di G. Barba Navaretti, G.Calzolari, A. Dossena, A. Lanza e A. Franco Pozzolo

Allentare il lockdown delle attività produttive è necessario per evitare il collasso dell’economia. Un’azione mirata su alcuni settori può avere un impatto significativo sul Pil, tenendo conto del complesso intreccio delle catene del valore

Quali attività riaprire?

Le attività economiche oggi escluse dal lockdown sono state selezionate sulla base di scelte obbligate, legate a criteri di prima necessità, dal punto di vista sanitario e dei bisogni essenziali della popolazione. La fase due richiede un’azione più attenta e bilanciata, che consenta di far ripartire in modo prioritario le attività con un più forte impatto sull’economia nel suo complesso, minimizzando i rischi sanitari per chi torna al lavoro e per il paese.

Oggi si discute molto dei criteri per operare in sicurezza, sono state sviluppate accurate analisi della rischiosità di diverse attività lavorative, si realizzano alcune aperture sperimentali, come ad esempio quelle di Ferrari e Fca. Il dibattito è molto acceso, ma a parte le fondamentali questioni sanitarie, raramente si tiene conto dell’impatto economico delle opzioni sul tavolo, come invece auspicato su Il Foglio di domenica 18 aprile da Luigi Guiso e Matteo Paradisi.

Soprattutto, manca uno studio sistematico che tenga conto delle relazioni tra i diversi settori e le filiere produttive e del loro impatto potenziale sull’economia italiana. Occorre invece definire priorità oggettive ed evitare ogni arbitrio nei processi di riapertura, magari frutto di decisioni basate sull’emotività e sulle capacità di lobbying, anche se si dovesse infine concludere che è bene riaprire tutto il sistema produttivo.

Identificare le attività prioritarie non è semplice. Non è solo una questione dimensionale. Dato l’intreccio delle catene del valore (o filiere), ci sono attività la cui incidenza sul Pil è limitata, ma che sono nodi fondamentali per il funzionamento di più filiere, e per questo motivo hanno un impatto indiretto molto significativo sulla capacità produttiva del paese.

In un recente lavoro abbiamo proposto una metodologia per identificare le attività produttive la cui chiusura totale o parziale a seguito dei decreti del presidente del Consiglio dei ministri abbia avuto un particolare impatto negativo sul Pil e la cui riapertura, di conseguenza, dovrebbe essere prioritaria, per favorire la ripresa e la tenuta dell’occupazione.

I risultati di una prima applicazione mostrano che un’azione mirata e attenta su un numero limitato di settori, dove gran parte dell’attività è al momento chiusa, può avere un effetto molto significativo sull’incremento dell’output del paese. L’attivazione di soli 20 microsettori centrali nel sistema produttivo nazionale, identificati con la metodologia che proponiamo, con un valore della produzione precedente alla crisi pari al 22,8% del totale nazionale, permetterebbe di riportare il valore della produzione delle imprese italiane dal 56 al 76% rispetto ai livelli pre-Covid e di riattivare gran parte delle filiere produttive.

La nostra analisi astrae da valutazioni epidemiologiche o sul relativo grado di sicurezza delle diverse attività e di come queste possano essere riorganizzate per ridurre il rischio di contagio tra lavoratori. Per scelta e per competenza, ci limitiamo a dare indicazioni di rilievo economico che, evidentemente, dovranno essere integrate dalle informazioni sul rischio epidemiologico e sulle probabilità di contagio nello svolgimento delle diverse attività lavorative.

L'articolo Coronavirus, fase due: un metodo per capire quali attività riaprire proviene da Il Fatto Quotidiano.



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