano l’effettiva implementazione della circolare del 30 novembre 2020, prevedendo linee guida per le visite nelle strutture che mettano al centro l’interesse degli ospiti anziani, tenendo conto delle diverse fonti di esposizione al rischio e delle possibili misure di mitigazione del rischio – quali ad esempio tamponi più frequenti per gli operatori sanitari, residenti e visitatori, protocolli di accesso a Dpi adeguati a ridurre i rischi di infezione e prioritizzazione delle vaccinazioni per i caregivers degli anziani residenti”.

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Da operai a soci. È il percorso dei 63 lavoratori dell’ex fonderia “Ferroli” nel veronese. Un’azienda che nel 2016 era destinata a chiudere a causa della crisi. “Non avevamo scelta – ricorda Roberto uno degli ex dipendenti – o rimanevamo a casa o ci dovevamo inventare qualcosa di nuovo”. E così, insieme ai sindacati, matura l’idea di fondare una cooperativa e provare a rilevare l’azienda destinata al fallimento. Il 22 luglio 2017 nasce la nuova Cooperativa Fonderia Dante. Quando la sirena torna a suonare in tanti non riescono a trattenere le lacrime per la commozione. Non è stata una scommessa a costo zero per i lavoratori. Hanno investito l’anticipo della propria indennità di disoccupazione per creare la base del capitale sociale. Novecentomila euro che però non bastavano. “Eravamo convinti di poter suscitare un’interesse nelle banche tradizionali ma non è successo – spiega l’amministratore delegato della Cooperativa Fonderia Dante Erasmo D’Onofrio – così ci siamo rivolti al sistema finanziario e creditizio cooperativo”. Legacoop, Coopfond, Cfi, Banca Etica. Sono solo alcune delle realtà e degli strumenti che hanno permesso la rinascita della fonderia.

Oggi, a quattro anni di distanza dalla sua nascita, la scommessa dei 63 soci fondatori è stata vinta. Ora lo stabilimento ha una capacità produttiva di 17mila kg di ghisa all’ora, pari a circa 80mila caldaie e un milione di dischi freno l’anno. Il fatturato è in crescita e il numero dei dipendenti è salito a 105. “Il valore aggiunto del passaggio da dipendente a socio è che sentiamo quest’azienda come nostra – spiega Fabio uno dei più giovani tra i soci fondatori – quando hai un padrone che ti comanda devi soltanto dargli retta, mentre qui c’è una coesione perché tutti ci sentiamo parte della nostra azienda”. Un’esperienza che dimostra che “un altro modello di lavoro è possibile” come racconta il presidente della cooperativa Gianluca Pretto e che “può essere d’esempio anche per altre aziende in crisi del territorio”. Negli ultimi anni, soltanto in Veneto, sono nate altre otto cooperative di “workers buyout”. “Con i Wbo, ancora una volta, è dimostrata la funzione anticrisi svolta dal sistema cooperativo a beneficio del territorio, in termini sia occupazionali che economici e produttivi – spiega in una nota Legacoop Veneto, tra i soggetti più attivi nel sostegno a questo tipo di realtà – in Veneto quello del ‘workers buyout’ sta accreditando come vero strumento di politica industriale”.

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L’operaio che tra pochi giorni, a 60 anni, verrà licenziato perché l’azienda ha delocalizzato in Romania. Dopo averlo mandato a insegnare ai colleghi di Slatina come fare il suo lavoro. La commessa a cui la multinazionale delle profumerie ha annunciato che in Italia chiuderà i battenti. L’assistente di volo che vive sulla sua pelle il disastro Alitalia: la compagnia non ha i soldi per anticipare la cassa integrazione, così l’ultimo stipendio è stato di 90 euro. Il ristoratore che non riuscirà a riaprire e l’ambulante che al suo banco al mercato ha già rinunciato. Per loro questo Primo maggio, il secondo dall’inizio della pandemia, è un altro giorno di attesa e incertezza. Sono i lavoratori in bilico: alcuni sono in cig da più di tre mesi e l’Istat già li conta tra gli oltre 900mila disoccupati lasciati in eredità dal Covid, altri rischiano di diventarlo a breve visto che il blocco dei licenziamenti non può nulla davanti a fallimenti o cessazioni definitive dell’attività.

Le sette storie raccolte da ilfattoquotidiano.it sono la punta di un iceberg: nella stessa situazione si trovano i lavoratori coinvolti nei circa 100 tavoli di crisi aperti da mesi ma più spesso da anni al ministero dello Sviluppo – tra loro i 400 della Whirlpool di Napoli, i 700 della ex Blutec di Termini Imerese, i 480 della Jabil di Marcianise – e quelli di aziende già in liquidazione come Air Italy o sull’orlo del fallimento come Cin. Insieme a loro tutti i dipendenti e gli autonomi che, dopo la seconda ondata di restrizioni anti contagio, rischiano di non farcela ad agganciare la ripresa.

“Io, licenziato tra tre giorni a 60 anni. L’azienda si è spostata in Romania: qui siamo ricattati, lì sfruttati”
Marcello Gostinelli è entrato nello stabilimento Pirelli di Figline Valdarno il 10 dicembre 1984, a 22 anni. È in cassa integrazione dal 2018 e da allora di lettere di licenziamento ne ha già ricevute tre. Il 4 maggio 2021, salvo sorprese, arriverà quella definitiva. Quasi 60 anni, una figlia da mandare all’università, lo aspettano “due anni di disoccupazione a 750 euro al mese”. Negli anni migliori a produrre la cordicella metallica per tenere insieme gli pneumatici erano in più di mille persone. Ne restavano poco più di 300 nel 2018, quando la multinazionale olandese Bekaert, che cinque anni prima aveva comprato la fabbrica e tutto il ramo d’azienda, ha comunicato l’intenzione di delocalizzare in Romania. “Fin da metà anni Novanta la Pirelli ci aveva mandati nei suoi stabilimenti in Est Europa a insegnare agli operai come fare i nostri prodotti”, racconta Gostinelli. “Ora la Bekaert ha trasferito la produzione là. Del resto io con i premi guadagnavo 1.700 euro al mese, contro i meno di 500 di un collega rumeno. Aggiungi che lì non c’è sindacato né vincoli sulla sicurezza… Se l’Europa non pensa a unificare i diritti, oltre alla moneta, qui saremo sempre ricattati e là sempre sfruttati“. In questi anni di cassa – e riavvio della procedura di licenziamento ogni volta che scadeva – 200 lavoratori sono arrivati all’età della pensione o hanno trovato un altro posto, lui e altri 119 no. “Nel 2019 abbiamo fondato una cooperativa per rilevare l’azienda, ma non ci hanno preso in considerazione. Poi ho provato a entrare alla Laika di San Casciano in Val di Pesa, alla catena di montaggio dei camper, ma non ero abbastanza veloce: alla fine del periodo di prova non mi hanno confermato”. A febbraio Regione, Cisl e Uil (contraria solo la Fiom Cgil) hanno sottoscritto un accordo in base al quale alla scadenza degli ammortizzatori, il 4 maggio appunto, Bekaert avrebbe licenziato. “Per noi è la fine. Abbiamo tutti più di 50 anni, io quasi 60. Abbiamo acciacchi. Non troveremo altro”. Il 30 aprile il tavolo al Mise è stato aggiornato proprio al 4 per un supplemento di riflessione.

“In cig a rotazione dal 2010, ora siamo al capolinea. A 48 anni trovo solo contratti di pochi mesi”
“A partire dal 2010 ci siamo decurtati lo stipendio, abbiamo rinunciato ai benefit, siamo andati in cig a rotazione: significa prendere intorno ai 1000 euro al mese solo se sei fortunato e hai gli assegni famigliari. Ma Whirlpool ha continuato a potenziare gli stabilimenti in Slovacchia e depotenziare quelli in Italia. Poi nel 2018 ha venduto a Embraco a Nidec e il nostro stabilimento, che era una punta di diamante, è rimasto fuori: hanno deciso di chiuderci”. Daniele Barbuto ha lavorato per metà dei suoi 48 anni nel reparto motori elettrici per frigoriferi della fabbrica di Riva di Chieri. Per lui il licenziamento arriverà il 22 luglio, dopo anni di speranze deluse. Ventures, scelta nel 2018 per farsi carico della reindustrializzazione salvo finire fallita e con i vertici accusati di aver svuotato le casse per spese personali invece di investire, “doveva produrre robot per pulire i pannelli fotovoltaici ma dopo aver smantellato tutte le linee ci ha fatto solo riverniciare i muri, di un colore diverso ogni due settimane. Il Mise ci rassicurava, dicendo che erano solo in ritardo sulla tabella di marcia”. Ora la curatela ha fatto sapere che la cig non può essere prorogata. C’è un altro progetto di rilancio in ballo, c’è la promessa del ministero del Lavoro di trovare una soluzione per gli ammortizzatori. “Ma di promesse ne abbiamo sentite tante. Difficile ora credere che possano arrivare buone notizie”. Barbuto ha tre figli, la moglie nel 2016 ha perso a sua volta il lavoro e lavora a chiamata come tuttofare nelle mense ospedaliere. “Il futuro? E’ dallo scorso autunno che cerco alternative, perché con la cig una famiglia non ci vive, ma attraverso i canali ufficiali non ho trovato nulla. Non volevo farlo, ma ho dovuto iniziare a dare il cv a conoscenti che lavorano in altre aziende chiedendo di parlar bene di me. Così qualcosa è uscito: contrattini di pochi mesi, a volte di soli 15 giorni. Del resto nel posto fisso non ci spero più”.

“La Fca di Melfi ci ha dimezzato le commesse: già licenziati 15 tra interinali e somministrati”
“L’unica certezza che abbiamo è l’incertezza”, scherza con un retrogusto di amarezza Leo Quarticelli, uno dei 183 dipendenti di Iscot, gruppo di servizi per l’industria che dal 1992 ha in appalto la pulizia degli impianti Fca di Melfi. La fusione tra Fca e Psa che ha dato vita a Stellantis per ora ha portato soprattutto guai all’indotto italiano. La dirigenza francese è infatti intenzionata ad abbassare il costo degli stabilimenti innanzitutto tagliando i servizi esterni. “Dall’oggi al domani le nostre commesse si sono dimezzate“, racconta Leo, “l’azienda ha parato il colpo licenziando una quindicina tra interinali e staff leasing ma la preoccupazione rimane. Facciamo molta cassa integrazione, il timore è che alla fine del blocco dei licenziamenti qualche ritocco all’organico potrebbe esserci”. Dipenderà anche dal rinnovo dell’appalto a Melfi, scaduto, e per cui è in corso una nuova gara. Iscot se lo aggiudica dal 1992, c’è una ragionevole fiducia che però non è certezza. Tra le aziende che ruotano intorno allo stabilimento di Melfi preoccupano anche “voci insistenti e sinora mai smentite” riguardo la possibilità che venga tolta una linea produttiva. “Se la Jeep Renegade che oggi si fabbrica qui dovesse essere portata altrove, ci sarebbero almeno 1.500 esuberi all’interno dello stesso stabilimento con ovvie ricadute anche sull’indotto”, spiega Leo. “Vorrei che il governo fosse più presente e più vigile su quello che sta accadendo qui. In fondo lo Stato ha garantito un prestito per Fca da 6,3 miliardi di euro anche per favorire il mantenimento dei livelli occupazionali in tutta la filiera. Ha il diritto e il dovere di chiedere che i patti vengano rispettati”.

L’assistente di volo Alitalia: “L’ultimo stipendio? 90 euro. L’azienda non ha i soldi per anticipare la cig”
Novanta euro. E’ l’ultimo stipendio ricevuto da Tiziana, assistente di volo di Alitalia da 22 anni. L’azienda non ha più soldi per anticipare la cassa integrazione, che arriverà quindi con i tempi dell’Inps. “Mi sono confrontata con una collega di Air France. Anche loro volano molto poco a causa della pandemia, più o meno come noi direi, ma il suo ultimo stipendio è stato di 3.400 euro”. C’è sconforto, racconta Tiziana, “ma c’è anche molto orgoglio, molta dignità e senso di appartenenza per un lavoro totalizzante a cui molti di noi hanno sacrificato tanto anche della loro vita privata. Il nostro è considerato servizio pubblico. Abbiamo lavorato sempre, anche nei primi mesi della pandemia quando dispositivi e misure di sicurezza non c’erano. Tanti italiani all’estero li abbiamo riportati a casa noi”. Il 5 maggio i lavoratori di Alitalia saranno di nuovo in piazza. Non per protestare ma per celebrare il 74esimo compleanno della compagnia. “Sarà la giornata dell‘orgoglio Alitalia“, spiega Tiziana, “in cui vogliamo dire al paese che, se ben gestita, la compagnia avrà un ruolo fondamentale per il rilancio”. Tiziana è convinta che Bruxelles stia perseguendo da anni un obiettivo di ridimensionamento a favore della concorrenza. “Oggi Alitalia offre lo stesso servizio di altre compagnia di bandiera in termini di qualità, puntualità e sicurezza ma con un costo del lavoro del 30% più basso. Sotto certi aspetti siamo molto competitivi. Ma far nascere una compagnia con soli 45 aerei è una follia, ne servono almeno 150 e questo sarebbe il momento ideale per investire con gli aeromobili a sconto. L’impressione è che manchi la volontà politica di farlo”. Dopo aver tenuto un ruolo piuttosto defilato sembra che Mario Draghi abbia preso in mano il dossier. Tiziana chiede una cosa: “Non scenda a patti con Bruxelles, non a queste condizioni. Gli strumenti giuridici per percorrere strade alternative ci sono”.

La commessa: “Douglas chiude le profumerie. Trovare un’alternativa è difficile”
“Non vedo la luce in fondo al tunnel, è terribile non sapere cosa ti aspetta per il futuro”. Simona, 46 anni, da 12 lavora nella profumeria della catena Douglas di Piazza Vittorio Emanuele, a Roma. Uno dei 128 negozi che la multinazionale tedesca intende chiudere in Italia nei prossimi mesi: “L’azienda ci ha comunicato questa decisione all’improvviso”, racconta Simona. “Quando ho saputo che il mio punto vendita era uno di quelli coinvolti sono andata nel panico. Faccio questo mestiere da 25 anni e in passato ho sempre trovato lavoro, ma ora è difficilissimo: se non torno in profumeria cosa mi invento? La paura è tanta, ci sono ancora alcuni mesi per sperare, ma viviamo in bilico”. La pandemia ha allargato il problema della disparità di genere e anche nel caso delle profumerie Douglas a pagare sono soprattutto le donne, nettamente in maggioranza tra i dipendenti. “Siamo sempre noi a dover organizzare la nostra vita tra casa e lavoro e chi assume non vede con favore le richieste per conciliare questi due aspetti. Per noi trovare un nuovo lavoro sarà ancora più difficile”.

Il ristoratore: “Lavoravamo con le cerimonie. Ora non riesco a pagare l’affitto: difficile riaprire”
Vito Cerone è sul punto di chiudere il suo ristorante a Valtriano di Fauglia, in provincia di Pisa. Ha preso in gestione questo antico casolare di campagna dieci anni fa e l’ha trasformato in un ristorante molto apprezzato in zona. Un locale che andava forte tra famiglie e gruppi numerosi e lavorava con le cerimonie. “In estate c’era stata una minima ripresa e stavo iniziando a mettermi in pari con i pagamenti arretrati, poi con il secondo lockdown è arrivata la mazzata definitiva”. In questi mesi ha perso più del 70% del fatturato. “Gli ultimi ristori sono arrivati cinque mesi dopo le chiusure. Ma se non lavori non incassi e ora io non riesco a pagare nemmeno l’affitto. Le possibilità di tenere in vita il ristorante oggi sono minime”. Il giorno prima delle riaperture ha scritto un post su Facebook spiegando che Il Poggio D’Oro sarebbe rimasto chiuso, probabilmente per sempre: “Tantissimi mi hanno chiamato, mi sono commosso. I clienti però non sanno cosa sto passando. È una decisione terribile ma inevitabile: non si può vivere così”.

L’ambulante: “Mercati già in crisi prima del Covid. Ho provato a resistere ma ho dovuto fermarmi”
“I mercati erano già in crisi prima della pandemia, troppo forte la concorrenza dei grandi delle vendite online. Il Covid è stato il colpo finale”. Nicola Abruzzese è figlio di ambulanti: ha ereditato l’attività dalla madre e girato i mercati pugliesi con il suo banco di abbigliamento per 25 anni. L’ultimo è stato proprio il 2021. “Io compro i vestiti una stagione prima e devo anticipare i soldi ai fornitori”, racconta. “L’anno scorso mi sono ritrovato con tantissima merce da vendere e i mercati chiusi per mesi. Ho provato a resistere sperando negli aiuti, ma è arrivato troppo poco. Mi sono fermato prima di indebitarmi, non avevo alternative”. Nicola ora è riuscito a trovare un’altra occupazione, ma chiudere il banco non è stato semplice: “Avevo clienti affezionati che mi chiamano ancora. Per mollare il lavoro di una vita ci vuole coraggio, ma ormai ho chiara una cosa: non aprirò mai più una partita iva. Per 25 anni ho mantenuto tre persone e non mi è stato riconosciuto niente. Senza un intervento del governo in questo settore chiuderanno in tanti”.

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Molte persone ormai sono passate all’utilizzo di un password manager, software che consente di memorizzare e generare password da impiegare sui vari siti visitati in modo da migliorare sia la sicurezza (fornendo la possibilità di utilizzare password lunghe e difficili da decifrare) che la comodità, dato che consente di accedere tramite un’unica password (che ovviamente sarà l’unica da ricordare davvero e custodire gelosamente), sgravando l’utente dell’incombenza di imparare a memoria molteplici password. Nel corso del tempo, inoltre, alcuni software hanno iniziato ad offrire ulteriori servizi, come VPN o salvataggio di appunti, diventando prodotti davvero completi per la sicurezza deli utenti.

Tuttavia, questo sistema pone particolare accento sulla sicurezza dei software stessi, dato che un eventuale attacco hacker ai loro danni potrebbe esporre dati sensibili del utenti. È questo quello che è successo a Passwordstate, programma realizzato da Click Studio, che, tramite un’e-mail inviata ai suoi clienti, ha avvertito che un gruppo di malintenzionati ha compromesso il meccanismo di aggiornamento del programma per installare il file “moserware.secretsplitter.dll” nei computer di 29.000 utenti, il quale, tramite una serie di operazioni, estraeva informazioni come il sistema utilizzato ed alcuni dati memorizzati in Passwordstate per poi inviarli ad un server.

La situazione è particolarmente grave in quanto Passwordstate viene usato da oltre 370.000 professionisti di sicurezza e IT di tutto il mondo, con una base che conta più di 29.000 clienti che spazia da compagnie di gigantesche dimensioni al piccolo negozio di elettronica. Click Studio ha raccomandato ai suoi clienti di resettare immediatamente tutte le password memorizzate nel proprio account e, se possibile, attivare l’autenticazione a due fattori per scongiurare qualsiasi rischio.

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Il primo maggio si celebra la Festa dei lavoratori, un evento che ricorda le battaglie operaie combattute a metà del 1800 per la conquista di diritti e sicurezza sul luogo di lavoro. In particolare, in questa data si festeggia l'orario di lavoro quotidiano fissato in otto ore: una richiesta oggi normale ma del tutto rivoluzionaria nel 1855 in Australia, quando si propagò il movimento che lanciò lo slogan "8 ore di lavoro, 8 di svago, 8 per dormire".

Le origini della festa e la rivolta di Haymarket

Nonostante vari movimenti a favore di condizioni e orari di lavoro più umani fossero presenti da diversi anni in numerosi Paesi, la vera origine della Festa dei lavoratori risale esattamente a una manifestazione che si tenne negli Stati Uniti, in particolare a New York, il 5 settembre del 1882. A organizzarla fu l’Ordine dei Cavalieri del Lavoro (Knights of Labor), un’associazione che era nata 13 anni prima. A partire dal 1884, lo stesso Ordine propose e approvò una risoluzione per rendere annuale la cadenza della festa, ma l’episodio chiave che diede vita al primo maggio fu quello avvenuto a Chicago nel 1886. Quell’anno, nei primi giorni del mese, avvenne la cosiddetta rivolta di Haymarket. In particolare, il 3 maggio, alcuni lavoratori in sciopero di Chicago si diedero appuntamento ai cancelli della fabbrica di macchine agricole McCormick. Le forze dell’ordine, accorse per disperdere i manifestanti, spararono sugli operai provocando due morti e diversi feriti. Per protestare contro la polizia, gli anarchici locali convocarono una manifestazione nei pressi dell'Haymarket Square per il giorno successivo, il 4 maggio. In questo contesto, fu lanciata una bomba che uccise sei poliziotti e ne ferì oltre cinquanta. La polizia a quel punto reagì sparando nuovamente sulla folla. Nell’agosto del 1887 una sentenza del tribunale condannò a morte diverse persone tra anarchici e manifestanti che furono impiccati l’11 novembre dello stesso anno.

La festa in Europa e in Italia

Per quanto riguarda la festività del primo maggio in Europa, questa venne ufficializzata nel 1889 a Parigi dai delegati socialisti della Seconda Internazionale, in ricordo dei fatti avvenuti a Chicago qualche anno prima, mentre in Italia venne istituita ufficialmente nel 1891. I festeggiamenti in questa data vennero interrotti a partire dal 1924, durante il ventennio fascista, per essere anticipati al 21 aprile, quando diventò il "Natale di Roma - Festa del lavoro" (il Natale di Roma è una festività laica legata alla fondazione della città). L’anno precedente, nel 1923, era stato fissato in otto ore l’orario di lavoro quotidiano con il Regio decreto legge n. 692. Al termine della Seconda guerra mondiale, però, fu riportata la Festa del lavoro in data 1 maggio.

Il concerto di Roma e la strage di Portella della Ginestra

Attualmente, in Italia, la festa del primo maggio è associata all’ormai tradizionale concerto organizzato dai principali sindacati (Cgil, Cisl e Uil) a Roma, in piazza San Giovanni in Laterano (FOTO). Sempre legata a questa data c’è la cosiddetta strage di Portella della Ginestra, avvenuta nel 1947 in provincia di Palermo. Quel giorno circa duemila lavoratori, molti dei quali agricoltori, provenienti da Piana degli Albanesi, San Giuseppe Jato e San Cipirello, si riunirono per manifestare contro il latifondismo a favore dell'occupazione delle terre incolte. Durante il corteo, però, il bandito Salvatore Giuliano e i suoi uomini compirono un vero e proprio eccidio sparando sulla folla. I morti furono 14: 11 sul posto, tre in seguito alle ferite riportate, circa 30 i feriti. Una strage il cui movente non è mai stato definitivamente chiarito.

Dove si festeggia il primo maggio

Il primo maggio è una festa celebrata praticamente in tutto il mondo: sono sette i Paesi in Africa, 17 quelli in America, 25 quelli in Asia, 32 quelli in Europa più due in Oceania che hanno ufficializzato questo giorno. Tra questi Stati, però, ne manca qualcuno piuttosto importante: in Gran Bretagna, per esempio, il May Day è il primo lunedì del mese di maggio ma non è una festa ufficiale e si richiama anche ad antiche tradizioni della festa di inizio della primavera. Negli Stati Uniti e in Canada, invece, la giornata del lavoro ufficiale non è quella del primo maggio ma si festeggia il primo lunedì di settembre ed è chiamato Labor Day, diverso dall’International Workers' Day, che negli Usa è stato riconosciuto ma mai ufficializzato come giorno dei lavoratori. Questo giorno è stato invece proclamato ufficialmente nel 1958 come il Loyalty day, ovvero "giorno della lealtà", inteso come giorno della “lealtà agli Stati Uniti e riconoscimento della libertà americana”.



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Il ministro della Salute Roberto Speranza firma le nuove ordinanze che entreranno in vigore dal 3 maggio. Il presidente dell'Istituto Superiore di Sanità Silvio Brusaferro: “La curva scende ma lentamente”. Per l’Iss la variante inglese è ormai prevalente nel nostro Paese. Nell'ultima indagine è stata evidenziata nel 92% dei casi. La brasiliana è al 4,5%



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Decine di migliaia di persone che saltano e cantano dagli spalti, intorno alla piazza allestita per il raduno ebraico di Lag ba-Omer. Sono le immagini che arrivano dal Monte Meron, in Israele, poco prima del disastro che è costato la vita a 44 persone.

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Segnali di ripresa, ma il prodotto interno lordo del primo trimestre resta ancora in negativo a causa della terza ondata e rispetto al febbraio 2020 sono 900mila i posti di lavoro persi. L’ultima fotografia del mercato del lavoro in Italia scattata dall’Istat segnala un’economia che non avanzata e una flebile avanzata dell’occupazione, già registrata a febbraio. Il pil nel primo trimestre 2021 fa segnare –1,4% sull’anno e -0,4% nel confronto sul trimestre precedente.

“Si riduce l’intensità del calo tendenziale del pil che passa dal 6,6% del trimestre precedente all’1,4%”, è il commento dell’Istat alla stima preliminare del periodo. La nuova contrazione, “di entità più contenuta” rispetto a quella registrata nel quarto trimestre del 2020, “risente, in particolare per il settore terziario, degli effetti economici delle misure adottate a contrasto dell’emergenza sanitaria”.

La variazione congiunturale – spiega Istat – è la sintesi di un aumento del valore aggiunto sia nel comparto dell’agricoltura, silvicoltura e pesca, sia in quello dell’industria, mentre i servizi nel loro complesso hanno registrato una diminuzione. Dal lato della domanda, vi è un contributo positivo della componente nazionale (al lordo delle scorte) e un apporto negativo della componente estera netta. “La stima preliminare – specifica Istat – ha, come di consueto, natura provvisoria”.

Tra gennaio e marzo, segnala l’Istituto nazionale di statistica, si è registrata una perdita di 254mila occupati rispetto al trimestre precedente e il livello dell’occupazione è inferiore dell’1,1%. Sono aumentate sia le persone in cerca di occupazione (+2,4%, pari a +59mila) sia gli inattivi tra i 15 e i 64 anni (+1,0%, pari a +134mila unità). Tuttavia prosegue anche a marzo la lieve crescita dell’occupazione registrata a febbraio. Ciononostante, rispetto a febbraio 2020, ultimo mese prima della pandemia, gli occupati sono quasi 900mila in meno e il tasso di occupazione è più basso di 2 punti percentuali.

Nello stesso periodo, l’occupazione è diminuita per tutti i gruppi di popolazione, ma il calo risulta più marcato tra i dipendenti a termine (-9,4%), gli autonomi (-6,6%) e i lavoratori più giovani ( 6,5% tra gli under 35). Sempre rispetto a febbraio 2020, nonostante il numero di disoccupati risulti stabile, il tasso di disoccupazione aumenta di 0,4 punti e il numero di inattivi è ancora superiore di oltre 650mila unità, con il tasso di inattività più alto di 2 punti.

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La ricerca scientifica avvalora l’idea che la corruzione abbia natura contagiosa. Diversi esperimenti di laboratorio dimostrano che gli individui esposti all’evidenza dell’altrui disonestà tendono quasi istantaneamente a disarmare i propri scrupoli morali, specialmente quando i cattivi esempi provengono dalle “alte sfere” del potere. Questo processo di “corrosione etica” è cumulativo: quelle che inizialmente sono marginali e circoscritte violazioni delle norme sociali di cooperazione, col tempo si stratificano in una dinamica di espansione progressiva. Fino al punto in cui la pratica della corruzione, non trovando barriere nella legge, diventa “legge” essa stessa, non è più rilevata né stigmatizzata, tanto a livello individuale che collettivo.

L’analogia tra i processi diffusivi del malaffare e quelli di un contagio virale dovrebbe far squillare un campanello d’allarme: attenzione alle famigerate varianti. Di certo, una tra le varianti più insidiose nell’ampio spettro di manifestazioni della corruzione all’italiana assume la forma sfuggente dei meccanismi di “porte girevoli” – traduzione nella lingua di Dante di quelle revolving doors che tanto preoccupano i legislatori anglosassoni, e tanto poco appassionano quelli italici. Banalmente, si tratta dei canali di interscambio – bidirezionali, ma più spesso attivi dal pubblico verso il privato – tra ruoli politici e incarichi di gestione aziendale, in grado di determinare una sorta di traslazione nel tempo di situazioni di conflitto di interessi.

Si prenda, a titolo d’esempio, un sottosegretario, un ex-ministro, o peggio ancora un ex-primo ministro, che cessato il mandato politico palesi d’un tratto insospettabili doti manageriali e venga perciò nominato ai vertici di enti privati – imprese, fondazioni, società partecipate – o parastatali coi quali si era precedentemente confrontato in veste politica, oppure si impegni ex-novo in attività professionali, aziendali, d’intermediazione. Nella nuova funzione egli può sfruttare indebitamente informazioni confidenziali o relazioni personali maturate durante il suo mandato politico, magari operando da lobbista sotto mentite spoglie.

Nello scenario peggiore, si potrà persino sospettare – ma sarà pressoché impossibile rilevare tracce – che le decisioni di governo che avevano assicurato sovvenzioni, promosso una regolazione di favore, o assicurato altri tipi di agevolazione agli interlocutori imprenditoriali siano valse soltanto a spianargli la strada verso quelle future attività e incarichi privati, di norma altamente remunerativi. Le prebende ottenute risulterebbero, dunque, assimilabili a una sorta di “tangente differita”, per quanto non configurabili come reato da alcuna fattispecie penale. In altre parole, l’ennesima manifestazione della creatività criminale nell’escogitare “tangenti pulite e fatturate” con tecniche sofisticate, a prova d’indagine giudiziaria.

In assenza di efficaci “anticorpi istituzionali”, le varianti di successo della corruzione, come quella che si fonda sull’utilizzo strumentale di “porte girevoli”, proliferano indisturbate nell’opaca commistione tra affari privati e bene pubblico. Accanto ai costi monetari, esse producono lacerazioni profonde del tessuto democratico, gettando discredito sulle istituzioni e sulla classe politica. Il dossier di recente pubblicazione – Fermiamo le poltrone girevoli – curato da “The good lobby” fissa alcuni punti su un tema colpevolmente trascurato sia dalla classe politica che dall’opinione pubblica. Un disinteresse bipartisan, forse spiegabile scorrendo l’elenco di politici d’alto o altissimo rango che nel corso degli anni attraverso quelle porte sono comodamente transitati per approdare in accoglienti ambienti di lavoro, gratificati da sontuosi stipendi.

Di certo, l’Italia brilla per l’assenza di una regolamentazione efficace in materia. La legge anticorruzione 190 del 2012 ha introdotto vincoli per i soli dipendenti pubblici, soggetti nel triennio successivo al loro incarico al divieto di svolgere attività lavorativa o professionale presso enti privati destinatari delle loro decisioni. La classe politica fuoriesce però dal perimetro di applicazione di quella norma: le scarse e frammentarie disposizioni ad essa applicabili valgono nei confronti di una pattuglia ristretta di soggetti, per un solo anno e in una casistica limitata di situazioni.

Si possono intuire alcune ragioni della vulnerabilità del sistema politico italiano alla “cattiva pratica” delle porte girevoli. Per un verso pesa il radicamento di forme di corruzione sistemica: in molti ambiti di vita politico-amministrativa i “comitati d’affari” dettano legge, simili a “mondi di mezzo” nei quali – a prescindere dalla presenza di attori criminali – soggetti provenienti da sfere diverse incrociano e sigillano le rispettive disponibilità di scambio. Questo limaccioso terreno d’intersezione tra politica, burocrazia, imprese, professioni, genera “zone grigie” e intrecci di relazioni informali, ai confini tra legale e illegale, dove il collante di fiducia – e il potere della reciproca ricattabilità – che salda i destini dei partecipanti alle pratiche di corruzione è così robusto da rendere credibili anche obbligazioni e “crediti” riscuotibili a tempo debito. Lo stesso futuro passaggio da dorate “porte girevoli” diventa merce spendibile in una camera di compensazione tra controprestazioni presenti e future.

Per un altro verso, si conferma la debolezza dei valori interiorizzati e condivisi di etica pubblica, nonché dei meccanismi di controllo e giudizio sociale che dovrebbero tenere salda – e ferma nel corso del tempo – una netta distinzione tra l’esercizio del potere politico e l’influenza delle risorse di mercato. Confini necessari, che nel movimento delle porte girevoli si fanno invece ambigui e instabili.

Vuoti e ambiguità normative sul tema vanno colmate al più presto, alzando nel contempo la soglia di vigilanza collettive. Sappiamo che le varianti virali sono tanto più perniciose quanto più si tarda a rafforzare la risposta immunitaria nella popolazione: lo stesso vale per le “varianti” della corruzione, laddove il presidio da consolidare è tanto istituzionale che morale. Parafrasando il generale prussiano Von Clausewitz, si rischia altrimenti che l’attività politica venga percepita – e praticata – nient’altro che come una prosecuzione degli affari con altri mezzi.

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I canti dell’inferno della Divina Commedia di Dante Alighieri raccontati in due minuti.

Se è vero, come si dice, che un classico è tale perché non smette mai di essere attuale, la Divina Commedia non può non esserlo. Anzi, ne rappresenta forse l’esempio più lampante ed emblematico della storia della letteratura. Amatissima, citatissima, ma spesso purtroppo fraintesa, dopo settecento anni questo capolavoro non smette di incuriosire e appassionare lettori di tutto il mondo. Dante ci fa emozionare per la tragica storia d’amore di Paolo e Francesca e ci spaventa con la mostruosità di Lucifero; ci conduce attraverso le atmosfere cupe e grottesche dell’Inferno, la salita al Purgatorio, fino alla luce e allo splendore del Paradiso; stordisce il lettore moderno con sottigliezze teologiche ma sa infiammarne l’animo con le sue invettive contro l’Italia; ci spiazza con l’enigma drammatico del conte Ugolino e ci eleva con la presenza di Beatrice e Virgilio.

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I canti dell’inferno della Divina Commedia di Dante Alighieri raccontati in due minuti.

Se è vero, come si dice, che un classico è tale perché non smette mai di essere attuale, la Divina Commedia non può non esserlo. Anzi, ne rappresenta forse l’esempio più lampante ed emblematico della storia della letteratura. Amatissima, citatissima, ma spesso purtroppo fraintesa, dopo settecento anni questo capolavoro non smette di incuriosire e appassionare lettori di tutto il mondo. Dante ci fa emozionare per la tragica storia d’amore di Paolo e Francesca e ci spaventa con la mostruosità di Lucifero; ci conduce attraverso le atmosfere cupe e grottesche dell’Inferno, la salita al Purgatorio, fino alla luce e allo splendore del Paradiso; stordisce il lettore moderno con sottigliezze teologiche ma sa infiammarne l’animo con le sue invettive contro l’Italia; ci spiazza con l’enigma drammatico del conte Ugolino e ci eleva con la presenza di Beatrice e Virgilio.

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La struttura montata per la festa degli ebrei ultraortodossi sul Monte Meron, in Israele, sta per crollare. Centinaia di persone sono accalcate lungo una passerella. Alcuni di loro iniziano a spingere e altri cadono per terra. Sono le immagini drammatiche che arrivano dal raduno in Galilea, che è costato la vita a 44 persone.

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Dopo il crollo di una struttura vicino al palco che ospitava la festa religiosa di ebrei ultraortodossi, i soccorritori si sono fatti strada tra la folla nel tentativo di raggiungere i feriti. Nel video, medici e operatori sanitari cercano di rianimare le persone coinvolte nell’incidente sul Monte Meron, in Israele.

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È di 6,6 miliardi la cifra che il governo italiano ha previsto di stanziare per il turismo e la cultura nel quadro del Piano nazionale di ripresa e resilienza appena approvato da entrambi i rami del Parlamento. Il 3,49% del totale di 191,5 miliardi, cui vanno sommati 1,46 miliardi provenienti dal Fondo nazionale complementare per le quali non ci sarà bisogno di rendicontare a Bruxelles. Come accaduto per tutti i precedenti governi di questa legislatura, anche Mario Draghi dimostra di avere più attenzioni per la valorizzazione del patrimonio culturale e il suo utilizzo a fini turistici, piuttosto che preoccuparsi della sua tutela.

Delle 12 voci di spesa del Pnrr dedicate a turismo e cultura, solo un paio puntano alla conservazione del patrimonio (circa 1,3 miliardi), mentre la somma restante (5,38 miliardi) sarà impiegata per la valorizzazione e implementazione dell’appeal delle nostre risorse culturali. Come se il patrimonio che il passato ci ha lasciato in eredità, prima che da tutelare, fosse soprattutto da sfruttare. Per esempio solo 500 milioni di euro (pari allo 0,26% del totale) sono destinati a “interventi sul patrimonio “fisico”” che saranno “accompagnati da un importante sforzo per la digitalizzazione di quanto custodito in musei, archivi, biblioteche e luoghi della cultura, così da consentire a cittadini e operatori di settore di esplorare nuove forme di fruizione del patrimonio culturale e di avere un più semplice ed efficace rapporto con la pubblica amministrazione”. È innegabile che l’Italia sia un immenso archivio/biblioteca e che le generazioni future contano sull’accessibilità a questo genere di sapere che va protetto in ogni modo. Tuttavia fino a questo momento la digitalizzazione del patrimonio (soprattutto cartaceo) ha balbettato, ignorando il fatto che in un tempo non troppo lontano archivi e biblioteche diverranno magazzini chiusi e tutto dovrà essere protetto e disponibile online, in tempo reale, alla portata di un clic. Una rivoluzione digitale che non genera reddito immediatamente, ma aiuta a capire come mettere in relazione tutela e valorizzazione.

Altri 800 milioni di euro del Pnrr saranno destinati alla “Sicurezza sismica nei luoghi di culto, restauro del patrimonio culturale del Fondo Edifici di Culto e siti di ricovero per le opere d’arte (Recovery Art)”, una voce che pare prevedere poco più che degli spiccioli per la vastità del problema che peraltro mostra più aderenze con piani da protezione civile che culturali considerato che, come si legge nel Pnrr “i terremoti che hanno colpito l’Italia negli ultimi 25 anni hanno messo in luce la notevole fragilità degli edifici storici di fronte agli eventi naturali”.

I restanti 5,38 miliardi di euro del Pnrr saranno pressoché totalmente destinati a temi di natura più turistica, capaci di far ripartire l’economia, o per facilitare l’inclusione e la transizione a standard energetici più sostenibili. Per esempio 300 milioni saranno destinati alla “Rimozione delle barriere fisiche e cognitive in musei, biblioteche e archivi per consentire un più ampio accesso e partecipazione alla cultura” e la stessa cifra potrà essere spesa per “Migliorare l’efficienza energetica di cinema, teatri e musei”.

La tutela e la valorizzazione dell’architettura e del paesaggio rurale, così come i programmi per “valorizzare l’identità di luoghi: parchi e giardini storici”, potrà assorbire fino a 900 milioni, mentre la voce più consistente di questo ambito di intervento turistico-culturale è costituito dai “Fondi integrati per la competitività delle imprese turistiche“: sono cinque, tutti destinati ad “affrontare una serie di “nodi irrisolti” del sistema turistico italiano, dalla frammentazione delle imprese turistiche, alla progressiva perdita di competitività in termini di qualità degli standard di offerta, età delle infrastrutture ricettive, capacità di innovare e cura dell’ambiente”, e ottengono 1,8 miliardi. Ai quali si aggiungeranno 1,02 miliardi destinati all’Attrattività dei borghi, col chiaro intento di allentare la pressione sulle cosiddette “città d’arte” – se mai si dovesse ripresentare il problema -, le quali da oltre un anno soffrono l’assenza dei turisti. Resta da vedere se una più razionale distribuzione dei viaggiatori sul territorio nazionale è obiettivo raggiungibile con interventi mirati sulle imprese turistiche e i borghi antichi invece che con un diverso rapporto coi tour operator, abili nell’architettare senza alcuno scrupolo vacanze mordi-e-fuggi tagliate per ogni tasca?

Il restante miliardo sarà speso per lo Sviluppo dell’industria cinematografica (Progetto Cinecittà) a cui vanno 300 milioni, la Capacity building per gli operatori della cultura per gestire la transizione digitale e verde (160 milioni), l’Hub del turismo digitale (100 milioni) e Caput Mundi-Next Generation EU per grandi eventi turistici, ovvero 500 milioni da spendere solo per Roma.

Infine nell’ambito di turismo e cultura, il Pnrr prevede anche due riforme – senza alcun investimento – dedicate all’Adozione di criteri ambientali minimi per eventi culturali (cioè il miglioramento dell’impronta ecologica degli eventi culturali – come mostre, festival, eventi culturali, eventi musicali – attraverso l’inclusione di criteri sociali e ambientali negli appalti pubblici per eventi culturali finanziati, promossi o organizzati dalla pubblica autorità) e all’Ordinamento delle professioni delle guide turistiche, tra quelle che più stanno patendo le conseguenze della pandemia, con l’obiettivo di “creare un ordinamento professionale alle guide turistiche e al loro ambito di appartenenza” al fine di standardizzare i livelli di prestazione del servizio su tutto il territorio nazionale.

Da segnalare che nell’ambito di turismo e cultura del Pnrr, escluso il paragrafo dedicato al “Progetto Cinecittà”, non si fa menzione dello spettacolo, che pure appartiene alle attività culturali e sta ancora pagando un tributo altissimo alla crisi Covid, né del patrimonio immateriale, da anni ormai riconosciuto dall’Unesco, e tantomeno di personale. Ma per mettere in atto tutti questi progetti occorrerà del personale, anche specializzato, formato, destinato magari a un rapporto più lungo di un semplice periodo di “ripresa e resilienza”.

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Niente di nuovo sotto il sole per quanto riguarda il capitolo “Istruzione” del Recovery plan firmato dal premier Mario Draghi. Il Governo ha previsto per la cosiddetta missione “quattro” 30,88 miliardi di euro (19,44 per il potenziamento dell’offerta dei servizi di istruzione dagli asili nido all’Università e 11,4 per il capitolo denominato dalla ricerca all’impresa) mentre l’ex governo “giallo rosso” aveva programmato 28,5 miliardi di euro per lo stesso fine (16,72 per potenziamento delle competenze e diritto allo studio e 11,77 dedicati a “dalla ricerca all’impresa”). Messo a confronto con il documento steso dall’ex premier Giuseppe Conte, le pagine dedicate alla scuola sembrano essere una fotocopia. I due premier si distinguono per qualche marginale voce di investimento ma il quadro nel suo complesso non cambia più di tanto.

Partiamo proprio dalle cifre. Il presidente del Consiglio in carica ha messo nero su bianco poco più di dieci miliardi di euro per il “miglioramento qualitativo e l’ampliamento quantitativo dei servizi di istruzione e formazione”. L’avvocato Conte ne aveva previsti circa nove per l’ “Accesso all’istruzione e riduzione dei divari territoriali” più altri cinque per il capitolo “Competenze Stem e multilinguismo”. Numeri più o meno uguali. Identici anche alcuni impegni presi dai due governi: per Draghi è necessario “ridurre gradualmente i tassi di abbandono scolastico nella scuola secondaria”. Conte parlava di “ampliare le opportunità di accesso all’istruzione e contrastare l’abbandono scolastico e la povertà educativa”. Stessa anche la cifra pensata per questa missione: 1,5 miliardi. Identico pure l’impegno per “riformare i processi di reclutamento e di formazione degli insegnanti” con piccole variazioni lessicali, nel documento del gennaio scorso si parlava di come “potenziare la formazione e il reclutamento del personale docente”.

Entrambi i governi hanno preso impegni sugli asili nido con una differenza, tuttavia, sostanziale. L’ex presidente della Banca centrale europea parla di “aumentare significativamente l’offerta di posti negli asili nido e nelle scuole dell’infanzia e l’offerta del tempo pieno nella scuola primaria” mentre l’avvocato aveva scritto di un aumento “dell’offerta di asili nido e servizi per l’infanzia e favorirne una distribuzione equilibrata sul territorio nazionale”. Giuseppe Conte si era fissato questo obiettivo: superare il target fissato dal Consiglio europeo di Barcellona del 2002, relativo al raggiungimento di un’offerta minima al 33% per i servizi per la prima infanzia, e conseguentemente raggiungere un’offerta media nazionale pari all’83%, con la creazione di circa 622.500 nuovi posti entro il 2026. “Il raggiungimento di tale obiettivo – citava il piano Conte – permetterebbe all’Italia, partendo dall’attuale offerta pari al 25,5%, di arrivare a superare la media europea (35,1%) e collocarsi ben oltre il livello di altri Stati membri come la Spagna (50,5%) e la Francia (50%)”. Il primo, invece, pur confermando la fotografia della realtà, si limita a dire che “per uscire da questa situazione è quindi necessario agire sia dal lato dell’offerta di infrastrutture e servizi sia dal lato della domanda. Le misure del Pnrr agiscono sul primo versante, mentre le politiche nazionali, ed in particolare il prossimo avvio dell’assegno universale per i figli, ambiscono a rendere possibile la fruizione dei servizi nuovi servizi in tutte le aree del Paese”.

I soldi messi su questa partita sono pure gli stessi 4,6 miliardi ma a pari investimento Draghi prevede la creazione di circa 228.000 posti: “L’intervento – cita il piano – verrà gestito dal ministero dell’Istruzione, in collaborazione con il dipartimento delle politiche per la famiglia della Presidenza del Consiglio dei ministri e il ministero dell’Interno, e verrà realizzato mediante il coinvolgimento diretto dei Comuni che accederanno alle procedure selettive e condurranno la fase della realizzazione e gestione delle opere”. Nel Recovery plan di Conte, invece, non si parlava di personale ma di “investimento per la realizzazione, riqualificazione e messa in sicurezza delle scuole dell’infanzia, anche attraverso l’innovazione degli ambienti di apprendimento e la sostenibilità ambientale, con il potenziamento delle sezioni sperimentali Primavera (24-36 mesi) e la costituzione dei poli per l’infanzia”. Entrambi i capi di Governo puntano anche sul tempo pieno a scuola spuntando un miliardo. In questo caso, tuttavia, Draghi per la stessa cifra, prende l’impegno di costruire o ristrutturare “gli spazi delle mense per un totale di circa mille edifici entro il 2026”.

Impegni più o meno identici anche per le Stem (Science Technology Engineering Mathematics). La riforma dell’ex Governo con cinque miliardi (dedicati anche al multilinguismo, alle scuole innovative e alla formazione per la didattica digitale integrata) aveva messo a programma per 1,1 miliardi l’integrazione, nelle discipline curriculari, di attività, metodologie e contenuti correlati a sviluppare e rafforzare le competenze Stem e di digitalizzazione e innovazione, in tutti i gradi d’istruzione, a partire dall’ infanzia e primaria alla secondaria di primo e secondo grado, in ottica di piena interdisciplinarità, avendo cura di garantire pari opportunità di accesso alle carriere scientifiche, tecnologiche, ingegneristiche e matematiche. Draghi dedica un intero paragrafo al tema specificando che “la misura mira a promuovere l’integrazione, all’interno dei curricula di tutti i cicli scolastici, di attività, metodologie e contenuti volti a sviluppare le competenze Stem, digitali e di innovazione, con particolare riguardo verso le pari opportunità”. Cifra dedicata a questo tema: 1,1 miliardi.

A questo si aggiungono 2,1 miliardi per la trasformazione di circa cento mila classi tradizionali in connected learning environments, con l’introduzione di dispositivi didattici connessi; la creazione di laboratori per le professioni digitali nel secondo ciclo; la digitalizzazione delle amministrazioni scolastiche 
e il cablaggio interno di circa 40mila edifici scolastici e relativi dispositivi. In più ci sono 3,9 miliardi per un piano di riqualificazione che mira a ristrutturare una superficie complessiva di 2.400.000 metri quadrati degli edifici scolastici (tema, quest’ultimo non trattato da Conte). Le differenze sono, invece, di sostanza su alcuni argomenti che discostano l’impostazione del ministero dell’Istruzione targato prima Lucia Azzolina (Movimento 5Stelle) da quella del dicastero a guida Patrizio Bianchi (indipendente vicino al Pd).

L’ex banchiere centrale inserisce nel piano due argomenti esclusi da Conte: il consolidamento dell’uso dei test Pisa/Invalsi e il potenziamento delle infrastrutture per lo sport a scuola. L’investimento indicato è di soli 300 milioni di euro ma il capitolo è ingente: “Il piano mira a costruire o adeguare strutturalmente circa 400 edifici da destinare a palestre o strutture sportive anche per contrastare fenomeni di dispersione scolastica nelle aree maggiormente disagiate. Tali edifici verranno anche dotati di tutte le attrezzature sportive necessarie moderne e innovative e caratterizzate anche, lì dove possibile, da alta componente tecnologica, per essere resi immediatamente utilizzabili e fruibili da scuole e territorio”.

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Per il weekend che è alle porte, l’Italia è quasi tutta in zona gialla e, nelle aree con minori restrizioni, si prova a tornare gradualmente alla normalità. Ma a livello locale, sono molte le Regioni e i Comuni che hanno scelto di inasprire i divieti, pensando a restrizioni ad hoc per evitare calca e assembramenti: da Venezia a Napoli, ecco quali misure sono state adottate



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“È fondamentale unire i legami tra le diverse realtà criminali - criminalità organizzata, mafie tradizionali e nuove mafie - dal momento che il territorio nazionale è tutto collegato, e ritroviamo le stesse dinamiche anche all’estero. Le mafie dialogano tra loro da generazioni e hanno sviluppato un sistema parallelo che drammaticamente funziona e che quindi viene applicato in grande o in piccolo in quasi tutte le piazze d’Italia”. Daniele Piervincenzi racconta così, in un’intervista a Sky TG24, le motivazioni che hanno portato alla nascita di “Mappe criminali”, il viaggio-inchiesta in sei tappe che ricostruisce le geografie criminali che attraversano l’Italia, in onda in prima visione assoluta su TV8, dal 20 aprile tutti i martedì in seconda serata. “Vedere dei punti di incontro tra il Gargano e Ventimiglia, o con la Calabria, ci ha spinto a unire le diverse storie che già si impastano tra loro, tanto che alcuni personaggi che abbiamo incontrato sono gli stessi”, sottolinea il giornalista d’inchiesta, per poi precisare: “Ricostruire il reticolato geografico è stato abbastanza facile, perché non sono così nascosti questi legami, sono anzi piuttosto evidenti se uno ha il giusto filtro per leggerli: sempre di business parliamo”.



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Obiettivi non definiti sulla produzione di energia da rinnovabili, appesa alla riforma delle procedure autorizzative. Risorse e attenzione dedicate all’idrogeno che però pongono questioni mai risolte, come il peso delle esigenze di Eni e Snam che devono riconvertire la loro produzione di metano. Economia circolare che punta più sugli impianti che sulla riduzione dei rifiuti. Evidente carenza di risorse per la biodiversità. E dubbi sugli stanziamenti per il biometano. Mentre il trasporto locale “sostenibile” incassa lo stanziamento maggiore dopo quello per il superbonus, i fondi sono molti meno di quelli destinati all’Alta velocità. Per la missione ‘Rivoluzione verde e Transizione ecologica’ nel Piano nazionale di ripresa e resilienza del governo Draghi ci sono quasi 70 miliardi, come in quello messo a punto da Conte. Per alcuni settori ci sono risorse mai viste (ad esempio smart grid, comunità energetiche e impianti off-shore per le rinnovabili) ma, a parte l’assenza di dibattito e lo sbilanciamento delle somme in alcuni settori, ma per altri gli ambientalisti segnalano diversi rischi. Tra cui, secondo Greenpeace, quello che si apra la strada “all’uso massiccio di inceneritori”.

IL CONFRONTO TRA CONTE E DRAGHI – Il governo mette sul piatto 69,96 miliardi: 59,33 del Pnrr (57,5 nella bozza del 23 aprile), 9,3 del fondo complementare e 1,3 di React-Eu (da spendere entro il 2023). Conte aveva previsto, invece, una spesa nel Pnrr di 67,4 miliardi, a cui aggiungerne 2,3 di React-Eu. Totale: 69,8 miliardi (800 milioni in meno). Analizzando le quattro componenti, per ‘Energia rinnovabile, idrogeno, rete e mobilità sostenibile’ ora ci sono 25,3 miliardi totali. ‘Efficienza energetica e riqualificazione degli edifici’ nel cambio di governo hanno perso, insieme alla priorità, anche 7,29 miliardi: siamo a 15,2 miliardi, più 6,7 dal fondo complementare e 320 milioni dal React-Eu per un totale di 22,2 mentre a gennaio erano 29,5. Per entrambi i governi al terzo posto c’è la ‘Tutela del territorio e della risorsa idrica’ (15,3 miliardi totali, 340 milioni più del piano di Conte) e, al quarto, ‘Economia circolare e agricoltura sostenibile’ con 6,9 miliardi totali (30 milioni in meno rispetto a gennaio).

TRASPORTO LOCALE PIÙ SOSTENIBILE – Alla seconda componente, dunque, vanno più risorse e la quota maggiore è per il trasporto locale: 8,5 miliardi, di cui 3,6 per il trasporto rapido di massa (11 km di metro, 85 di tram, 120 di filovie e 15 di funivie) e 3,6 miliardi (più 1,4 dal fondo complementare) al rinnovo di flotte bus e treni. Con 750 milioni si realizzeranno 7.500 punti di ricarica elettrica rapida in autostrada e 13.755 in centri urbani. Entro il 2026 si acquisteranno 3.360 bus a basse emissioni e 53 nuovi treni che andranno a sostituirne altrettanti. Per Giuseppe Onufrio, direttore esecutivo di Greenpeace Italia “sulla mobilità urbana il piano prevede una ‘cura del ferro’ che basterebbe probabilmente per la sola Roma, investimenti nella mobilità ferroviaria locale limitati che, tra l’altro, migliorerebbero ben poco la qualità dell’aria delle città”. Inevitabile il paragone con l’Alta Velocità (Missione 3): 8,5 miliardi solo per le Linee tra il Nord e l’Europa e 4,6 per i collegamenti verso il Sud, più le risorse dal fondo complementare.

ENERGIA RINNOVABILE – Sull’energia rinnovabile si puntano 5,9 miliardi: 2,2 per comunità energetiche e autoconsumo, 1,9 per il biometano, 1,1 per l’agro-voltaico e 600 milioni per impianti innovativi (incluso l’off-shore). Draghi ha detto che per raggiungere il 72% dell’elettricità globale da fonte rinnovabile nel 2030 (il target previsto), occorre installare circa 70 Gigawatt di potenza nei prossimi 10 anni. Nel Pnrr si spiega che l’obiettivo fissato dal Pniec (un incremento di 15 GW entro il 2025 rispetto al 2017) sarà rivisto al rialzo. Passo obbligato, dato che il Pniec è nato già inadeguato alle sfide europee. “Ma il Pnrr non identifica un obiettivo complessivo per le rinnovabili, né lo lega a una risorsa – spiega a ilfattoquotidiano.it Matteo Leonardi, direttore esecutivo del think tank ECCO – ma rimanda a una riforma per semplificare le procedure di autorizzazione per gli impianti, anche questa non connessa a una voce di budget”. Nero su bianco ci sono l’investimento per installare impianti agro-voltaici da 2 GW, la promozione per comunità energetiche e auto-consumo (altri 2 GW) e per gli impianti innovativi, off-shore incluso (200 MW) e, nella componente dedicata all’agricoltura, c’è l’investimento sull’Agrisolare (0,43 GW di potenza). “Non è chiaro se le riforme consentiranno una crescita di almeno 6 GW all’anno, in linea con gli obiettivi europei”, commenta Greenpeace.

BIOMETANO E SMART GRID – Lo stanziamento sul biometano (1,92 miliardi) per Legambiente è una buona notizia. Ma per Greenpeace, pur potendo contribuire alla decarbonizzazione, senza una politica agricola orientata a ridurre emissioni e capi allevati rischia di non mitigare gli impatti su ambiente e salute e “addirittura di stimolare richieste per nuove autorizzazioni, in aree già fortemente colpite dagli impatti del settore zootecnico intensivo”. Altri 4,1 miliardi di Pnrr vanno alle ‘Infrastrutture di rete’: 3,6 per le smart grid che consentono una gestione ‘intelligente’ della rete di distribuzione elettrica (più 180 milioni dal React-Eu) e 500 milioni per gli interventi sulla resilienza climatica delle reti, attraverso cui ridurre probabilità, durata ed entità di interruzioni di corrente legate a eventi estremi.

IDROGENO – All’idrogeno vanno 3,19 miliardi (Conte ne prevedeva 2): 2 miliardi per l’utilizzo in settori hard to abate come l’industria siderurgica, 530 milioni per la sperimentazione nel trasporto stradale e ferroviario, 500 milioni per la produzione in aree industriali dismesse e la creazione di ‘hydrogen valley’, oltre a 450 milioni destinati all’idrogeno tra quelli con cui si mira a ‘Sviluppare una leadership internazionale industriale’. Per produrre idrogeno nelle aree dismesse già collegate alla rete elettrica, in una prima fase verranno installati elettrolizzatori. Se l’area è già allacciata alla rete del gas, l’idrogeno sarà trasportato su condotte dedicate esistenti in miscela con gas metano. “L’idea è quella di produrre lì l’idrogeno da rete elettrica – spiega Matteo Leonardi – magari con supporto da rinnovabili in loco (ma non necessariamente e, magari, non su tutta la produzione di idrogeno) e poi usare la rete di distribuzione di gas, in miscela con il gas, per portarlo ai consumatori finali”. Anche se l’utilizzo di elettrolizzatori ha un impatto positivo, questo permette all’industria fossile di mantenere gli utenti finali attaccati alla rete di gas, diminuendo l’impatto di CO2, attraverso la miscela con l’idrogeno, ma continuando a vendere gas e usare le reti. In questo contesto ha un suo peso l’interesse di Eni e Snam che da tempo puntano sull’idrogeno blu, mentre Enel è più orientata a produrre idrogeno verde dall’elettrolisi dell’acqua. “Ma anche l’idrogeno verde deve essere pensato solo per i settori per cui l’elettrificazione non è possibile o molto onerosa, in cui servono le alte temperature, ad esempio quello dell’acciaio primario”, aggiunge Leonardi.

I NODI SUL CLIMA – La capogruppo alla Camera di FacciamoECO Rossella Muroni, pur sottolineando gli aspetti positivi, ha chiesto un incontro con Draghi manifestando dubbi sullo “sbilanciamento dei saldi idrogeno e Alta velocità”. Nel piano, poi, si prevede un aggiornamento del Pniec con un taglio delle emissioni di almeno il 51% entro il 2030 rispetto al 1990. “Più basso dell’obiettivo già inadeguato del 55% fissato in Uem commenta Greenpeace. Enrico Gagliano, co-portavoce dei No-Triv, sottolinea che nel piano “non si specifica l’impatto delle riforme e di tutti gli investimenti sulla riduzione delle emissioni”, se non in parte dei singoli investimenti già delineati. Anche sul capitolo dei sussidi alle fonti fossili (ogni anno 19 miliardi di Sad, ndr), “Draghi parla di una riforma fiscale ma nulla si anticipa su tempi e modalità”.

EFFICIENZA ENERGETICA E RIQUALIFICAZIONE DEGLI EDIFICI – La terza componente della Missione 2, la più penalizzata rispetto al piano di Conte, è tutta concentrata su Ecobonus e Sismabonus fino al 110%. Per questa misura si è passati dai 10,2 miliardi dell’ultima bozza ai 13,8 del piano definitivo più 4,7 dal fondo complementare e 1,7 per le aree colpite da sisma. Il Superbonus 110 si estende al 2023 e resta condizionato al miglioramento di almeno due classi energetiche dell’edificio. Fanno discutere le risorse per edifici giudiziari (410 milioni per 48 edifici su cui fare interventi entro la metà del 2026) e scuole. Con 800 milioni si interviene in circa 195 scuole (“su 32mila nazionali” fa notare il think tank Ecco). Nel Pnrr, però, sono previsti 3,9 miliardi di ‘Piano di messa in sicurezza e riqualificazione dell’edilizia scolastica’ che, pur non vincolati all’efficienza, potrebbero però portare miglioramenti. Nella componente legata alla ‘Tutela del territorio e della risorsa idrica’, inoltre, ci sono 6 miliardi per interventi dei Comuni.

LA TUTELA DEL TERRITORIO – E questa vale 15,37 miliardi per quattro ambiti. Più della metà destinati a ‘dissesto idrogeologico e vulnerabilità del territorio’. Sono 8,49 miliardi: i già citati 6 miliardi per interventi di resilienza, valorizzazione ed efficienza energetica dei Comuni e altri 2,49 per gestire i rischi di alluvione e idrogeologico. Poi c’è il capitolo risorse idriche: 4,38 miliardi, 2 per infrastrutture di derivazione, stoccaggio e fornitura primaria, 600 milioni per fognatura e depurazione (tra i punti deboli del Paese), 900 per le perdite nelle reti di distribuzione e 880 per aumentare la resilienza dell’agrosistema rispetto a siccità e cambiamenti climatici, consentendo più disponibilità d’acqua. A qualità dell’aria e della biodiversità vanno 1,69 miliardi. “Lo 0,8% del piano” commenta il Wwf. Anche se ci sono diversi investimenti degni di nota, come la bonifica dei siti orfani (500 milioni), la tutela di fondali e habitat marini (400 milioni) e la rinaturazione dell’area del Po (360 milioni).

AGRICOLTURA SOSTENIBILE – La prima componente (economia circolare e agricoltura sostenibile) è quella con meno risorse: 6,97 miliardi totali. La quota maggiore per ‘Sviluppare una filiera agricola sostenibile’ (2,80 miliardi, più 1,2 del fondo complementare, per un totale di 4 miliardi). Ma in che senso sostenibile? Andranno al ‘Parco Agrisolare’ 1,5 miliardi, 800 milioni allo ‘Sviluppo della logistica per i settori agroalimentare, pesca e acquacoltura, silvicoltura, floricoltura e vivaismo’ e 500 milioni a ‘Innovazione e meccanizzazione nel settore agricolo e alimentare’. Altri 1,20 miliardi di fondo complementare vanno ai contratti di filiera e distrettuali. “Mancano un riferimento preciso allo sviluppo dell’agricoltura ecologica e biologica – commenta Greenpeace – e un obiettivo di riduzione dei capi allevati, spostando le risorse della Pac su produzioni agroecologiche”.

ECONOMIA CIRCOLARE – All’economia circolare vanno 2,1 miliardi (e 500 milioni del React-Eu): 1,5 per realizzare nuovi impianti di gestione rifiuti e ammodernare quelli esistenti’, 600 milioni per i progetti ‘faro’. Sullo sfondo una strategia per l’economia circolare, il Programma nazionale per la gestione dei rifiuti e una riforma per il supporto tecnico alle autorità locali. Il piano parla di “nuovi impianti di trattamento/riciclaggio di rifiuti organici, multimateriale, vetro, imballaggi in carta” e di “impianti innovativi per particolari flussi”. Greenpeace fa notare l’assenza “di misure per la riduzione della produzione di rifiuti e del ricorso all’usa e getta”, parlando di un percorso “che potrebbe aprire all’uso massiccio di inceneritori con rischi sanitari pericolosi”.

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Tra Jeff Bezos ed Elon Musk è ‘guerra spaziale’. La notizia – riportata tra gli altri dalla Cnn – è la seguente: la compagnia spaziale Blue Origin del fondatore di Amazon ha fatto causa alla NASA perché ha scelto Elon Musk e la sua SpaceX per costruire il mezzo di atterraggio che depositerà i prossimi astronauti statunitensi sulla Luna. “La NASA ha cambiato le regole del gioco all’ultimo momento”, è la denuncia. E ancora: “Questa decisione elimina la possibilità di concorrenza […] e non solo ritarda, ma mette in pericolo il ritorno dell’America sulla Luna“.

L’aspra polemica infatti è incentrata sul programma Human Landing System della NASA, che inizialmente mirava a far competere almeno due società del settore privato per costruire il mezzo spaziale. All’inizio di questo mese, la NASA ha annunciato a sorpresa che sarebbe andata avanti con SpaceX come unico appaltatore del progetto, citando come motivo principale di questa scelta l’aspetto economico. Per questo Jeff Bezos ha presentato ricorso presso un’agenzia federale chiedendo di annullare la sua decisione e di “sollecitare nuove offerte” chiarendo i “fondi disponibili”. La NASA al momento sembra non voler rispondere.

Chi non ha aspettato un attimo per rispondere è stato invece Elon Musk, il quale ha twittato un messaggio ambiguo in cui ha sottolineato come l’azienda di Bezos debba ancora riuscire a mandare in orbita un velivolo scrivendo “non riesce ad alzarlo (in orbita)“. Non contento, ha pubblicato un ulteriore e pungente tweet raffigurante l’articolo originale del New York Times relativo all’annuncio di Blue Origin, modificando la foto di apertura del pezzo ribattezzandolo “Blue Balls” (Palle Blu).

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L’ospite speciale della puntata de I Soliti Ignoti andata in onda il 28 aprile è stato Sigfrido Ranucci. L’indagine è stata stravolta da una frase inaspettata: “Ho osservato i pollici degli ignoti e ho scelto il più somigliante”, ha detto il detective vip. “È la prima volta che un concorrente chiede di osservare i pollici“, ha detto Amadeus.

Sigfrido Ranucci ha scelto l’ignoto numero 3 ma, dopo aver comparato i pollici, ha un dubbio: “Cambierei con il 5”. “Ormai non si può”, lo ha gelato Amadeus. Intanto i due ignoti sono stati fatti accomodare accanto al parente misterioso e il padrone di casa a quel punto ha affermato: “Vediamo… effettivamente il pollice dell’ignoto numero 5 è più storto, quello del 3 è più dritto. Anche io potrei essere parente vostro, anche io ho il pollice un po’.. forse siamo parenti e non lo sappiamo”. Incredibile ma vero la risposta corretta era l’ignoto numero 5. Niente da fare dunque, stasera si tornerà a giocare per devolvere il montepremi alla Fondazione Italiana per l’Autismo.

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Ultraconservatori sulle loro tradizioni, isolati dalla società secolarizzata e antisionisti. Le vittime delle calca di Lag Bàomer sul Monte Meron in Israele, pellegrinaggio che nella notte si è trasformato in tragedia, provenivano dalla setta di Toldos Aharon Hassidic, che ha sede a Gerusalemme. Si tratta del gruppo meglio organizzato e coeso tra quelli che compongono la comunità israeliana haredi ultraortodossa, come spiega il Jerusalem Post, sottolineando che qualsiasi tipo di intervento negli affari interni del gruppo è considerata una totale usurpazione del sistema di credenze della comunità.

La fuga precipitosa è avvenuta durante l’accensione del falò da parte dell’attuale rabbino. La setta hassidica che si oppone al sionismo fu fondata a Gerusalemme dal rabbino Aharon Roth nel 1928 come una propaggine di Satmar, movimento hassidico che ha avuto origine in Germania. Nel 1942, poco prima che la Germania nazista invadesse l’Ungheria, Roth e i suoi seguaci fuggirono dall’Europa verso la Palestina.

Oggi i seguaci di Toldot Aharon Hassidim vivono al centro di Gerusalemme nel quartiere di Mea Shearim e hanno eretto barriere sociali e culturali per proteggere la loro comunità dal vivace secolarismo di Jaffa Road e Ben-Yehuda Street, a meno di un chilometro di distanza. Roth, che è morto nel 1947, ha quindi avviano una tradizione, che continua ancora oggi, che ogni membro maschio della setta firmi un contratto che obbliga lui e la sua famiglia a rispettare i rigidi dettami di Toldot Aharon. L’abbigliamento, i costumi e anche il modo in cui gli hassidim trascorrono il loro tempo libero sono regolamentati con attenzione e tra loro vi è una forte coesione. Al contrario il mondo esterno, specialmente tutto ciò che è affiliato al sionismo, viene descritto dalla setta come oscuro e malvagio.

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