Come in un “padrone e sotto”, un uomini e caporali. Uber e la società a cui si era affidata per reclutare i rider da una parte, i ciclofattorini costretti a pedalare di giorno e di notte, col sole e con la neve, per 3 euro a consegna dall’altra. Dovevano sottostare alle regole, subire ritardi nei pagamenti e non reclamare le mance lasciate dai clienti attraverso la app. Altrimenti bastava un click per bloccare l’accesso alla piattaforma, impedendogli di lavorare. E scoperchiato il vaso, il colosso delle consegne a domicilio e la società di intermediazione hanno iniziato il rimpallo, con accuse incrociate. Il primo ritiene di aver sempre rispettato le leggi italiane, i responsabili della Flash Road City hanno raccontato alla procura di Milano che i rider per Uber sono “solo dei puntini su di una mappa, da attivare o bloccare a loro piacimento” per “ottimizzare il servizio della piattaforma e far guadagnare ad Uber il più possibile”.

Come “schiavi digitali” – Ma dentro le 60 pagine che hanno portato al commissariamento della filiale italiana della società di gig economy c’è quello che gli investigatori e il Tribunale di Milano ritengono uno schiavismo digitale, fotografato dalle minacce ai rider reclutati in situazioni di “emarginazione sociale” e dai messaggi nei quali alcuni fattorini implorano per giorni e giorni di essere pagati. Non ci sono schiene piegate nei campi né furgoni stipati che corrono lungo le provinciali, ma riunioni nella sede di Uber in una delle zone fighette di Milano e profili Linkedin in giacca e cravatta a regolare la vita di migranti e richiedenti asilo. Diversa la forma, identica la sostanza secondo i giudici: caporalato, sfruttamento, zero diritti.

“Questo ha ancora Lyka, lo blocco” – Una conversazione del 10 dicembre 2018 sostanzia bene l’affare. La manager di Uber, Gloria Bresciani, scrive a uno degli intermediari della Flash Road City, Danilo Donnini, lamentandosi di uno dei rider: “Questo ancora ha Lyka, il gps non gli funziona. Non sa come usare il cellulare, io così non lavoro”. Donnini prova a difendere la posizione della società, alla quale Uber aveva messo in mano il reclutamento dei ciclofattorini: “Bloccalo, portagli via la borsa, ma ci mancherebbe altro, questo non doveva lavorare oggi non è nei turni”. Bresciani non si fa pregare: “L’ho sospeso fino a quando non cambia numero di telefono”, risponde a Donnini che la ringrazia. Quindi aggiunge: “Comunque cerca di metterlo su un affiancamento stasera così non spreca la giornata che c’ha fame”. Per i giudici la sottolineatura della manager riguardo allo “stato di indigenza e di sfruttamento dei collaboratori” spiega il modus operandi, perché i rider “si adegueranno alle disposizioni che gli verranno impartite” proprio per lo stato di necessità in cui si trovano.

“Per mangiare devono connettersi la sera” – Pochi giorni dopo è ancora Bresciani a lamentarsi per i troppi corrieri connessi alla piattaforma nel pomeriggio, quando le richieste di consegne sono basse e suggerisce: “Secondo me se tu il pomeriggio non li paghi e loro per mangiare devono connettersi la sera, vedrai che si connettono. Ovvio che se gli dai la scelta se ne fregano e prendono soldi quando gli fa più comodo”. Messaggi che secondo i giudici fotografano come Uber “fosse pienamente consapevole della situazione di sfruttamento lavorativo e reddituale” della Flash Road City: “Anzi appare evidente che sia la stessa Bresciani ad incoraggiare il suo interlocutore ad impostare il rapporto con i rider affinché si connettano solo quando a Uber conviene, adottando metodi di sorveglianza e di pagamento, approfittando del loro stato di bisogno”.

“Quelli che puzzano fuori dai coglioni” – Una “attività di controllo” in “netto contrasto con le garanzie sancite dal legislatore per i lavoratori autonomi” che veniva richiesta anche da altri uomini di Uber, come Roberto Galli, che a luglio dello scorso anno riportava a Flash Road City le lamentele di un noto fast food per le attese dei rider davanti all’ingresso. Pronta la reazione della società di intermediazione: “Controlli quelli che bivaccano, che fanno queste cose qua fuori dai coglioni, non c’è neanche discussione: bloccato l’account, finito di lavorare, istantaneamente proprio… istantaneamente. Non lo so vedi tu, fate in modo di fare delle foto, di vederli… quelli che bivaccano, che puzzano, che fanno cazzate, fuori dai coglioni all’istante…”, sollecitava i colleghi uno degli indagati.

Il blocco degli account – Il ruolo di Uber non è ritenuto secondario dal tribunale di Milano . Anzi “emerge chiaramente” come la società “andasse di fatto a limitare la libertà decisionale” del partner “attraverso l’imposizione di turni prestabiliti”. A supporto della tesi, ci sono le mail con il numero dei corrieri da disporre su ogni turno. Una attività nella gestione dei rider “piuttosto intensa” da parte di almeno “alcune figure professionali” di Uber che “non sono di certo estranee” alla realtà di “forte sfruttamento, di intimidazione e di prevaricazione”. nei confronti dei rider che ricevevano 3 euro a consegna quando Flash Road City, almeno su Roma, veniva pagata “in media almeno 11 euro” per ogni pacco portato a domicilio.

Le risate per il rider malato – La Capitale era un problema per Uber, sia per una questione di conti che di distribuzione dei fattorini sul territorio. Sempre nel dicembre 2018, Bresciani chiede più uomini in bicicletta a Ostia: “Non c’è modo di farne rimanere almeno uno dei tre?”. Donnini è in difficoltà: “No perché loro poi hanno ultimo bus per la loro zona da Termini. Aspetta che mi gioco il jolly”. E chiede quindi a un rider “di scendere in strada anche se è malato che gli do 50 euro”. Bresciani ride e chiede: “Ma non ha un amico?”. Donnini risolve: “Ok ora si veste ed esce. Sono troppo forte”. E Bresciani, ancora ridendo: “Bene”. Per i giudici “appare evidente” che la manager di Uber era “pienamente partecipe” nella gestione dei rider, “costretti a lavorare in precarie condizioni di salute dietro la promessa di ricevere un bonus extra che ha un importante impatto economico sul basso compenso percepito”.

E il rider implorava i pagamenti – C’era però anche chi aspettava a lungo i pagamenti, non solo per le “punizioni”, come il blocco degli account, in caso di un lavoro che Uber e Flash Road City ritenevano non svolto ottimamente. Nel luglio 2019 i vertici italiani della società di San Francisco lamentano che due fattorini si sono presentati in sede chiedendo la liquidazione di pagamenti, mance e cauzione lasciata per il portavivande. La Flash Road City sostiene sia falso che non siano stati pagati, ma siccome avevano “tassi di accettazione schifosi, allora abbiamo cominciato a punirli (…) stanno facendo i furbi”. La realtà sembra essere ben diversa, stando ai messaggi spediti a uno dei referenti della società di intermediazione: “Buongiorno capo. Per favore non ho visto il mio pagamento. Per favore digli di pagare i miei soldi grazie”, è la prima richiesta. “Ti posso pagare solo su un conto personale tuo. Non possiamo più pagare su conti di amici”, rispondono dalla Flash Road City. Nella settimana successiva, le richieste continuano: “Per favore sai che non ho un conto in banca da allora. Per favore pagami come hai sempre pagato”. E ancora: “Oggi sono andato ad aprire un conto in banca (…) Ma hanno detto senza carta di residenti non possono aprire un conto in banca per me”. Il rider sembra non ricevere risposte: “Rispondimi per favore. Cosa dovrei fare ora. Ho provato il meglio possibile per aprire questo account (il conto in banca, ndr). Per favore, tu lo sai non per colpa mia. Per favore è molto difficile per me”. Dopo oltre una settimana, l’ultima richiesta: “È così che mi tratterai davvero male dopo un sacco di lavoro che ho svolto da 8 mesi a questa parte”.

L'articolo Rider e caporalato, nelle chat lo schiavismo digitale sui fattorini Uber: “Se puzza fuori dai coglioni”. Fattorini costretti a implorare la paga proviene da Il Fatto Quotidiano.



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